Don Camillo stronca i cattodem: «Ora la Chiesa dialoghi con Salvini»
Ansa
Intervistato dal Corriere, l’ex cardinale vicario Camillo Ruini boccia il progetto di partito confessionale orientato a sinistra e assolve lo sventolio di rosari del leader leghista. Bordata anche sui preti sposati: «Il Papa dica no».

È tornato don Camillo e ha svegliato dal torpore tutto il Paese. Con un’intervista al Corriere della Sera, il cardinale Camillo Ruini, 88 anni, dal 1991 al 2007 presidente dei vescovi italiani, ieri ha dato tre colpi di batacchio alla campana.

Il primo colpo ha suonato una musica forte sul fatto che «il cattolicesimo politico di sinistra» in Italia «ha sempre meno rilevanza». Dopo un iniziale stordimento, ecco il secondo colpo di campana di don Camillo, che arriva diritto sul recentissimo manifesto presentato per una nuova aggregazione cattolica in campo politico con promotori Stefano Zamagni, Lorenzo Dellai e Dante Monda: «Non è il momento», ha detto Ruini ad Aldo Cazzullo, «per dar vita a un partito dei cattolici». Su questo fronte forse la musica della campana di Ruini potrebbe essere stata lieve anche alle orecchie del cardinale Gualtiero Bassetti, che più volte ha fatto intendere che non vuole saperne di un nuovo partitino cattolico, ma che ondeggia per seguire certi opinion leader che si ritrova in sagrestia.

Infine, il colpo di campana che ha fatto crollare un muro. «Non condivido», ha detto Ruini, «l’immagine tutta negativa di Matteo Salvini che viene proposta in alcuni ambienti. Penso che abbia notevoli prospettive davanti a sé; e che però abbia bisogno di maturare sotto vari aspetti. Il dialogo con lui mi sembra doveroso». Un colpo di realismo politico che ha tramortito quel cattolicesimo democratico che, in effetti, viste le ultime tornate elettorali, sembra davvero sempre meno rilevante. Il professor Alberto Melloni, lo storico di riferimento per tutta un’area culturale del mondo cattolico progressista, su Twitter ha risposto con un lieve cinguettio, segno della serenità tipica del cattolico adulto: «Per una beffa della storia quel che Ruini dice oggi sul Corriere delle possibili “prospettive” di Salvini, è identico a quel che von Papen diceva di Hitler a Roncalli nel 1941 (Ps: Roncalli lo zittì citando i “milioni di ebrei” uccisi “nelle camere a gas”]».

Il sociologo Mauro Magatti, impegnatissimo con la moglie Chiara Giaccardi a spiegare ai cattolici come difendersi dal populismo, ha confortato il suo amico Melloni, sempre cinguettando: «La speranza di salvare la fede con accordi col potere politico “forte” sono sempre stati disastrosi. Per la democrazia e per la Chiesa». Così ritorna ancora, più o meno tra le righe, la delegittimazione di chiunque voglia provare a dialogare con qualcosa di diverso dalla sinistra, una malattia difficile da debellare per i maître à penser dei democraticissimi cattolici.

Il cardinale Ruini ha ricordato a Salvini che «sui migranti» vale per lui, come per tutti, la parola del Vangelo «dell’amore al prossimo», ma ha aggiunto che questo va fatto senza «sottovalutare i problemi che oggi le migrazioni comportano». Una semplice valutazione di buon senso, presente peraltro nella dottrina sociale della chiesa e qua e là ricordata anche dallo stesso papa Francesco con richiami alla «prudenza». Poi Ruini ha quasi assolto lo sventolar di rosario di Salvini. Gli ha ricordato che può essere «strumentale», ma «può anche essere una reazione al “politicamente corretto”, e una maniera, pur poco felice, di affermare il ruolo della fede nello spazio pubblico».

Ma don Camillo ha suonato la sveglia anche all’interno della Chiesa, intervenendo senza tanti giri di parole sul punto critico del dibattito sinodale appena concluso. Si tratta della questione dei diaconi permanenti da ordinare sacerdoti, in certe aree dell’Amazzonia, anche se sposati. Questa scelta, che è passata a maggioranza nel documento finale del sinodo panamazzonico, dice Ruini, «è una scelta sbagliata. E spero e prego che il Papa nella prossima esortazione post sinodale non la confermi». Perché, motiva il cardinale, «il celibato sacerdotale è un grande segno di dedizione totale a Dio e al servizio dei fratelli, specialmente in un contesto erotizzato come l’attuale. Rinunciarvi sarebbe un cedimento allo spirito del mondo». Per risolvere i problemi vocazionali la ricetta di Ruini è secca: «Dobbiamo essere più vicini a Dio».

Il ritorno di don Camillo porta con sé un elemento che, piaccia o meno, dovrebbe far riflettere monsignori e parroci, cardinali e direttori de La Civiltà Cattolica. Il punto più rilevante e difficilmente confutabile della sua analisi riguarda l’irrilevanza crescente del cosiddetto «cattolicesimo democratico», quello di sinistra, dei Romano Prodi, dei Mino Martinazzoli, di un Matteo Renzi in certo senso, di certi vescovi, di Enzo Bianchi, di Alberto Melloni, infine di Giuseppe Dossetti. Non si può negare, infatti, che i risultati elettorali mostrano questo inesorabile abisso.

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