- Individuata dagli Usa una base sotterranea finora ignota, con missili intercontinentali lanciabili in tempi ultra rapidi: un duro colpo alla deterrenza del resto del mondo. La «lezione» iraniana: puntare sui bunker.
- Il regime vuole entrare nella ristretta élite di Paesi con un sistema di sorveglianza orbitale. Obiettivo: spiare i nemici e migliorare la precisione delle proprie armi.
- Pyongyang dispone già di 30-50 testate nucleari operative e arriverà a quota 300 entro il 2035. Se fosse attaccata, per reazione potrebbe distruggere Seul all’istante.
Lo speciale contiene tre articoli.
Un nuovo rapporto del Center for Strategic and International Studies (Csis), think tank con sede a Washington, getta nuova luce sulla crescente minaccia rappresentata dal programma missilistico nordcoreano. Secondo le ricerche degli analisti la Corea del Nord dispone di una base militare sotterranea fortemente fortificata, nei pressi del villaggio di Sinpung-dong, a circa 27 chilometri dal confine cinese. Una struttura rimasta nell’ombra per anni e che potrebbe ospitare missili balistici intercontinentali in grado di colpire la terraferma degli Stati Uniti. Il Csis sostiene che la costruzione della base sia iniziata attorno al 2004 e che sia diventata operativa circa un decennio dopo. Per identificarla il centro di ricerca ha incrociato interviste con fonti riservate, immagini satellitari, documenti declassificati e dati open source. Finora, l’istituto ha pubblicato rapporti su nove di questi siti, ma gli esperti stimano che il regime disponga di almeno 15-20 basi missilistiche non dichiarate sparse su tutto il territorio nazionale.
Il sito di Sinpung-dong appare diverso dagli altri. Non presenta infatti piattaforme di lancio né sistemi di difesa aerea nelle immediate vicinanze, un dettaglio che lascia pensare a un utilizzo specifico: ospitare missili balistici intercontinentali mobili a combustibile solido. Queste armi, trasportabili su enormi camion, hanno due vantaggi: possono spostarsi per eludere i sistemi di sorveglianza e sono più difficili da neutralizzare in caso di attacco preventivo. Inoltre, grazie al combustibile solido, possono essere mantenute pronte al lancio senza lunghi tempi di rifornimento. «Non è affatto una buona notizia» ha dichiarato Victor D. Cha, coautore del rapporto e già funzionario del Consiglio di sicurezza nazionale americano. «Con queste armi Pyongyang avrebbe la capacità di colpire in tempi rapidissimi, riducendo drasticamente la finestra utile per neutralizzarle prima del lancio». Secondo il Csis, la base ha una superficie paragonabile a quella dell’aeroporto internazionale John F. Kennedy di New York. Potrebbe ospitare da sei a nove Icbm avanzati, i veicoli necessari al loro trasporto e migliaia di soldati addetti alle operazioni.
Gli esperti sottolineano che, per motivi di sicurezza, i missili balistici intercontinentali (Icbm) non vengono generalmente immagazzinati con le testate nucleari già montate. L’assemblaggio avverrebbe in siti separati, comunque raggiungibili in meno di mezz’ora. Una stima dello Stockholm International Peace Research Institute calcola che la Corea del Nord abbia già pronte circa 50 testate nucleari e materiale fissile sufficiente a produrne fino a 40 in più. La spinta di Pyongyang a rafforzare la propria rete di basi sotterranee sarebbe cresciuta dopo i bombardamenti statunitensi di giugno contro tre siti nucleari in Iran, strutture che, secondo alcune ricostruzioni, sarebbero state progettate con l’aiuto nordcoreano negli anni passati. Per il leader Kim Jong-un, il programma nucleare è la «spada preziosa» che garantisce indipendenza, deterrenza e sopravvivenza del regime. La guerra in Ucraina ha ulteriormente accelerato questo processo. L’uso da parte della Russia di armi a corto raggio fornite dalla Corea del Nord ha offerto a Pyongyang esperienza pratica sull’impiego in combattimento dei propri sistemi.
Dopo l’improvvisa interruzione dei colloqui con Donald Trump nel 2019, Kim ha revocato la moratoria sui test a lungo raggio, rilanciando i lanci sperimentali e presentando nuovi Icbm capaci di trasportare più testate nucleari e di colpire distanze ancora maggiori. Da allora, il regime non ha mostrato alcun interesse a riprendere negoziati sul disarmo, preferendo potenziare la propria capacità offensiva.
Il programma nucleare nordcoreano affonda le sue radici negli anni Ottanta, con l’assistenza tecnologica proveniente dall’Unione sovietica e, in parte, dal Pakistan. Il primo test atomico risale al 2006 e da allora Pyongyang ha condotto oltre sei esplosioni sotterranee. Ogni tentativo di dialogo con la comunità internazionale, dal processo dei Six Party Talks fino ai vertici di Singapore e Hanoi con Donald Trump, si è concluso senza risultati concreti.
Per Kim la lezione è chiara: la rinuncia all’arma nucleare equivarrebbe a esporre il regime a un rischio esistenziale. Un calcolo che rende improbabile qualsiasi reale concessione nei negoziati, a meno che non vengano garantite garanzie di sopravvivenza al regime, difficili da accettare per Washington e i suoi alleati.
La notizia della base di Sinpung-dong ha suscitato preoccupazioni immediate in Corea del Sud e Giappone, già sotto la minaccia dei missili a corto e medio raggio. Seul teme che la nuova generazione di Icbm solid-fuel aumenti la pressione militare e riduca la possibilità di prevenire un attacco. La Cina, pur essendo formalmente alleata di Pyongyang, osserva con cautela. Un’espansione incontrollata dell’arsenale nordcoreano rischia infatti di destabilizzare l’intera regione e complicare i rapporti con Washington. Tuttavia, Pechino ha tutto l’interesse a evitare un collasso del regime vicino al proprio confine, preferendo mantenere un fragile equilibrio. Gli Stati Uniti hanno ribadito che continueranno a rafforzare la cooperazione con Seul e Tokyo, incrementando le esercitazioni congiunte e migliorando i sistemi di difesa missilistica, come il Thaad. Washington teme che il rapido avanzamento delle capacità nordcoreane possa non solo minacciare il territorio americano, ma anche erodere la credibilità del proprio ombrello nucleare sugli alleati asiatici. La scoperta della base di Sinpung-dong conferma quanto difficile sia monitorare la reale estensione del programma missilistico nordcoreano. L’esistenza di strutture sotterranee non dichiarate rende complessa la valutazione della minaccia e riduce i margini d’azione per una risposta militare preventiva. La scelta di puntare su sistemi a combustibile solido rappresenta una svolta qualitativa. A differenza dei missili a combustibile liquido, che richiedono lunghi tempi di preparazione e sono vulnerabili durante il rifornimento, gli Icbm solidi possono essere lanciati quasi istantaneamente. Una caratteristica che, secondo gli esperti, «complica enormemente la pianificazione militare americana». Non si tratta soltanto di un problema di difesa regionale. Con missili in grado di raggiungere il continente americano, la Corea del Nord consolida la sua capacità di deterrenza strategica globale. Un arsenale che, se combinato con l’instabilità politica e l’imprevedibilità del regime, costituisce una delle sfide più complesse per la sicurezza internazionale.
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