- La tregua tra i due Stati è fragile e la tensione resta alta. Ma nella regione c’è una novità: mentre gli Usa mantengono un profilo basso, i Paesi arabi del Golfo non si schierano con Islamabad, come in passato, e si offrono come mediatori. Imitati dall’Iran.
- L’esperto Yigal Carmon: «È una pausa nelle operazioni. Tutto parte dagli eccidi in Kashmir, opera di un gruppo sostenuto dai servizi pakistani»
Lo speciale contiene due articoli
La tregua tra India e Pakistan, annunciata il 10 maggio 2025 dopo un’escalation militare seguita all’attentato terroristico di Pahalgam, è attualmente in bilico a causa di diversi fattori che ne minacciano la stabilità. Poche ore dopo l’annuncio della tregua, entrambe le parti si sono accusate reciprocamente di violazioni lungo la Linea di Controllo e in altre aree sensibili. Sono stati segnalati bombardamenti e attacchi con droni, alimentando la sfiducia reciproca e mettendo in discussione la sincerità degli impegni assunti dalle parti. L’India ha sospeso il Trattato delle acque dell’Indo, un accordo fondamentale per la gestione condivisa delle risorse idriche. Il Pakistan ha avvertito che la mancata risoluzione di questa disputa potrebbe compromettere seriamente la tregua. In sintesi, la tregua tra India e Pakistan è fragile e minacciata da violazioni sul campo, dispute irrisolte, tensioni diplomatiche e pressioni interne. Senza un impegno concreto per affrontare le cause profonde del conflitto, in particolare la questione del Kashmir, e senza un monitoraggio internazionale efficace, il rischio di un nuovo ciclo di violenze rimane elevato. Le relazioni diplomatiche rimangono tese: l’India ha chiuso il valico di Attari, ha mantenuto il divieto di visti e ha sospeso i collegamenti aerei con il Pakistan. Il Pakistan, dal canto suo, ha sospeso l’Accordo di Simla del 1972, che fungeva da base per la risoluzione bilaterale delle controversie. In India, alcuni esponenti politici e militari hanno criticato la decisione di accettare la tregua, ritenendola prematura e demoralizzante per le forze armate.
In Pakistan, il primo ministro Shehbaz Sharif ha proclamato una «vittoria storica», alimentando ulteriori tensioni. Le più recenti manovre militari, tra cui l’Operazione Sindoor lanciata dall’India e la Bunyan-ul-Marsoos attivata dal Pakistan, hanno segnato una drammatica intensificazione nell’impiego di armamenti sofisticati, sollevando il timore concreto di errori di calcolo e di un’escalation fuori controllo. Il confronto tra due potenze nucleari dotate di eserciti molto potenti su una regione contesa, teatro di due guerre in passato, ha nuovamente scosso la comunità internazionale. Già nel 2016 e nel 2019, episodi simili di alta tensione tra Nuova Delhi e Islamabad avevano avuto come epicentro il Kashmir, ma in quei frangenti gli Stati Uniti erano intervenuti svolgendo un ruolo cruciale nel disinnescare la crisi. Diversamente da allora, l’attuale amministrazione statunitense guidata da Donald Trump si mantiene defilata: il vicepresidente J.D. Vance ha dichiarato a Fox News che lo scontro indo-pakistano «non riguarda fondamentalmente noi».
A innescare l’attuale ciclo di violenze è stato l’attacco terroristico avvenuto il mese scorso contro turisti nella regione del Kashmir controllata dall’India. L’attentato ha provocato la morte di 25 cittadini indiani e di un turista nepalese. Nuova Delhi ha attribuito immediatamente la responsabilità a Islamabad, che ha però negato ogni coinvolgimento, chiedendo l’avvio di un’indagine internazionale indipendente. Il generale Asim Munir, capo di Stato Maggiore delle forze armate pakistane, ha gettato benzina sul fuoco: è salito su un carro armato durante un’esercitazione per lanciare un messaggio chiaro: «Nessuna ambiguità, qualunque avventura militare dell’India riceverà una risposta immediata, decisa e di altissimo livello». Secondo Bharat Karnad, professore emerito di studi strategici presso il Centre for Policy Research di New Delhi che ha parlato al Time, la situazione dipende in larga parte proprio dalla figura di Asim Munir, che definisce «una testa calda, un fondamentalista del Corano, uno di quelli che credono davvero. Ha citato la Ghazwa-e-Hind, riferendosi a una guerra santa contro l’India menzionata negli Hadith islamici. Dall’altro lato, Fawad Chaudhry, ex ministro pakistano dell’Informazione sotto il governo di Imran Khan, punta il dito contro il premier indiano Narendra Modi. Per lui, Modi starebbe tentando di ridisegnare i confini del Kashmir per consolidare la propria eredità politica, soprattutto in vista di sondaggi elettorali sfavorevoli. «Vuole essere ricordato come un leader superiore a Gandhi o Nehru. Per questo allargherà il fronte bellico», ha affermato Chaudhry al Time.
