- L’editoriale del direttore di ieri prendeva le mosse da una provocazione: meglio farci annettere dall’America che morire di Ue. Addio euro, col dollaro non chiederemmo il permesso a nessuno. Così cambierebbe la vita.
- Governo tedesco disunito nella risposta alle nuove tasse minacciate dalla Casa Bianca.
Lo speciale contiene due articoli
A un certo punto la realtà si mescola con la fantasia rendendo possibile qualsiasi ipotesi. Anche la più ardita. Anche la più impensabile. Anche quella che, fino a ieri, si sarebbe liquidata con un’alzata di sopracciglio e un «ma per favore». Ecco, quel momento per l’Italia è adesso. E l’ipotesi è semplice, lineare, quasi banale nella sua audacia: uscire dall’Unione europea e diventare la stella numero 51 della bandiera americana. Quella in alto: la più luminosa. Calma. Nessuna invasione, nessuna portaerei al largo di Civitavecchia con gli F-35 che scaldano i motori. Nessun cowboy che porta il cavallo a bere nelle fontane di San Pietro (come un tempo avrebbero potuto fare i cosacchi). Solo una domanda, maliziosa quanto basta: ma siamo proprio sicuri che sarebbe una cattiva idea?
Cominciamo dai numeri, che sono noiosi ma fanno miracoli. Con i suoi 60 milioni di abitanti, l’Italia diventerebbe lo Stato più popoloso degli Stati Uniti d’America. Altro che California, Texas o Florida. Noi, da soli, con il nostro voto da Capo Passero a Vipiteno potremmo fare la differenza nelle elezioni per la Casa Bianca. I candidati, invece di farsi fotografare nei diner dell’Iowa, verrebbero a mangiare la carbonara a Trastevere. Gli elettori di Campobasso non sarebbero meno importanti di quelli di Minneapolis. E come la mettiamo sul derby al Meazza fra l’Inter FC di Milano e l’Inter Miami? Certo ci sarebbe sempre il rischio che qualche tifoso in delirio calcistico si possa mettere a tifare per la squadra sbagliata?
Il presidente degli Stati Uniti, qualunque sia il suo nome, non potrebbe ignorarci. Dovrebbe pronunciare «Italia» correttamente e magari imparare che Napoli non è la marca di pizza surgelata. Finalmente conteremmo qualcosa, non perché lo «prevede il Trattato» , ma perché i numeri – quelli veri – contano. Poi c’è la finanza. Qui smettiamo di scherzare. O forse no. Piazza Affari, sventolando la bandiera a stelle e strisce, diventerebbe una destinazione molto sexy. Basta con questi snobismi delle aziende italiane che vanno a quotarsi a Wall Street. Altro che spread, altro che vigilanza arcigna: gli investitori globali smetterebbero di chiederci se siamo affidabili e inizierebbero a chiedersi quanto rendiamo. E vogliamo parlare del dollaro? Addio ansie da euro malaticcio, addio vertici notturni, addio riunioni dell’Eurogruppo concluse con un «abbiamo deciso di non decidere». L’euro andrebbe in crisi? Pazienza. Noi avremmo il dollaro, e con esso una moneta che non chiede permesso per farsi rispettare. Capitolo regolamenti europei: qui la liberazione avrebbe un segno quasi mistico. Fine dell’utopia green obbligatoria, quella che ti spiega come devi scaldarti, che auto devi guidare, quanto devi inquinare e persino come devi sentirti in colpa. Fine delle direttive scritte in burocratese stretto da persone che non hanno mai visto una caldaia accesa né una fabbrica vera.
E soprattutto: addio al feticcio del 3% deficit/Pil, davanti al quale tutti i governi italiani nell’ultimo quarto di secolo sono stati costretti a genuflettersi. Un numero magico, scolpito nella pietra, che nessuno sa spiegare: (perché il 3% e non il 4 o il 2?) ma tutti devono rispettare. Negli Usa il deficit non è un peccato mortale: è uno strumento. A volte si esagera, certo. Ma almeno senza ipocrisia.
Resta il tema della lingua. È vero: passare dall’italiano all’inglese non è una passeggiata. Ma diciamocelo: l’inglese si impara. Soprattutto quando serve per lavorare, investire, sopravvivere. E poi, dopo anni di «recovery fund» di «green deal», «spending review» e «fiscal compact», siamo già linguisticamente pronti.
Al massimo nascerà un nuovo dialetto: l’italoamericano, con accento romano e gestualità obbligatoria. Non diversamente dai nonni che dopo lo sbarco a New York parlavano il «broccolino», varietà linguistica degli italiani di Brooklyn.
Se però tutto questo dovesse sembrare troppo radicale, troppo destabilizzante, troppo «fuori protocollo», esiste una soluzione diplomatica elegante e geniale. Un compromesso territoriale degno di una formidabile trattativa internazionale: Trump rinuncia alla Groenlandia e si prende la Sicilia. Sono entrambe isole, d’accordo. Ma qui il confronto è impietoso. Una è un frigorifero naturale, l’altra è baciata dal sole assai più della Florida. Una offre iceberg, l’altra arancini. Una ha l’orso polare, l’altra il tonno rosso e il cannolo. Vogliamo davvero discutere? La Sicilia, peraltro, è già mezza americana per vocazione, storia, destino. Gli antichi legami tra le famiglie siciliane e gli Stati Uniti non si contano: storie di partenze, ritorni, rimesse, sogni diventati grattacieli. Traffici commerciali della cui origine non val la pena perdere tempo. Così come sarebbe tedioso occuparsi di Michele Sindona e dei suoi amici. Non a caso si parla di ripristinare il volo diretto Palermo-New York. Non è un collegamento aereo: è uno strappo che si ricompone.
In fondo, questa provocazione serve a dire una cosa semplice: l’Italia è molto più grande di come viene trattata. Più popolosa, più centrale, più strategica. E forse, ogni tanto, avrebbe bisogno di guardarsi allo specchio e chiedersi se il recinto europeo in cui si trova è davvero quello giusto.
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >