Il mercato dell’auto in Europa nel primo trimestre 2026 racconta una crisi d’identità che non risparmia nessuno. L’Italia prova una timida risalita, ma il continente resta frenato da tassi pesanti, inflazione e domanda debole. L’ideologia europea ha, insomma, ignorato il mercato: le aziende «vulnerabili», che hanno puntato tutto sulla transizione elettrica forzata, si ritrovano con piazzali pieni di auto invendute e margini a picco. I gruppi «resilienti», capaci di mantenere flessibilità tecnologica, navigano meglio la tempesta.
Il termometro finanziario è impietoso: l’Etf iShares Stoxx Europe 600 Automobiles & Parts segna circa -12% da inizio anno e quasi -20% a tre anni. È la fotografia della distruzione di valore. Mentre Bruxelles discute di dazi contro Pechino, i colossi cinesi hanno trovato una scorciatoia: il Marocco. Grazie agli accordi di libero scambio con l’Unione europea, batterie e componenti possono arrivare nel Vecchio Continente come prodotti «europei», aggirando le barriere. È un assist geopolitico che rischia di colpire una filiera già indebolita.
In Germania il quadro è cupo. Volkswagen arretra in Borsa e paga il crollo della domanda, soprattutto in Cina. Mercedes-Benz non sta meglio: Ola Källenius ha congelato i bonus e chiesto il ritorno alla settimana di 40 ore senza aumenti. «Dovremmo lavorare di più per la stessa retribuzione in tutti i settori. La tariffa oraria deve diminuire», è il messaggio ai dipendenti. Il margine operativo auto, sceso al 4,1%, mostra quanto il finto lusso elettrico abbia smesso di convincere. Salvatore Gaziano di SoldiExpert Scf spiega: «Volkswagen e l’intero comparto tedesco stanno vivendo il momento più buio: il mercato cinese, che un tempo garantiva profitti certi, oggi rigetta i modelli europei. Il rischio per chi ha questi titoli in portafoglio è di restare intrappolati in giganti industriali che faticano a ruotare verso ciò che il cliente vuole davvero: auto accessibili, concrete e affidabili».
Stellantis è in pieno dramma borsistico: il titolo ha perso oltre il 40% da inizio anno e più di due terzi in tre anni. L’arrivo di Antonio Filosa non ha prodotto l’elettroshock atteso. Il piano FaSTLAne, concentrato su Jeep, Ram, Peugeot e Fiat, è stato accolto con freddezza. Filosa eredita le macerie di Carlos Tavares: taglio dei costi a manetta, prodotto logorato e rete commerciale in tensione. Come osserva Gaziano: «Filosa sta tentando di rimettere in carreggiata un’auto che rischiava il deragliamento. Nel risparmio, il primo pericolo è un management che scambia la sopravvivenza contabile con la solidità industriale».
La delusione più rumorosa resta Porsche. Per anni cassaforte del gruppo Volkswagen, oggi paga una strategia elettrica che ha tradito la sua identità. Le vendite sono scese, la Cina è crollata e Cayman e Boxster sono stati sacrificati sull’altare della «scossa». «Porsche è la prova che nemmeno il segmento lusso o premium è immune agli errori di posizionamento. Quando si tradisce l’identità di un marchio per assecondare lo “storytelling green”, il mercato non perdona», conclude Gaziano.
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >