Psicodramma fra alleati: Fi, stizzita per i veti sulla formazione dell’esecutivo, si arrocca. Arriva però il sostegno dall’opposizione e Liliana Segre passa il testimone all’ex missino.

«Con i veti niente voti». È necessario partire dalla fine, da una frase slogan sibilata a fil di palo da Anna Maria Bernini, per cogliere l’essenza della giornata surreale che porta Ignazio La Russa sullo scranno della presidenza del Senato, Giorgia Meloni a imporre i numeri della vittoria nelle urne, Silvio Berlusconi a perdere le staffe, Liliana Segre a uscire da palazzo Madama con un enorme mazzo di fiori bianchi (donatole dal neopresidente). E gli elettori di centrodestra, che il 25 settembre erano andati compatti a votare per cambiare la maggioranza del Paese dopo 13 anni di palude sinistrorsa, a sgranare gli occhi davanti a un imbarazzante spettacolo di sfilacciamento precoce. Segnale che la filosofia del poltronificio è viva, vegeta e pure trasversale.

Il primo giorno di scuola della XIX legislatura è già quello delle trappole. Comincia a metà mattina con il discorso della senatrice a vita, che 77 anni fa fu reduce da Auschwitz e che ridisegna per l’ennesima volta il perimetro costituzionale della repubblica italiana, sottolineando i valori fondanti di unità e comunione d’intenti. Ha un sussulto ricordando una coincidenza di calendario: «Tocca a me presiedere nel tempio della democrazia proprio nel mese dell’anniversario della marcia su Roma che inaugurò la dittatura fascista, provo vertigine». Il passaggio più significativo riguarda i valori condivisi: «Le grandi nazioni dimostrano di essere tali anche riconoscendosi coralmente nelle festività civili. Perché non dovrebbe essere così anche per il popolo italiano? Perché mai dovrebbero essere vissute come date divisive il 25 Aprile festa della Liberazione, il 1° Maggio festa del lavoro, il 2 Giugno festa della Repubblica?». Dovrebbe chiederlo all’Anpi e ai nostalgici del rosso antico, potrebbero avere molto da ridire.

Nel centrodestra si intuisce maretta. L’input di convergere con decisione su La Russa e (alla Camera) Riccardo Molinari della Lega, crea fibrillazioni. Silvio Berlusconi rientra a testa alta in Senato dopo nove anni, ma nonostante le rassicurazioni non è sereno. Mentre a Montecitorio la votazione va deserta, si impone un tema: il lodo Licia Ronzulli. Forza Italia insiste per un ministero a una delle sue rappresentanti di punta, gli alleati continuano a dire di no. La Russa fiuta l’aria e se la cava con una battuta scaramantica: «Al massimo potrei fare il presidente di un Inter club».

Arriva la votazione e nell’emiciclo semivuoto per via del taglio dei parlamentari si coglie l’atteggiamento negativo dei 17 di Forza Italia: sono in Aula ma non rispondono alla chiama. Solo il leader ed Elisabetta Alberti Casellati, presidente uscente, si preparano a ricevere la scheda. Qui avviene la scena che caratterizza la giornata. La Russa si avvicina al Cavaliere e gli sussurra di avere comunque i voti. Berlusconi ha un moto di ribellione: «Si è tanto discusso sulla questione veto e mi avevi promesso tre ministri. Sono stato messo sotto da tutti. Vaffa…». Montblanc violentata contro il banco, cartelletta bordeaux chiusa con stizza. Uno spettacolo poco edificante.

Tutto ciò mentre Andrea Crisanti perde la scheda sotto il catafalco causando sospensione e caos. La sinistra mostra analoghi mal di pancia: Giuseppe Conte saluta calorosamente Nicola Zingaretti e neppure guarda Enrico Letta. Gelo ricambiato. Nonostante la delusione Berlusconi vota, ma quando esce dalla tenda ha un istante di incertezza, si appoggia alla balaustra e viene sorretto da Daniela Santanchè. L’elettricità determinata dal Vaudeville senatoriale è palpabile ma alle 13.30 è tutto finito: La Russa è il nuovo presidente con 116 voti (su una maggioranza di 104). Due voti a testa vanno alla Segre e a Roberto Calderoli, che già alla vigilia aveva fatto un passo indietro.

Il blitz di Forza Italia non va a segno e il resto del pomeriggio trascorre alla ricerca dei 17 voti dell’opposizione andati a La Russa. L’indiziato numero uno è Matteo Renzi, alla ricerca di consensi di ritorno per la presidenza delle Commissioni. Lui nega («Lo avrei rivendicato con orgoglio») e i suoi nove voti non sarebbero bastati. I sospetti sui 5 stelle già in libera uscita sono fondati. Meloni è contenta: «Grazie a tutti coloro che, con senso di responsabilità e in un momento nel quale l’Italia chiede risposte immediate, hanno consentito di far eleggere già alla prima votazione la seconda carica dello Stato». L’eletto ricorda nel suo discorso le vittime bipartisan del terrorismo (da Luigi Calabresi a Sergio Ramelli a Fausto e Iaio) e vorrebbe aggiungere alle date storiche quella della costituzione del Regno d’Italia. A chi gli chiede se è contento, più tardi risponderà: «’Na Pasqua».

Il Pd conta le schede bianche e assicura che non ci sono state defezioni. Pierferdinando Casini si toglie un sassolino dalla Church su Instagram: «Sono circondato da dilettanti allo sbaraglio. Che l’opposizione soccorra la maggioranza alla prima votazione è un atto di puro autolesionismo. Bisognerebbe consigliare a tutti qualche corso di formazione politica». Oggi per la Camera Pd e partitini contrapporranno un candidato di bandiera per evitare altri smottamenti, mentre nel centrodestra si fa largo un nuovo nome in pole position: Lorenzo Fontana.

Verso sera la maggioranza sembra ricompattarsi. Berlusconi spiega che «Forza Italia ha voluto dare un segnale di apertura con il mio voto ma è emerso un forte disagio per i veti espressi in questi giorni sul governo». Il leader ammette che «Licia Ronzulli non sarà ministro». Restano stizze, vaffa e l’aria da disfida di Barletta che hanno infastidito gli elettori. Come postura istituzionale si doveva fare molto meglio delle convergenze parallele. Se il buongiorno si vede dal mattino, potrebbe piovere.

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