«Cucino per i senzatetto. I nuovi poveri sono i papà italiani divorziati»
L’ottantanovenne fondatore della onlus Roma-Amor Dino Impagliazzo: «Solo la metà degli assistiti sono stranieri. Preparo 32.000 pasti caldi all’anno».

«Amor» non è soltanto, letto all’incontrario, il palindromo di «Roma», ma anche un sogno di fratellanza, il sogno di Dino Impagliazzo che, alla veneranda età di 89 anni, con invidiabile piglio energico e pragmatica lucidità, anziché adagiarsi sugli agiati riposi di una vita da pensionato in qualità di ex dirigente Inps, è impegnato in prima persona a sostenere e a far espandere l’attività di un’associazione il cui nome si identifica con la sua speranza.

Si chiama Roma-Amor la onlus che ha fondato nel 2016 per il solo fatto di aver incontrato, quell’anno, nei pressi di una stazione, un uomo senza fissa dimora che gli chiedeva un piccolo aiuto per un caffè, un sandwich. Come sempre è accaduto nella sua vita, Impagliazzo, nato nel 1930 all’isola della Maddalena, in Sardegna, e trasferitosi nella capitale attorno al 1957, si ricordò di quelle opere di misericordia consistenti nel dar «da mangiare agli affamati» e «da bere agli assetati», che «sono piuttosto semplici da imparare a memoria», osserva. «Ma che pochi comprendono nel loro significato più profondo, ossia quello della preghiera con cui Gesù ci ha affidati al Padre, il Pater Nostrum, ricordandoci che siamo tutti una cosa sola, una comunità che tende alla fratellanza universale».

E così, fermandosi ad ascoltare la richiesta del bisognoso e comunicando con lui, si rese conto che di pane ne serviva tanto per sfamare un popolo di clochard e derelitti vaganti tra pensiline con treni in arrivo e sale d’aspetto, molto più folto di quanto possa sembrare. Partendo dal coinvolgimento dei condomini del palazzo dove vive, nel quartiere di San Giovanni, stimolò la formazione di una rete di volontari dediti a cucinare e consegnare pasti caldi ai senzatetto, dapprima alla stazione Tuscolana, poi anche alla Ostiense e poi ancora sotto il colonnato di piazza San Pietro. Oggi l’associazione si avvale di una squadra di circa 300 volontari che garantiscono a centinaia di richiedenti aiuto costretti a dormire sull’asfalto, tra le caligini ferroviarie, di soddisfare il bisogno più essenziale, quello di alimentarsi.

No, in questa che potrebbe essere solo una storia di Natale e che in realtà è il dramma di ogni giorno in una metropoli complessa come lo è Roma, Impagliazzo, sposato con la signora Fernanda, originaria di Noventa Vicentina, quattro figli, tre maschi e una femmina, di cui uno, Marco, è presidente della Comunità di Sant’Egidio, non vuole retorica, né celebrazioni di se stesso. «Per cortesia, io vorrei far passare il mio messaggio. Tutti, tutti possiamo fare qualcosa per chi è in difficoltà». Tuttavia, qualcosa sulla sua biografia di instancabile volontario e benefattore dei reietti e dei dimenticati, è opportuno dirla.

Dato che lo spirito di misericordia è sempre stato una sua quotidiana filosofia e la parabola del buon samaritano la propria bussola, ha lavorato per la riabilitazione di 50 giovani condannati per omicidio in un progetto del carcere di Rebibbia, ha collaborato al progetto voluto da papa Paolo VI per la costruzione di nuove case nella borgata romana di Acilia, ha favorito l’apertura di un centro di accoglienza per anziani soli nella periferia della capitale e del primo punto di accoglienza per nordafricani con la Caritas, ha sviluppato un progetto per distribuire metadone per i tossicodipendenti nelle strade, fatto cooperazione internazionale in Siria e Romania e molto altro.

Quali storie, quali incidenti di percorso, traumi esistenziali si celano nella condizione dei senzatetto che dimorano alla Tuscolana e alla Ostiense?

