- Prende il via oggi il secondo storico processo. Ma, senza numeri al Senato, la sinistra riconsegnerà la scena all’ex presidente
- L’inquilino della Casa Bianca proseguirà nell’opera di stabilizzazione dell’area in chiave anti cinese
Lo speciale contiene due articoli
Prenderà il via oggi in Senato il secondo processo di impeachment contro Donald Trump: un evento storico, visto che mai prima d’ora un presidente americano era finito per due volte in stato d’accusa. La situazione politica generale resta tesa. E le incongruenze non mancano.
In primis, su questo processo aleggia l’ombra dell’incostituzionalità. Secondo la carta fondamentale americana, l’impeachment è infatti un procedimento esplicitamente rivolto contro «funzionari civili» per ottenere la rimozione dal loro incarico. Il paradosso stavolta è che l’imputato sia un ex presidente, visto che – dal 20 gennaio – Trump ha lasciato la Casa Bianca. Certo: qualcuno noterà che comunque il processo sia stato formalmente istruito dalla Camera quando – il 13 gennaio – il diretto interessato era ancora in carica. Resta tuttavia il fatto che oggi Trump sia un privato cittadino e che un processo di impeachment contro un privato cittadino non sia previsto dalla Costituzione.
A rendere ancora più evidente questo problema troviamo un ulteriore fattore: a presiedere il nuovo procedimento contro Trump non sarà il giudice capo della Corte Suprema, John Roberts, ma il presidente pro tempore del Senato, Patrick Leahy. Peccato che, secondo la Costituzione, un processo di impeachment contro un presidente dovrebbe essere presieduto proprio dal giudice capo della Corte Suprema: quello stesso Roberts che tuttavia, due settimane fa, si è chiamato fuori da questo nuovo procedimento. Non si capisce quindi a che titolo – giuridicamente parlando – Trump, da ex presidente, debba affrontare tale processo. È vero che nel 1876 il segretario alla Guerra, William Belknap, subì un impeachment dopo essersi dimesso dall’incarico. Ma attenzione: non si trattava di un presidente e – differentemente da Trump – si era dimesso proprio per sfuggire alla messa in stato d’accusa.
È chiaro che l’obiettivo politico degli avversari dell’ex presidente sia quello di arrivare all’interdizione dei pubblici uffici: possibile (e non automatico) effetto di una condanna. Resta tuttavia un problema: la prassi parlamentare del Senato ha stabilito che il voto (a maggioranza semplice) per l’interdizione debba seguire il voto (a maggioranza di due terzi) per la condanna. Ne consegue che, senza condanna, non si dovrebbe poter votare per l’interdizione. Ora, è al momento improbabile che – in questo processo – possa essere raggiunto il quorum dei due terzi dei voti: per arrivare a quella soglia dovrebbero infatti votare a favore della condanna almeno 17 senatori repubblicani. Un numero molto difficile da conseguire. Basti pensare che, due settimane fa, il senatore repubblicano, Rand Paul, aveva presentato una mozione per dichiarare questo nuovo processo incostituzionale: una mozione che è stata alla fine respinta, ma contro cui hanno votato appena cinque senatori dell’Elefantino.
In tutto questo, non trascuriamo i paradossi storici. Fermo restando il deplorevole errore commesso da Trump il 6 gennaio scorso, i dem – che hanno redatto come capo di imputazione quello di «incitamento all’insurrezione» – sembrano avere la memoria corta. Era il 4 marzo 2020, quando il loro capogruppo al Senato, Chuck Schumer, arringò una folla di manifestanti davanti alla Corte Suprema (riunitasi per valutare eventuali restrizioni all’aborto), pronunciando minacce contro i due supremi giudici nominati da Trump, Neil Gorsuch e Brett Kavanaugh. «Voglio dirti, Gorsuch; voglio dirti, Kavanaugh: avete liberato il vortice e ne pagherete il prezzo», esclamò tra la folla giubilante. Parole che furono definite «inappropriate» e «pericolose» dallo stesso John Roberts. A proposito di rispetto delle istituzioni, se è (giustamente) deprecabile aizzare una folla contro il Campidoglio, non dovrebbe essere altrettanto deprecabile fomentarla contro la Corte Suprema?
Infine attenzione: perché -politicamente parlando- questo secondo impeachment rischia di rivelarsi un boomerang per gli stessi avversari di Trump (democratici e repubblicani). Un sondaggio della Quinnipiac University ha registrato che gli americani siano spaccati quasi a metà sull’impeachment (con il 50% favorevole a una condanna e il 45% contrario). Inoltre, una recente rilevazione di The Hill ha evidenziato che il 64% degli elettori repubblicani sosterrebbe un eventuale nuovo partito, fondato da Trump: segno che l’ex presidente goda ancora di un bacino elettorale considerevole. Anziché metterlo all’angolo, l’impeachment rischia quindi di rafforzare l’ex inquilino della Casa Bianca. È forse anche in considerazione di ciò che alcuni senatori dem (come Tom Carper) auspicano un processo il più breve possibile (Politico ha riferito che l’idea sarebbe quella di concludere tutto entro sette giorni). Anche perché, qualora i tempi si allungassero, il Senato rischierebbe di restare impantanato. Il che costituirebbe un problema anche per l’agenda programmatica di Joe Biden.
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