Per Generali utile a 1,44 miliardi. Dividendo di 1,28 euro ad azione
Andrea Sironi (Ansa)
Ieri l’assemblea del Leone. Delfin e il gruppo Caltagirone non hanno partecipato.

Per aprire ieri l’assemblea delle Generali il presidente della compagnia triestina, Andrea Sironi, non ha scelto un tema a caso. Ma quello delle norme inserite nel ddl Capitali sulla presentazione di una lista del board uscente per il suo rinnovo. Le regole del gioco cambieranno dal 2025 quando a primavera gli azionisti saranno chiamati a votare la composizione del nuovo board del Leone. Ieri Sironi ha dunque sottolineato che «l’Italia sta portando avanti importanti interventi normativi a sostegno della competitività del mercato dei capitali. Ci auguriamo che questi interventi, disegnati in modo coordinato e collaborativo da tutti i principali stakeholders nel corso degli ultimi cinque anni con lo scopo di accrescere l’attrattività del nostro Paese nei confronti degli investitori internazionali, possano guardare alle sfide di lungo periodo che l’Italia e l’Europa hanno di fronte». Poi l’affondo: «A tal fine, occorre superare quelle deviazioni dalle migliori pratiche internazionali – penso al sostanziale disincentivo alla possibilità per un consiglio uscente di formulare proposte all’assemblea degli azionisti per il consiglio futuro». E ancora: «Tutti gli operatori guardano con favore a evoluzioni che permettano alle società quotate di scegliere il proprio assetto di governance ideale, nello spirito del Listing act attualmente in discussione a livello continentale, e senza vincoli estranei alle best practice internazionali, per di più di dubbia costituzionalità». Insomma, pur con parole assai dosate, il numero uno delle Generali ha criticato i nuovi ostacoli alle liste dei cda uscenti e ha anche adombrato possibili vizi di incostituzionalità del provvedimento approvato a fine febbraio. Il passaggio sulla costituzionalità non è un dettaglio, anzi.

Il 27 marzo è entrata in vigore la cosiddetta legge Capitali. Il percorso da compiere però non sarà breve. Approvato il disegno di legge, Mef e Parlamento sono poi delegati a provvedere, entro 12 mesi dalla data di entrata in vigore del ddl, ai decreti attuativi e anche alla modifica del Testo unico della finanza (Tuf) del 1998. L’ultima parola, a quel punto, spetterà al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. La legge non può tornare in Aula. Ma se dal Quirinale verranno mossi dei rilievi, è prassi consolidata che vengano recepiti. Non è detto che Mattarella ne faccia, sia chiaro. Ma da qui a marzo 2025 al Colle potrebbe arrivare l’eco di altre voci dal mercato e dai fondi stranieri che tengono alta l’attenzione.

Ieri, intanto, l’assemblea ha dato il via libera al bilancio 2023 (chiuso con un utile netto di 1,44 miliardi) e al dividendo (1,28 euro per azione), entrambi con oltre il 99% di voti favorevoli alla presenza del 49,79% del capitale rispetto al 63% dell’anno scorso. Ieri non hanno depositato le loro azioni e dunque non hanno partecipato all’assemblea la holding della famiglia Del Vecchio, Delfin (9,93%) e il gruppo Caltagirone (6,19%). Dalla lettura del libro soci, inoltre, è emerso che il primo socio, Mediobanca, detiene il 13,11%, il gruppo Benetton possiede il 4,83%, mentre Fondazione Crt ha rafforzato la quota a ridosso del 2%, portandosi per la precisione all’1,92%. L’anno scorso l’ente torinese si era presentato con circa l’1,6% e nei mesi scorsi l’allora presidente Fabrizio Palenzona (che martedì si è dimesso) aveva preannunciato un incremento della quota fino al 2% utilizzando i proventi della dismissione della partecipazione in Banco Bpm.

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