Dolan infrange i sogni della sinistra: «Leone XIV costruirà ponti anche con Trump»
Ll’arcivescovo di New York, Timothy Dolan (Ansa)
Mentre la stampa progressista arruola il neo pontefice nella crociata anti tycoon, l’arcivescovo di New York assicura che «incontrerà tutti». E su lavoro e pace le agende di Casa Bianca e Vaticano sono compatibili.

«Non è gringo»; «ha la doppia cittadinanza»; presenta «tracce di sangue africano», in «uno strano intreccio tra origini liguri e caraibiche»; è «meticcio»; «es peruano»; «tiene corazon chiclayano»; «parla la sua lingua di vescovo dell’America Latina»; «non è propriamente statunitense», semmai «al di sopra dei confini» (parola dell’arcivescovo di Milano, Mario Delpini). Il primo atto dei progressisti era stato arruolare Leone XIV nella crociata contro Donald Trump. La seconda mossa, che ne completa l’appropriazione quale leader della sinistra globale, è dimostrare che Robert Francis Prevost non c’entra niente con gli Usa. È di Chicago? Un accidente. È americano? Sì, ma non è «amerikano». Il senso dell’operazione è chiaro: provare che il Paese guida dell’Occidente, oggi governato dal puzzone col ciuffo giallo, non ha ottenuto nulla in conclave.

Certo, l’elezione di un successore di Pietro non si decide col Cencelli del potere mondiale alla mano. L’accordo, dentro la Cappella Sistina, non è il risultato del calcolo degli equilibri sullo scacchiere. E, come ha spiegato ieri in un’intervista alla Stampa il cardinale Timothy Dolan, vicino al tycoon e tra gli artefici della nomina di Leone, la nazionalità di un candidato «non è irrilevante, ma non è centrale». Di sicuro, il criterio geopolitico è stato meno importante adesso che, ad esempio, «nel 1978, con Giovanni Paolo II e l’egemonia comunista» da avversare. Essere cattolici significa essere universali. Nel caso di papa Prevost – lo ha sottolineato, con il Corriere, il porporato Fernando Filoni – vuol dire appartenere «alla cultura occidentale», ma al contempo coltivare una «vocazione missionaria», avendo vissuto «in vari mondi», che il vicario di Cristo «rappresenta tutti». Dopodiché, il fatto che egli non fosse il pupillo della destra, il fatto che abbia criticato J.D. Vance sui migranti e che condivida l’ecologismo di Jorge Mario Bergoglio, non implica che proverà a picconare l’inquilino della Casa Bianca. «Costruirà ponti con i leader di ogni nazione. Anche con il presidente Trump», ha anzi assicurato Dolan, avanzando un pronostico che suona un po’ anche da raccomandazione.

In fondo, l’ampio consenso di cui alla fine ha goduto Prevost – «Più di 100 voti», ha riferito l’arcivescovo di Toamasina in Madagascar, monsignor Désiré Tsarahazana – è frutto pure del contributo del metropolita di New York, nonché del placet dei conservatori. I quali, così, hanno evitato che al soglio salisse una personalità più «a sinistra» di Francesco.

«È proprio questo che significa la parola latina “pontefice”: colui che costruisce ponti», ha insistito ancora Dolan, alludendo allo stesso proposito bergogliano che Leone XIV ha citato nel suo discorso dalla Loggia delle benedizioni. «Non ci sarà un leader che considererà più o meno importante di un altro», ha detto il presule della Grande Mela. «Nei prossimi giorni comincerà a incontrare quotidianamente capi di Stato e rappresentanti di tutto il mondo, con la stessa volontà di dialogo». Adesso, «Robert Francis Prevost non c’è più: ora c’è papa Leone». E un Papa, almeno da qualche secolo a questa parte, non porta avanti una politica internazionale da condottiero. Poi, per ragioni molto terrene, vista la condizione delle finanze vaticane, ha bisogno del sostegno della componente tradizionalista della Chiesa statunitense. Persino il cardinale Jean-Claude Hollerich, fedelissimo di Bergoglio, con Avvenire è stato definitivo: «Non abbiamo eletto un Papa anti Trump», ha precisato, bensì «un uomo di preghiera, un discepolo di Gesù». L’orrizonte della Chiesa è più ampio di un mandato presidenziale.

Intanto, la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha garantito che non c’è rancore tra il tycoon e il pontefice. E il vicepresidente Usa ha confermato che domenica 18 maggio sarà a Roma per l’intronizzazione di Prevost. Trump deve sciogliere le riserve, mentre sarà presente l’altro premier sovranista europeo, Viktor Orbán. Ieri, Vance, cattolico convertito in età adulta, ha voluto archiviare ogni polemica con il pontefice: «Cerco di non partecipare al gioco della politicizzazione del Papa», ha tagliato corto saggiamente, ignorando la levata di scudi partita dal milieu di Steve Bannon, dove si evoca addirittura lo spettro del marxismo.

Sarebbe altrettanto sciocco cadere nell’errore opposto a quello di chi spera di aver trovato un fustigatore del movimento Maga. Però, riflettere sulle dichiarazioni programmatiche di Leone XIV aiuta a uscire dalle classificazioni semplicistiche.

Il Papa ha ammesso di essersi ispirato all’autore della Rerum Novarum, nell’epoca di «un’altra rivoluzione industriale», legata «agli sviluppi dell’intelligenza artificiale che comportano nuove sfide per la difesa della dignità umana, della giustizia e del lavoro». E non è un mistero che la vittoria di Trump sia scaturita in gran parte dalla rivolta delle classi lavoratrici nei confronti di un sistema che, combinando deindustrializzazione, finanziarizzazione e digitalizzazione dell’economia, ha impoverito vaste aree del Paese. In più, in continuità con Francesco, Prevost ha invocato «una pace disarmata e disarmante». In Ucraina e a Gaza c’è ancora tanto da fare, ma ieri The Donald è riuscito a propiziare una tregua tra India e Pakistan. È già qualcosa.

Quello che conta non sono gli steccati ideologici. Ci vogliono persone che si rimbocchino le maniche. Uomini di buona volontà.

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