C’è vita oltre Zelensky? Il presidente ucraino è solo un condottiero coraggioso, oppure è diventato l’elefante nella stanza? Si può davvero negoziare una via d’uscita diplomatica dal conflitto, se l’uomo che prometteva di ricacciare il nemico al di là dei confini del 1991 resta in sella? È vero: di concessioni territoriali, ormai, parla persino lui. L’ultimo accenno l’ha fatto l’altro giorno, quando ha ammesso che non si può più morire per la Crimea. Intanto, sua moglie Olena, intervistata da Repubblica, ha punzecchiato Donald Trump: «Con lui nessuno può essere del tutto sicuro». Ma sarà il repubblicano il prossimo inquilino della Casa Bianca; sarà il tycoon a mettere allo stesso tavolo i vertici di Kiev e di Mosca. E siccome sostituire Vladimir Putin è una missione impossibile, diventa lecito domandarsi se, pur di facilitare il percorso, a saltare non possa essere l’ex attore in tuta mimetica.
Sarebbe ingenuo credere che Volodymyr Zelensky sia disposto al passo indietro. Molto dipenderà anche dalla piega che prenderà il dialogo con la controparte: irrigidimenti, intoppi e lungaggini irriterebbero Trump, finora alquanto prudente sul dossier, insolitamente abbottonato. Il problema è che governare un Paese durante una guerra è pericoloso. Winston Churchill, nonostante la vittoria sul nazismo, alle prime elezioni postbelliche del 1945 fu sconfitto dai laburisti di Clement Attlee. Figuratevi cosa può succedere al «nuovo Churchill», che a differenza del vecchio la guerra non la sta vincendo.
Zelensky si è aggrappato ai missili a lungo raggio e alle mine antiuomo, per ritrovarsi, quando verrà il momento, nella posizione più solida possibile. Dopodiché, si aprirà il capitolo della ricostruzione e del futuro geopolitico dell’Ucraina: dentro l’Ue? Dentro la Nato? Stando ai sondaggi, la maggioranza dei connazionali del presidente è stanca di combattere. E non è chiaro se il comico diventato comandante in capo abbia ancora un consenso plebiscitario, adatto a prendere decisioni critiche. Anche perché, a un certo punto, nel suo Paese dovrà tornare la democrazia. Zelensky esclude elezioni imminenti: prima ci vuole «un mondo giusto», ha berciato martedì davanti all’Europarlamento. Intanto, ha lavorato alacremente per fare piazza pulita degli avversari. E allora? C’è, in Ucraina, un leader in grado di subentrargli?
La Piattaforma per la vita, il partito «filorusso» diretto concorrente del Servitore del popolo (schieramento che ha preso il nome dalla serie tv di cui era protagonista Zelensky), è stato messo al bando poco dopo l’invasione. Il gruppo parlamentare a esso collegato si è liquefatto e si diviso in vari rivoli. Il principale è Piattaforma per la vita e la pace, la compagine guidata da Yuriy Boyko, oggi alleata del presidente. Già ministro dell’Energia per Viktor Yanukovych, in seguito vicepremier, nel 2019 fece il pieno di voti nel Donbass conteso. Il suo asso nella manica, ossia la facilità d’interlocuzione con il nemico, per assurdo è pure il suo punto debole: qualunque compromesso che passasse per lui somiglierebbe a una resa, anche se Boyko ormai sostiene l’adesione all’Ue.
Sicuramente più pop sono altre due figure venute alla ribalta in questi anni bui: l’ex capo delle forze armate, Valery Zaluzhny, e il sindaco di Kiev, il pugile Vitaly Klitschko.
Il militare è stato il capro espiatorio del più grande fiasco di Zelensky: il fallimento della controffensiva nel 2023. L’insuccesso è stato attribuito all’ostinazione e ai presunti errori strategici del «generale di ferro», rimosso in favore di Oleksandr Syrsky e spedito a fare l’ambasciatore nel Regno Unito. Zaluzhny, finora, non si è prestato a polemiche. E rimane amatissimo in patria: per gli ucraini è un eroe. Non è un politico consumato, ma sa tenere la schiena dritta e, al contempo, ha la credibilità necessaria a rendere digeribili gli inevitabili cedimenti. Certo, i militari possono essere bravi a fare la guerra ma non necessariamente sanno fare la pace.
Klitschko, invece, non ha lesinato critiche a Zelensky. Commentando l’ostinato rifiuto di riportare i cittadini alle urne, ha denunciato il pericolo che l’Ucraina diventi troppo simile alla Russia, «dove tutto dipende dal capriccio di un uomo». Lo scorso luglio, intervistato dal Corriere, già intuiva il vicolo cieco, il «suicidio politico» in cui si stava per infilare il presidente: come spiegare alla gente che occorrono concessioni territoriali, se per difendere quelle regioni sono morti migliaia di soldati? Tuttavia, la sua soluzione – indire un referendum – sarebbe improponibile. Affidare l’esito di una trattativa di pace al voto è troppo radicale per qualsiasi democrazia.
Resterebbe, infine, la vecchia guardia. A giugno, il Kyiv Independent ci teneva a rassicurare i lettori occidentali: nonostante la legge marziale e le epurazioni perpetrate da Zelensky, in Ucraina l’opposizione è sopravvissuta. A incarnarla, ad esempio, c’è Solidarietà europea, il partito dell’ex presidente Petro Poroshenko, battuto alle urne nel 2019 dal sorprendente comico televisivo. La scorsa primavera, il politico (e oligarca) ha confermato di volersi candidare alle prossime presidenziali. Ma i guai giudiziari lo inseguono, così come il suo pedigree antirusso, che per il mediatore Trump risulterebbe scomodo.
Poi ci sono i socialdemocratici di Yulia Tymoshenko, già primo ministro, la «Giovanna d’Arco» della rivoluzione arancione del 2004, con cui si arrivò all’annullamento della vittoria elettorale del filorusso Viktor Yanukovych. Lei subì un dubbio processo e una controversa condanna per i contratti siglati con Gazprom. Alle presidenziali 2019 è riuscita a piazzarsi terza, dietro Zelensky e Poroshenko. Le ombre sul suo passato, comunque, sono lunghe. E per tracannare calici amari, le persone hanno bisogno di un leader senza macchia. Di un «servitore del popolo». E benché logorato dalla guerra, il primo a saperlo è proprio Zelensky.
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