«C’è da dire che circa il 50-60 per cento delle persone che sosteniamo sono stranieri e il 40-50 per cento italiani. Gli stranieri provengono da storie di fuga dai loro Paesi di provenienza e le più diffuse problematiche che manifestano gli italiani senza fissa dimora sono patologie mentali, alcolismo e separazioni familiari. Per quest’ultimo aspetto si tratta di uomini che hanno dovuto lasciare la loro abitazione a mogli e figli in seguito a divorzi».

Lei ha avuto l’idea di costituire l’associazione Roma-Amor, completamente autofinanziata attraverso il contributo di volontari e benefattori, dopo aver incontrato un senza casa che le chiedeva un piccolo gesto di carità. Non deve essere stato facile giungere a distribuire 32.000 pasti caldi l’anno…

«Inizialmente cucinavamo a casa con mia moglie e con i condomini. Ma, al massimo, giungevamo a 20, 30 pasti e questi non bastavano. Allora un istituto di suore nel quartiere ci ha messo a disposizione la loro cucina. Potevano preparare solo pastasciutta e il sugo lo portavamo da casa. Allora ci siamo appoggiati a una parrocchia, ma anche qui non andava bene, perché i locali non erano in regola. E quindi abbiamo trovato la nostra attuale cucina, presso i Padri rogazionisti, in via Tuscolana 169, che era inutilizzata. Ora possiamo distribuire pasti il sabato e la domenica alla Tuscolana, il lunedì e martedì alla Ostiense e il sabato a piazza San Pietro».

Come reperite i generi di prima necessità?

«I nostri volontari fanno il giro dei mercati rionali raccogliendo la frutta e la verdura, rimaste invendute e donate dagli ambulanti. E dei panifici, che fanno la stessa cosa con il pane. La catena di supermercati Todis ci garantisce derrate per un valore di circa 2.000-2.500 euro a settimana, vicine alla data di scadenza, e collaboriamo con il Banco Alimentare. I viveri che ci sono forniti, talvolta sono in eccedenza e li possiamo trasferire ad altre associazioni benefiche, ad esempio quella dei Piccoli fratelli di Madre Teresa di Calcutta».

Le persone che vivono in stato di disagio presentano altre necessità elementari per sopravvivere, sanitarie, di vestiario, di cure personali.

«Abbiamo infatti un gruppo di medici volontari, di assistenti sociali e di legali che possono assistere persone uscite dal carcere o condannati ma alla ricerca di alternative alla reclusione. Collaborano con noi anche i seminaristi del Pontificio seminario maggiore e alcune scuole romane. E raccogliamo e distribuiamo indumenti».

Il volontariato, su cui la vostra associazione si regge, è soltanto cattolico o anche laico?

«Tutti possono dare una mano, fare la loro opera di carità, tant’è che tra i nostri volontari non ci sono soltanto cattolici, ma anche atei e persone vicine ad altri credi e confessioni religiose. Il senso di avvicinarsi alla sofferenza dell’altro è quello di tendere, per quanto possibile, alla fratellanza universale. E questo non è soltanto il messaggio evangelico ma anche quello della Rivoluzione francese: «Libertà, eguaglianza, fraternità».

Oltre a prestare volontariamente il proprio operato, come ci si può rendere utili?

«Ad esempio sostenendoci per pagare l’affitto, che ci costa 1.000 euro mensili, di un appartamento che abbiamo preso per dare un alloggio ad alcuni senza fissa dimora. Basta contattare la nostra associazione, che ha un suo sito Internet».

Lei ha quasi 90 anni e, oltre a dedicarsi all’organizzazione dei progetti sociali, cucina personalmente quasi tutti i giorni per i poveri, presso i Padri rogazionisti.

«Se mi fossi rassegnato a una vita da pensionato, sarei diventato un fossile. Sente come sono in salute?».

Cosa avete cucinato ieri sera e cosa cucinerete oggi?

«Ieri sera risotto con verdure e legumi, oggi pastasciutta. Ma i nostri pasti comprendono anche il secondo, i contorni, frutta o macedonia, bevande».

Perché fa tutto questo?

«Sarà un’utopia, ma vorrei che Roma diventasse città dell’amore. È chiaro che, per andare almeno in questa direzione, non posso fare tutto da solo. Ma basta solo pensare ciò che disse Gesù: “Ciò che farete per i vostri fratelli più piccoli, è come lo faceste a me”».

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