Per Donnet si apre la partita Natixis
Philippe Donnet (Ansa)
Confermato in Generali, l’ad deve convincere alcuni soci (Crt, Unicredit e Benetton) e Chigi (Golden power) dell’affare sul risparmio. Sfida aperta su Mediobanca (+6,6%).

Ora la palla è nel campo di Philippe Donnet. Dopo aver blindato la sua posizione ai vertici di Generali con il voto dell’assemblea, l’amministratore delegato del colosso assicurativo è chiamato a chiarire al governo gli obiettivi dell’operazione con Natixis. Un passaggio delicato, che chiama in causa i rapporti con Parigi e il tema, mai secondario, della sovranità sul risparmio nazionale.

Donnet in assemblea ha parlato chiaro: «La governance non sarà mai nelle mani dei francesi: questo non succederà mai, è una governance paritetica». L’accordo, ha assicurato non comporterà nessuna perdita di controllo sugli asset da parte italiana, che continuerà a detenere la piena titolarità delle scelte d’investimento.

Un messaggio indirizzato non solo agli azionisti, ma anche – e forse soprattutto – a Palazzo Chigi, in un momento in cui il governo guarda con crescente attenzione a ogni movimento che coinvolga i «campioni nazionali» della finanza.

Nel frattempo, è un’altra la partita che ha acceso Piazza Affari: l’offerta pubblica di scambio lanciata da Mps su Mediobanca. Una mossa che ha fatto schizzare le azioni di Piazzetta Cuccia (+6,6%, a 17,59 euro) e che potrebbe rimescolare profondamente gli equilibri in Generali, di cui Mediobanca è primo azionista con il 13%. Sullo sfondo, si muovono pedine pesanti a cominciare da Francesco Gaetano Caltagirone. L’imprenditore romano non ha mai fatto mistero della sua ambizione: avere un peso maggiore nelle scelte strategiche del gruppo assicurativo triestino allo scopo di tutelare gli asset nazionali. Dopo il risultato assembleare, che ha visto prevalere ancora una volta la lista espressa da Mediobanca e sostenuta dai grandi fondi internazionali, l’offensiva si è spostata a Piazza Affari. Il controllo di Mediobanca, infatti, rappresenta la leva più efficace per influenzare le sorti di Generali. Ed è proprio qui che si inserisce l’Ops targata Rocca Salimbeni di cui Caltagirone è secondo azionista dopo il Tesoro e primo socio privato con il 10% circa.

In questo contesto, ogni movimento diventa strategico, ogni alleato potenziale un elemento di svolta. All’assemblea di Generali la lista di Caltagirone ha incassato, oltre al voto scontato di Delfin anche il consenso di Crt (circa il 2%) e quello, a sorpresa di Unicredit (6,5%).

La banca avrebbe fatto, stando a quanto raccolto in ambienti finanziari vicini al dossier, per dare un segnale preciso: la necessità di imprimere un cambiamento a Trieste, a partire dall’operazione Natixis.

Non ci sarebbe, in altre parole, alcun collegamento con la partita Banco Bpm e con il golden power deciso dal governo. Sarebbero due dossier completamente separati che viaggiano su strade differenti. Anche l’astensione di Benetton sarebbe un segnale in questa direzione. E pure Crt ha motivato il suo voto come impulso ad una «maggiore condivisione» fra gli azionisti.

E ora l’attenzione si sposta per intero su Mediobanca. Il titolo della più blasonata banca d’affari italiana ha chiuso in volata del 6,6% a 17,59 euro, riportandosi sopra i livelli pre dazi (cioè della chiusura del 2 aprile), Mps è balzata del 4,6% a 7,2 euro, mentre Generali ha chiuso a +1,33%, in linea con Piazza Affari.

Insomma, archiviato il risultato dell’assise di Trieste, il mercato guarda già all’offerta lanciata da Rocca Salimbeni su Mediobanca, dove Delfin e Caltagirone sono i primi due soci, come prossima tappa chiave per gli equilibri del Leone di Trieste.

Sono già iniziate le grandi manovre, anche in Borsa, dove tra gli operatori si «fiuta» l’imminente battaglia per il controllo di Piazzetta Cuccia e – alla luce dello sconto, di circa il 6%, che permane sull’Ops – si punta anche su un possibile mini intervento di Mps per adeguare l’offerta ai prezzi del listino.

E il Tesoro? Ovviamente non starà a guardare considerando anche che detiene ancora l’11% di Mps. Non solo: anche sul dossier Generali, e in particolare sull’accordo con Natixis, il governo potrebbe far valere un suo peso politico, nel nome della tutela degli interessi strategici nazionali.

Proprio ieri parlando a margine della riunione del Fondo Monetario Giorgetti ha insistito sul Golden power. Ha ricordato che esiste «una legge approvata nel 2022 con il governo Draghi, che io ho votato e che prevede che il governo debba valutare l’interesse nazionale». Ha poi aggiunto di «invidiare un po’ gli Stati Uniti», dove l’interesse nazionale «risponde a un concetto abbastanza virile, mentre in Italia abbiamo un concetto di interesse nazionale più lasco».

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