Ora nel vuoto lasciato da Washington, altri attori stanno avanzando e potrebbe essere la chiave di volta. È il caso delle monarchie del Golfo, che si stanno proponendo come mediatori in una crisi di cui, ufficialmente, non sono parte. A guidare questa diplomazia silenziosa è l’Arabia Saudita. Il ministro degli Esteri saudita, Adel Al-Jubeir, ha compiuto una visita non annunciata in India per incontrare il collega Subrahmanyam Jaishankar e tentare una mediazione. Per Riad la pace non è solo auspicabile, ma vitale: nel Regno vivono circa 2,6 milioni di lavoratori indiani, una cifra analoga a quella dei pakistani. La visita di Modi a Gedda, proprio nei giorni dell’attacco in Kashmir, aveva come obiettivo il rafforzamento del Corridoio economico India-Medio Oriente-Europa, sostenuto da un accordo di investimenti da 100 miliardi di dollari. I Paesi del Golfo, per via dei loro legami profondi con l’India e il Pakistan, hanno tutto l’interesse a promuovere la moderazione tra le parti, dato che stabilità regionale è cruciale per loro. Con l’avvento di Mohammed Bin Salman la geopolitica saudita è cambiata e l’ascesa economica e diplomatica del Golfo ha spostato il baricentro delle decisioni strategiche: oggi sono gli interessi a guidare la politica estera, non più le affinità ideologiche. Ne sono prova anche i negoziati -per il momento bloccati – tra Arabia Saudita e Israele per normalizzare le relazioni.
Oltre a Riad, anche altri attori regionali come il Qatar e gli Emirati Arabi Uniti stanno cercando di influenzare la crisi. E in modo sorprendente: invece di sostenere Islamabad – come spesso avvenuto in passato per ragioni religiose – entrambi hanno chiesto moderazione. Secondo fonti indiane, Doha si sarebbe addirittura espressa in favore di Nuova Delhi. Eppure la partita resta complessa. La Cina continua a essere un pilastro del sostegno al Pakistan, tanto sul piano militare quanto su quello economico. Sono stati proprio i caccia cinesi J-10C, equipaggiati con missili PL-15, ad abbattere cinque jet indiani nei recenti scontri. Pechino è anche parte in causa nella disputa territoriale, controllando due fasce del Kashmir.
Ma il dato più rilevante è forse il superamento delle logiche ideologiche tradizionali. Per decenni, il Pakistan ha fatto leva sulla sua identità islamica per rivendicare una posizione privilegiata nel mondo musulmano. Oggi, però, l’India – pur laica e con valori divergenti – è divenuta un partner economico imprescindibile anche per le monarchie sunnite del Golfo. L’Iran, confinante col Pakistan e patria di una grande comunità sciita, è un caso emblematico: ha oggi rapporti migliori con l’India di quanti ne abbia con Islamabad. Dopo l’attentato nel Kashmir, Teheran ha espresso cordoglio verso Nuova Delhi e il suo ministro degli Esteri ha visitato l’India appena qualche ora dopo essere stato in Pakistan, offrendosi come mediatore. Inoltre, l’India è profondamente coinvolta nello sviluppo del porto iraniano di Chabahar, dove ha investito oltre 370 milioni di dollari.
Nonostante le iniziative diplomatiche, gli analisti temono che il punto di non ritorno possa essere stato superato e la prospettiva di una guerra aperta resta concreta. La diplomazia ha ancora margini di manovra, ma serviranno negoziati intensi, multilaterali e soprattutto continui per evitare che le fiamme divampino e molto dipende da quanto seriamente l’Arabia Saudita vorrà fare pressione sull’India. ma se fallirà lo scontro sarà inevitabile.
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