Scossone politico in Mali. Il primo ministro, Choguel Maiga, è stato silurato dalla giunta militare. Pare che quest’ultima si fosse irritata, dopo che Maiga l’aveva criticata per non aver ancora organizzato delle elezioni.
“La transizione avrebbe dovuto concludersi il 26 marzo 2024, ma è stata posticipata a tempo indeterminato, unilateralmente, senza dibattito all’interno del governo”, aveva dichiarato il primo ministro, riferendosi al comportamento dei militari. Parole che, secondo la Cnn, avrebbero innescato tensioni: tensioni che, a loro volta, hanno portato al siluramento del premier. “Le funzioni del primo ministro e dei membri del governo sono cessate”, recita, non a caso, il decreto emesso dal colonnello Assimi Goita. Nel frattempo, le autorità militari hanno già nominato un nuovo primo ministro: si tratta del generale Abdoulaye Maiga (che non ha legami di parentela con il predecessore).
Il Paese ha subito due colpi di Stato nel 2020 e nel 2021. Dopo il secondo, la giunta aveva promesso di indire elezioni per restituire il potere ai civili entro marzo 2024: un impegno che, come abbiamo visto, è rimasto fondamentalmente disatteso. Ci si interroga intanto sul futuro del premier rimosso. “Dopo il suo licenziamento si sono verificate reazioni contrastanti a livello locale e regionale: alcuni sostenitori affermano che dovrebbe puntare alla presidenza, mentre altri lo considerano un traditore”, ha riportato la Bbc.
Quanto accaduto certifica la presenza di fratture significative ai vertici della classe dirigente del Mali. Non è attualmente chiaro che tipo di impatto geopolitico possa avere tale situazione. Non dimentichiamo che, insieme al Burkina Faso e al Niger, questo Paese è entrato sempre più nell’orbita di Mosca nel corso degli ultimi due anni e mezzo. Non solo. A settembre del 2023, il Mali, proprio insieme a Niger e Burkina, siglò un patto di sicurezza che prevede la mutua assistenza militare: un’intesa che suonò come uno schiaffo all’Ecowas, oltre che alla Francia, e che venne di fatto benedetta dalla Russia. Non solo. Negli ultimi tempi, Bamako ha rafforzato i propri rapporti anche con l’Iran che, non a caso, del Cremlino è uno dei principali alleati mediorientali.
Nel frattempo, la settimana scorsa, Abc News ha riportato che “almeno sei mercenari russi sono stati uccisi in un attacco da parte di un gruppo legato ad al-Qaeda nel Mali centrale”. L’imboscata è stata resa nota dalla stessa organizzazione islamista. Insomma, la tensione e l’instabilità restano alte nel Paese del Sahel. Il rischio è che tali fibrillazioni finiscano col contagiare il resto della regione: una regione che, ricordiamolo, risulta uno snodo fondamentale per i flussi migratori diretti verso le nostre coste.
Una ragione in più, questa, per rilanciare il fianco meridionale della Nato. E’ impellente che l’Alleanza atlantica aumenti la propria attenzione sul Sahel e sul Mediterraneo allargato. La crescente instabilità del Mali è l’ennesimo campanello d’allarme. Sarebbe quindi necessaria una strategia articolata prima che sia troppo tardi.
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