«Dopo dieci anni ho avuto un risarcimento morale»
Pietro Vignali (Ansa)
L’ex sindaco di Parma Pietro Vignali: «Su di me una vera gogna mediatica, le sentenze sembravano già scritte». Da lì il primo boom grillino.

«Gli investigatori sono incorsi in alcuni errori di valutazione». La secca frase di un magistrato, una scudisciata sulla schiena della giustizia, un destino che cambia dieci anni dopo. Pietro Vignali, ex sindaco di Parma, si sente più leggero ma ricorda tutto: l’inchiesta a suon di perquisizioni, gli avvisi di garanzia e le conferenze stampa del procuratore Gerardo Laguardia (che poi si sarebbe candidato con il Pd), la gogna mediatica per l’unica grande città emiliana allora amministrata dal centrodestra. Sull’onda dell’indignazione popolare, nel 2012 ci fu la cavalcata di Federico Pizzarotti, primo sindaco grillino. Ora tutti assolti, con la richiesta di archiviazione del pm Paola Dal Monte e la conferma del gip Mattia Fiorentini, che pur facendo proprie le tesi dell’accusa ha chiuso la pratica per prescrizione. Scusate ci siamo sbagliati. Dieci anni dopo.

Signor Vignali, come ha accolto la sentenza?

«Sono saltato sulla sedia come solo un’altra volta nella vita. Fu quando l’ex procuratore Laguardia si candidò alle elezioni comunali, togliendosi la maglietta dell’arbitro e indossando quella del giocatore. Al di là del colore politico mi aveva sorpreso. Era stato lui a guidare le inchieste sulla mia giunta».

Dieci anni per sentirsi dire che non ha commesso reati.

«Sono tanti, vero? Non voglio entrare nel merito perché ci è entrata la pm Dal Monte scrivendo di errori investigativi che hanno portato a individuare reati che non esistono».

Non esistono, ma allora determinarono sconquassi.

«L’accusa più grave era quella di avere assunto 18 dirigenti in modo clientelare, amici degli amici, con un danno erariale di oltre tre milioni di euro. Erano coinvolti due segretari comunali, il direttore generale, il direttore del personale, l’assessore al personale. La faccenda paralizzò l’amministrazione, nessuno firmava più nulla non sapendo se lo stesse facendo in piena legittimità. Un lungo, estenuante limbo».

E poi l’indignazione popolare. Cose già viste.

«Soprattutto la gogna mediatica, il mostro è sempre il sindaco. Ogni venerdì il procuratore convocava la stampa, sembrava che le sentenze fossero già scritte. Parlo al plurale perché ci fu anche l’inchiesta sull’Ospedale Vecchio da riqualificare. Undici assessori indagati, lo storico complesso sequestrato. Dopo sette anni tutto archiviato. Nel frattempo mi ero dimesso».

Le fu appiccicata anche la telefonata a Nadia Macrì per avere un’entratura presso Silvio Berlusconi.

«Il giorno stesso lei spiegò l’esatto contrario: mi aveva contattato per poter rivedere il Cavaliere. Ma nel frattempo passò l’idea che un sindaco si appoggiasse a una escort».

Prova un senso di rivalsa?

«No, provo solo una grande amarezza perché nel mondo reale, dove si contano i minuti, dieci anni sono un’eternità. Per il resto, quando leggo che «il criterio previsto dalla legge per le assunzioni è del tutto rispettato» e che non c’è alcun danno erariale sono contento. Ho avuto un risarcimento morale. Solo quello, meglio che niente».

Ora come vive?

«Ho abbandonato la politica e sono felice di avere voltato pagina. Sono commercialista, revisore legale, consulente finanziario. So di avere dedicato 13 anni della mia vita alla mia città. Ed era una delle città più vivibili d’Italia secondo la classifica del Sole 24 ore».

Mai sentito il bisogno di alzare la voce?

«Ho preferito rimanere in silenzio ad attendere la giustizia. Non è stato semplice resistere. Ero il quarto sindaco con più consenso in Italia, ma le accuse sono quelle che più danno fastidio ai cittadini».

Ha ancora fiducia nella giustizia?

«A livello istituzionale è indispensabile avere fiducia. Oggi però gli amministratori locali hanno paura di tutto e le imprese anche; non si investe in Italia perché la lentezza della giustizia è esagerata. In più rischi di finire in un ingranaggio nel quale ti senti impotente».

Tirando le fila cosa resta?

«Un numero e una parola: 10 (anni), innocente».

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