Il falco Kallas alla prova degli Usa
Kaja Kallas (Getty Images)
Il nuovo ministro degli Esteri dell’Unione ha posizioni antirusse che possono ledere i piani di Washington, cauta sull’escalation con Mosca. E poi c’è il dossier Teheran.

Il passato non è mai passato. Il premier estone, Kaja Kallas, indicata dal Consiglio europeo come prossimo Alto rappresentante per gli Affari esteri e la Politica di sicurezza dell’Unione, ha una mamma e una nonna deportate dal regime sovietico in Siberia. Il suo oltranzismo antirusso, come quello di molti suoi connazionali, ha dunque radici autobiografiche. E le è costato una ritorsione simbolica da parte di Mosca che, a febbraio, l’ha messa nella lista dei ricercati insieme al suo segretario di Stato e al ministro della Cultura lituano. Il Cremlino adesso la stronca: «Non ha ancora dimostrato inclinazioni diplomatiche», anzi, è «ben nota» per «dichiarazioni sfrenatamente russofobe».

La quarantasettenne figlia d’arte (il padre fu primo ministro e commissario Ue) è tra i leader che hanno reagito con più entusiasmo alla proposta, dapprima formulata da Emmanuel Macron, di spedire truppe in Ucraina. L’Estonia, comprensibilmente, vive nella paura di un’aggressione da parte della vicina Federazione. A maggio, il consigliere per la sicurezza nazionale aveva confermato che Tallin stava «valutando seriamente» la possibilità di inviare militari al fronte. L’intelligence sostiene che Vladimir Putin attaccherà la Nato entro il 2025. E il presidente estone, Alar Karis, ha già invitato i suoi concittadini a prepararsi «al peggio».

La Kallas è convinta che a Kiev debba essere garantito un percorso d’integrazione in Europa e nella Nato. Il paradosso è che proprio certe posizioni intransigenti le hanno fatto perdere la corsa per la successione a Jens Stoltenberg. Il segretario generale dell’Alleanza verrà invece sostituito dall’olandese Mark Rutte: l’uomo che aveva promesso di consegnare gli F-16 a Volodymyr Zelensky, dopo è corso in Ungheria a blandire il «putiniano» Viktor Orbán.

La questione è centrale, visto che la capofila del Partito riformatore, affiliato ai macroniani di Renew, dovrebbe diventare il ministro degli Esteri dell’Ue. Nel momento della massima tensione con lo zar, nessuno si aspettava una colomba; ma aver scelto un falco è un segnale forte, all’indomani degli accordi per la sicurezza siglati con gli ucraini, che si tradurranno in altri esborsi miliardari per l’Unione. E ciò nonostante gli elettori di due Paesi fondatori – Francia e Germania – abbiano emesso un verdetto di manifesta insofferenza per il coinvolgimento occidentale nella guerra. Se in Italia la sentenza è apparsa meno netta, è stato solo perché Giorgia Meloni ha tirato il freno, negando, ad esempio, che le armi fornite da Roma potessero essere usate per colpire la Russia. Cosa pensano, della numero uno della diplomazia europea, gli americani, nostri principali alleati? Di buono, per Washington, c’è che la Kallas spinge per aumentare le spese militari e raggiungere il famoso obiettivo del 2% del Pil destinato ai contributi per la Nato. È un’aspirazione in linea sia con i desiderata di Joe Biden, sia con le pressioni che, quando era alla Casa Bianca, si mise a esercitare Donald Trump. Meno scontato, invece, che gli Usa apprezzino l’inscalfibile russofobia dell’Alto rappresentante designato.

Il dibattito dell’altra notte tra il presidente e il tycoon potrebbe aver tirato la volata a The Donald, fermo restando che la strada verso le elezioni di novembre è ancora lunghissima. Il punto è che le indiscrezioni sul piano di pace che Trump sarebbe pronto a sposare, con la concessione de facto a Mosca dei territori occupati, mal si conciliano con l’inflessibilità estone. E se invece i dem conservassero la presidenza? Sarà che essi sono sensibili alle insidie della campagna elettorale, però, ultimamente, l’amministrazione americana, con Putin, ha usato la carota quasi tanto quanto il bastone. I ministri della Difesa statunitense e russo sono tornati a parlarsi. E Lloyd Austin ha assicurato all’omologo che nessun militare con la bandiera a stelle strisce metterà piede nel Donbass. La rigidità della Kallas sarebbe semmai funzionale allo scaltro disegno degli Usa: scaricare finalmente sul Vecchio continente la responsabilità totale del destino dell’Ucraina. In termini di difesa e in termini di sostegno economico.

Sullo scacchiere, infine, c’è l’incognita Iran: il timido Biden non ha incassato grandi successi. Al contrario, ha combinato pasticci. All’opposto, i conservatori rimangono su posizioni di ferma ostilità a Teheran. Se il premier baltico seguisse le orme dei predecessori, Josep Borrell e Federica Mogherini, per nulla feroci con gli ayatollah, qualcuno Oltreoceano finirà per prenderla male.

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