Il suicidio dell’Europa
Su dosi e somministrazioni, il Vecchio continente è stato surclassato persino dal Marocco. E ormai è assodato che l’Italia aveva diritto di salvare i suoi istituti di credito dal crac: se Bruxelles sbaglia, ci rimettono i cittadini

Non so a chi debba essere attribuita la frase: «L’Europa è un gigante economico, un nano politico e un verme militare». Alcuni ritengono che la paternità sia di Antonio Martino, ex ministro della Difesa del governo Berlusconi, altri citano Emma Bonino quando era commissario Ue, qualcuno invece va anche più indietro nel tempo. A prescindere dalla paternità della definizione, oggi è indispensabile aggiornarla. Innanzitutto, perché l’Europa è un gigante economico dai piedi di argilla e, sebbene continui a essere un nano politico e un verme militare perché non si è mai fatta carico di quel che succede all’esterno dei suoi confini (basta vedere che cosa negli ultimi anni è accaduto in Libia o in Ucraina), bisognerebbe aggiungere che è un disastro sanitario, soprattutto dopo quel che è successo con i vaccini anti Covid. Ieri qualche giornale si è accorto che perfino il Marocco sta facendo meglio non solo dell’Italia (siccome la faccenda era nelle mani di Domenico Arcuri, cioè di un noto flop manager, non era difficile per il Paese africano batterci), ma anche del Vecchio continente. Sì, Rabat, pur essendo economicamente, politicamente e pure militarmente più arretrata dell’Europa, sta riuscendo là dove Bruxelles ha fallito: vaccinare i suoi cittadini. Ursula von der Leyen è uscita sconfitta non solo nel confronto con Bibi Netanyahu, con Boris Johnson e Joe Biden, ma è riuscita a fare pure peggio di Mohammed VI, il sovrano alawide. Il presidente della Commissione, nonostante si fosse attribuito l’incarico di reperire i vaccini per tutti i cittadini, trattando personalmente con le case farmaceutiche, a tutt’oggi ne ha procurati meno di quanto siano riusciti a fare Paesi come Israele, Stati Uniti o Gran Bretagna. Boris Johnson, il pagliaccio che governa a Downing Street, questa la definizione migliore che per mesi si è letta sulla stampa, ha già vaccinato oltre un terzo degli inglesi, facendo precipitare la curva del contagio. E l’Europa? La Ue arranca e ogni giorno si ha notizia di un taglio del numero di fiale che le aziende produttrici del vaccino consegneranno. La von der Leyen promette ritorsioni, ma più il tempo passa e più, oltre ad aumentare il ritardo nell’immunizzazione della popolazione europea, crescono le perplessità sulla possibilità di agire in sede giudiziaria contro le case farmaceutiche. La verità è che probabilmente i contratti sono stati stipulati senza tener conto dei rischi e oggi Bruxelles non ha in mano alcuna arma per difendere i cittadini europei.

Che la situazione non sia favorevole lo cominciano a pensare in tanti, prova ne sia che alcuni dei 27 Paesi che compongono l’Unione cominciano a mordere il freno e alcuni, addirittura, hanno scelto di rompere il fronte. Il patto che legava l’intera Europa prevedeva che tutte le nazioni affidassero alla Ue il compito di trattare le partite di vaccini. Ma visto il fallimento, la Repubblica ceca ha deciso di fare da sola, comprando le fiale russe. Stessa cosa sta accadendo in Ungheria. Qualcuno potrebbe pensare che alcuni Paesi dell’ex impero sovietico si siano rivolti a Mosca in nome dei vecchi legami. Tuttavia, a rompere il fronte ora cominciano a essere anche governi storicamente fuori dall’orbita russa, come l’Austria e la Danimarca. Il cancelliere Sebastian Kurz ha infatti annunciato un accordo con Israele per la produzione di vaccini e un altro pare in dirittura d’arrivo con Copenaghen. Se fossimo nei panni di Mario Draghi, ci affretteremmo a seguire l’esempio, acquistando ciò che è possibile comprare per riuscire a rendere immune la maggioranza degli italiani appena possibile. Le varianti scoperte in Italia – l’ultima, quella nigeriana, a Brescia – potrebbero presto essere fuori controllo: dunque occorre fare presto. Perché non sarà l’Europa a salvarci. Anzi, con le sue regole e la sua burocrazia rischia di affossarci.

E a questo proposito, c’è da aggiungere un fatto, che non riguarda la salute dei cittadini, ma il portafogli. Ricordate il caso Tercas, ovvero la Cassa di Teramo, banca che fu salvata dalla Popolare di Bari con l’aiuto del Fondo interbancario? Bruxelles contestò l’operazione, accusando l’Italia di aver concesso aiuti di Stato. Secondo l’antitrust europeo, il nostro Paese non poteva salvare l’istituto di credito ricorrendo al denaro di altri istituti di credito e in base a questo dogma la Ue impedì, da Tercas in poi, ogni intervento a sostegno di altre banche in difficoltà. Per farla breve, la linea di rigore adottata dall’Unione portò al fallimento di Etruria, di Banca Marche, della Popolare di Vicenza, di Veneto Banca eccetera. Beh, oggi si scopre che i fondi concessi alla Popolare di Bari per salvare Tercas non erano aiuti di Stato. A deciderlo, con molti anni di ritardo, è stata la Corte europea, che ha respinto il ricorso contro una precedente sentenza del tribunale. Tradotto dal linguaggio giuridico, significa che le banche italiane si potevano salvare e invece furono fatte fallire su ordine della Ue. Ora i risparmiatori che hanno perso i propri quattrini sanno chi ringraziare. Come gli ottantenni che non hanno ancora ricevuto il vaccino sanno a chi attribuire il merito. Se c’è qualcuno che esce sconfitto dalle vicende che vi abbiamo appena raccontato non è il cittadino, ma l’Europa, di cui ogni italiano è un po’ vittima.

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