L’alleanza di destra in Europa piace anche a Washington. Argine contro le follie verdi
Giorgia Meloni (Ansa)
  • Gli Usa sarebbero favorevoli all’asse Ppe-Ecr per archiviare la stagione socialista e il Green deal che rafforza il Dragone. Il 27 luglio Giorgia Meloni sarà alla Casa Bianca.
  • Il primo documento sulle relazioni con Pechino parla in modo vago di «de-risking».

Lo speciale contiene due articoli.

La recente approvazione della legge Natura da parte dell’Europarlamento avrebbe sancito il tramonto dell’ipotesi di una coalizione tra Ecr e Ppe in vista delle elezioni europee dell’anno prossimo. È questa fondamentalmente la tesi di Repubblica che, in un’analisi firmata da Claudio Tito l’altro ieri, ha sostenuto che la «maggioranze Ursula» sarebbe riuscita a rimanere in piedi, sconfessando così di fatto l’eventualità di un futuro blocco politico costituito da Ecr e Ppe. Un voto, quello sulla legge Natura, da cui – secondo Tito – sarebbe anche uscita intatta la sponda tra il presidente francese, Emmanuel Macron, e il cancelliere tedesco, Olaf Scholz. Insomma, stando a questa interpretazione, le ambizioni europee di Giorgia Meloni sono già tramontate. O poco ci manca.

È lecito tuttavia dubitare del fatto che le cose stiano realmente così. È senz’altro vero che il via libera alla legge Natura ha impedito una spallata alla «maggioranza Ursula», rappresentando inoltre uno smacco per il capogruppo del Ppe, Manfred Weber. È ciononostante utile entrare maggiormente nel dettaglio. Al di là del fatto che le defezioni tra i Popolari sono state appena una ventina, la norma è risultata approvata con 336 voti favorevoli, 300 contrari e 13 astenuti: non parliamo quindi di una maggioranza bulgara, ma di un Europarlamento quasi spaccato a metà. Vale inoltre la pena ricordare che, nel novembre 2019, la Commissione Von der Leyen aveva ottenuto la fiducia con ben 461 voti. Questo per dire che la «maggioranza Ursula» sarà anche sopravvissuta, ma -stando almeno alla matematica parlamentare – non sembra esattamente godere di ottima salute.

A questo va aggiunto che in molti Paesi europei stanno crescendo i partiti affiliati all’Ecr (si pensi a Vox in Spagna), mentre varie forze politiche del Ppe si stanno spostando maggiormente a destra (è per esempio il caso di Nuova democrazia in Grecia). Senza infine trascurare che la stessa legge Natura, sulla cui popolarità si registrano numerose incognite, potrebbe contribuire ad azzoppare ulteriormente i Popolari di sinistra, il Pse e i liberali di Macron alle elezioni del prossimo anno. D’altronde, che l’asse tra il presidente francese e Scholz possa essere uscito rinsaldato dal voto dell’altro giorno non toglie che entrambi questi leader siano oggi piuttosto deboli. L’inquilino dell’Eliseo deve affrontare tensioni sociali pericolosissime in patria, mentre la sua influenza sul Sahel sta scomparendo. Dall’altra parte, il cancelliere tedesco è alla guida di un esecutivo fortemente diviso al suo stesso interno.

Ma c’è un ulteriore elemento che va considerato. Il ruolo degli Usa. Eh sì, perché a Washington guardano con favore a un’eventuale alleanza tra Ppe ed Ecr. A prima vista, quest’affermazione può sembrare bizzarra, visto che al momento la Casa Bianca è guidata dal democratico Joe Biden. In realtà si tratta di un paradosso soltanto apparente. Il ragionamento dell’attuale amministrazione americana non è di affinità ideologica ma geopolitico. Soprattutto dopo il vertice Nato di Vilnius, la Casa Bianca punta molto sul fatto che la prossima Commissione Ue si fondi su una maggioranza il più possibile atlantista. Lo scopo degli americani è quello di incrementare la deterrenza dell’Alleanza atlantica nei confronti di Russia e Cina: una deterrenza che rischia di essere indirettamente azzoppata dalle ambiguità che, sul tema, storicamente si registrano a Bruxelles proprio a causa di Macron e socialisti.

Era lo scorso aprile quando il presidente francese si è recato a Pechino per rafforzare i legami economici di Parigi con il Dragone. In quell’occasione, pronunciò anche parole molto controverse sul tema di Taiwan. Non solo. Secondo il quotidiano Nikkei, l’inquilino dell’Eliseo si sarebbe opposto all’idea di aprire un ufficio della Nato a Tokyo, proprio per evitare di irritare la Cina. Sul fronte del Pse le cose non vanno meglio. La Spd vanta storici legami tanto con Mosca quanto con Pechino, mentre fu proprio il governo Gentiloni, targato Pd, a gettare le basi, nel maggio 2017, per il controverso memorandum sulla Nuova via della seta siglato due anni dopo dal governo Conte I. Tra l’altro, l’attuale segretario dem, Elly Schlein, ha come responsabile Esteri Peppe Provenzano, che intrattiene stretti legami con Inacio Lula: uno che ha rafforzato le relazioni tra Brasilia e Pechino. Senza trascurare che l’ambientalismo ideologico di Frans Timmermans è di fatto un regalo proprio alla Repubblica popolare: guarda caso, la settimana scorsa il diretto interessato si è recato in visita in Cina.

Dall’altra parte, il governo Meloni si è invece subito contraddistinto per una linea decisamente atlantista. D’altronde, già l’anno scorso, le tre principali forze che lo costituiscono – Fdi, Lega e Forza Italia – avevano sempre votato a favore del sostegno all’Ucraina in Parlamento. Da questo punto di vista, è significativo che Biden abbia invitato la Meloni alla Casa Bianca il prossimo 27 luglio. È quindi verosimile che il presidente americano punti su una nuova maggioranza europea, in cui possa contare anche il governo polacco, con il quale Biden ha consolidato i rapporti dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina. E non è detto che, pur di marginalizzare Macron e Pse, in questa coalizione alternativa non possa alla fine eventualmente entrare anche Identità e democrazia. È vero che a Washington Marine Le Pen è vista con notevole freddezza. Ma è anche vero che in una eventuale nuova alleanza europea il peso politico della leader francese sarebbe fortemente diluito.

Sia chiaro: la strada per un’alternativa alla «maggioranza Ursula» non è in discesa. Ma non è neppure impraticabile. È per questo che Macron, il Pse e i loro sponsor sono nervosi. E attenzione a chi dice che la von der Leyen starebbe pensando alla guida della Nato come «piano b». A Washington non si sono dimenticati che, dal 2005 al 2019, la signora è stata ministro nei vari governi di Angela Merkel: quei governi che hanno contribuito a porre la Germania e l’Ue sotto i ricatti energetici di Vladimir Putin.

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