- La fine grottesca del rapporto col tecnico si aggiunge alla sfilza di magagne della sua presidenza: dal disastro sulle iscrizioni in B, alle penalità della Juve, passando per due Mondiali mancati. Fdi chiede un passo indietro.
- L’ex mister del Napoli vincolato da una clausola con Aurelio De Laurentiis: la federazione dovrà trattare col Napoli. Lui è motivatissimo, dopo il tricolore gli mancava l’azzurro.
Lo speciale contiene due articoli.
Si possono togliere le zavorre agli eufemismi, calarsi in anfratti inesplorati del proprio carattere, ma se c’è un destino a cui qualsiasi essere umano non sfugge è il finire per essere inevitabilmente sé stesso. Roberto Mancini non fa eccezione. Talentone pazzesco da giocatore, allenatore multicolore e multiclub, scafato nell’intendersi coi giovani, elegante, pretenzioso alla bisogna. Ma anche impulsivo, repentino se gli girano i cinque minuti. Come accaduto l’altroieri: ha mollato la Nazionale con un’email mandata da Mykonos, come si fa con la disdetta di un abbonamento tv. Un colpo di testa estivo, un abbandono della nave ingiusto verso l’amor di patria, e forse il calcio è uno dei pochi collanti identitari rimasti. Ma pure una scelta favorita da un palazzo federale, la Figc a trazione Gabriele Gravina, che negli ultimi tempi non ne imbrocca una. Partiamo dalla prima ipotesi sull’abbandono del Mancio. L’offerta per diventare ct della selezione araba pare concreta, si aggirerebbe sui 40 milioni di euro all’anno per un contratto triennale – cifra da ingolosire il più granitico degli idealisti – ma non sarebbe così recente. Il tecnico di Jesi l’avrebbe ricevuta dai monarchi mediorientali intorno a marzo, quando il francese Hervé Renard, deus ex machina della compagine saudita, ha lasciato la panchina dopo cinque anni di crescita costante, culminata con la qualificazione agli scorsi Mondiali. La Saff, la federcalcio locale, avrebbe individuato due profili per sostituirlo. Il primo era José Mourinho, che ha rifiutato. Il secondo era Mancini. Pure lui avrebbe magari declinato la proposta, resistendo stoicamente sulla plancia di comando tricolore, a patto di veder garantite le sue prerogative di comandante in capo. Solo che a fine luglio Chicco Evani, storico braccio destro dell’allenatore, ha lasciato lo staff, rimpiazzato da Alberto Bollini. Incomprensioni con Mancini, si vociferava all’inizio, poi pare sia saltata fuori la motivazione reale: Evani non ne voleva sapere di convocare lo juventino Leonardo Bonucci, tanto meno lo gradiva come collega di compagine tecnica. Togliere Evani a Mancini è un po’ come lasciare Batman senza Robin, Don Chisciotte senza Sancho Panza. Un luogotenente lo si sceglie soprattutto per il rapporto di fiducia. L’allenatore avrebbe dunque chiesto voce in capitolo nella selezione dei collaboratori per i ricambi da effettuare. Ma la Figc gli avrebbe proposto di inserire proprio Bonucci tra i membri dello staff. Il difensore bianconero è ai ferri corti con Allegri, a Torino lo avrebbero scaricato, si allena da separato in casa. I maligni sostengono che Gravina e sodali, offrendo una posizione nel giro azzurro al calciatore, avrebbero levato alla Juve una castagna dal fuoco. Mancini, di recedere dalle sue posizioni per fare un favore alla Signora, non ne avrebbe voluto sapere. Ci sarebbe poi la croce e delizia di un depauperamento tecnico in seno alle nuove leve italiche. Nelle ultime partite, il ct si era dovuto inventare le convocazioni di oriundi come Retegui, pedatori discreti, non certo Baggio o Totti, perché nemmeno in Serie B era riuscito a scovare qualcuno capace di buttarla dentro. Nota di colore: i principi sauditi, a casa loro, avrebbero di recente ammonito il fondo sovrano Pif a non esagerare con gli acquisti di giocatori stranieri per valorizzare gli atleti nazionali. Esattamente il contrario di quanto accade da noi. E allora diciamocela tutta: capitan Mancio se ne va, ma la nave sta affondando davvero. L’Italia da due edizioni salta i Mondiali, la Serie A perde appeal, i diritti televisivi crollano, casini inenarrabili nell’applicare le regole a ogni livello imperversano. Pasticci che hanno raggiunto le orecchie del Parlamento. Ieri Salvatore Caiata, deputato di Fdi, ha commentato: «In un Paese normale, un presidente come Gravina, deleggitimato dai risultati e umiliato dal tecnico della Nazionale, comprenderebbe che il suo percorso è terminato. E invece no, pur di restare agganciato ai privilegi autocreati, ci si dimentica dei risultati dell’ultimo triennio. Ogni anno per iniziare un campionato professionistico si passa sub judice inserendo le X ai calendari facendo finta di nulla, con un uso arbitrario di norme e regolamenti». Leggendo tra le righe: Gravina aveva forse difeso Mancini per difendere la propria posizione. Ma con il pasticcio di ieri, il re è nudo. E lo è da un pezzo. Ha iniziato a spogliarsi già con l’assegnazione di Euro 2032 a metà tra Italia e Turchia, un risultato che imbaldanzisce i turchi agli occhi dell’Europa grazie a stadi all’avanguardia e mette l’ennesima pezza sulle nostre magagne e ai nostri impianti dell’anteguerra. Non scordando i disastri in serie cadetta: il derby Como-Lecco, assai atteso in area lariana, è stato rimandato a data da destinarsi perché si sta ancora attendendo il responso del Consiglio di Stato sull’iscrizione del Lecco al campionato di B a causa di un ritardo nel disputare i playoff l’anno scorso (con conseguente presentazione posticipata dei documenti sulla scelta dell’impianto casalingo per i lecchesi, che però hanno vinto sul campo) indipendente dalla volontà dei club. Tra deroghe, ricorsi al Tar, ricorsi conseguenti di Brescia, Perugia, Reggina, sapere come sarà composto il calendario di B resta un terno al lotto. Fosse quello il problema. In seguito alla manovra stipendi spalmati, l’ex presidente juventino Andrea Agnelli è stato inibito per 16 mesi, ma il club ha ottenuto un patteggiamento, una multa di 718.000 euro, poca cosa rispetto ai 10 punti di penalizzazione (stabiliti peraltro a metà del campionato scorso) per la faccenda delle plusvalenze. La Juve peraltro salterà le coppe europee, garantendosi la possibilità di ricostruire la propria rosa senza doverla allestire per competere su due fronti. Insomma: regole a geometria variabile, norme applicate più nei tribunali che sul campo, fanno del pallone nostrano una sfera che avrebbe bisogno di una rigonfiatina. Forse per quello Caiata, nel suo intervento, ha chiosato: «La situazione è grave, speriamo non più…gravina».
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