- Il presidente Mauricio Macri ha chiesto un prestito da 30 miliardi per mettere una pezza alla crisi economica, dovuta in particolare alla forza acquisita dal dollaro a seguito delle nuove politiche di Donald Trump. I bond secolari emessi dalla banca centrale albiceleste hanno attirato molti fondi previdenziali a stelle e strisce che ora temono un default.
- Mario Seminerio, analista finanziario, spiega alla Verità: «È la maledizione delle risorse naturali: ci sono Paesi ricchi di materie prime che non sanno gestire i cicli di boom e sboom finendo per indebitarsi». Sull’intervento dell’organismo di Washington: «Usare il prestito per imporre le sue politiche, può riportare il Paese al peronismo».
Lo speciale contiene due articoli.
La nuova politica monetaria della Federal reserve e le mosse commerciali della Casa Bianca, guidata da Donald Trump, stanno schiacciando le prospettive di crescita dei mercati emergenti. Dopo anni di rincorsa, i Paesi periferici che vedono le proprie economie interconnesse con il dollaro sono chiamati a fronteggiare un doppio fronte. Quello della valuta interna e quello delle materie prime. Vale per il Sudafrica, per il Brasile (vittima anche del proprio real) e la Turchia. Dalla lista nera non va ovviamente omessa l’Argentina, che tra tutte le nazioni esposte al dollaro resta la più debole, avendo fatto un default tecnico soltanto tre anni fa ed essendo uscita dalla crisi del 2001 soltanto nel 2017.
Il crollo del peso della scorsa settimana è stato inizialmente tamponato con un rialzo dei tassi del 40%. La mossa non è servita a rallentare la progressione inflattiva tanto che il presidente Mauricio Macri ha aperto una trattativa per chiedere un appoggio finanziario al Fondo monetario internazionale da 30 miliardi di dollari. Analisti e opinione pubblica si sono divisi. Macri, arrivato alla Casa Rosada nel 2015 con la promessa di rilanciare l’economia nazionale con un pacchetto di riforme di stampo liberale, ha sostenuto una linea molto precisa: «Ho deciso di intavolare alcune discussioni con il Fondo perché ci accordi un sostegno finanziario. Si tratta dell’unico cammino da intraprendere per uscire dallo stallo e per cercare di evitare una grave crisi economica che ci riporterebbe indietro». E la mente vola subito agli anni del peronismo dei Kirchner. Il ministro delle Finanze, Nicolás Dujovne, ha raggiunto Washington per iniziare le trattative e Christine Lagarde, direttore dell’organizzazione, ha promesso che lavorerà insieme «per rafforzare l’economia argentina».
La trattativa con il Fondo monetario riporta a galla le polemiche e gli scontri del passato. In queste ore la piazza è infiammata dalle proteste. Nel settembre del 2004, era stato il presidente Néstor Kirchner ad annunciare il rimborso dell’ultimo prestito concesso dall’organismo internazionale. «Dico formalmente ciao al Fondo monetario internazionale. L’Argentina ha pagato il suo debito», aveva detto alla folla radunata in Plaza de Mayo. La notizia era stata accolta come il primo passo verso il superamento della crisi del 2001. La guerra con l’organizzazione di Washington era stata condivisa anche da sua moglie, Cristina Kirchner, che gli succedette alla guida del governo. Nel 2013 la «presidenta» aveva espresso su Twitter la sua visione polemica nei confronti del Fondo, che aveva ritenuto inesatte le statistiche su inflazione e Pil elaborate dall’Indec, l’Istat argentino, e le aveva condannate.
«Bisogna tenere conto del fatto che si tratta di un Fondo monetario molto diverso da quello che abbiamo conosciuto 20 anni fa», ha spiegato alle agenzie Dujovne. «Nel 2016 e nel 2017 abbiamo avuto un contesto internazionale molto favorevole ma ora le cose stanno cambiando. E siamo tra i Paesi che dipendono di più dal finanziamento esterno», ha spiegato il ministro argentino. Immediate le reazioni dell’opposizione: la coalizione formata dai kirchneristi del Fronte per la vittoria e dai peronisti del Partito giustizialista ha dichiarato in un comunicato che «l’accordo con il Fondo non deve essere fatto alle spalle del popolo argentino». E secondo un sondaggio, il 75% delle persone intervistate non è d’accordo con la misura, che considera «inadeguata».
La domanda di fondo è quanto Macri sia libero di destreggiarsi tra i meandri finanziari. L’anno scorso il Paese ha emesso un bond secolare in dollari. Visto i rendimenti alti (che spiccano nella prateria dei tassi globali di solito poco superiori allo zero) si sono gettati sull’emissione numerosi fondi pensione Usa. La crisi dell’export di materie prime, il rialzo del dollaro e l’iperinflazione interna rendono difficile la gestione e il rimborso del megabond. In caso di default selettivo a lasciarci le penne sarebbero gli stessi fondi pensione statunitensi. Tanto che molti osservatori associano le urgenze dei fondi pensione con l’ingresso in campo del Fondo monetario internazionale. Ciò che è certo che le colpe della crisi sono certamente argentine ma gli sviluppi sembrano tanto a stelle e strisce.
Claudio Antonelli
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