I linguisti: «Eliminata l’idea di sessualità». E Palazzo Madama, dopo la nostra segnalazione, modificherà la versione arcobaleno.

La bandierina del gender non sventolerà per molto ancora sulla versione inglese della Costituzione italiana, pubblicata dal Senato della Repubblica. Dopo lo scoop della Verità, fonti di Palazzo Madama fanno sapere che la questione della corretta traduzione del termine «sesso» verrà affrontata alla riapertura dei lavori. E non potrà che essere una correzione, visto che i Padri costituenti conoscevano l’italiano e intendevano proteggere uomini e donne, in senso biologico e non autopercepito, dalle discriminazioni sul sesso e sugli orientamenti sessuali.

L’articolo 3 della Costituzione, quello originale e mai mutato in tanti anni, recita: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali». Ma se si legge la sua traduzione inglese, disponibile sul sito internet del Senato, ecco che al posto di «sesso» spunta il termine «gender», come ha raccontato ieri Alessandro Rico su questo giornale. L’errore di traduzione non è per nulla ingenuo, a meno che il famoso ddl Zan sia diventato legge e a meno che Camera e Senato abbiano «adeguato» anche la Costituzione del 1948. Con «gender», non a caso, si intende una precisa ideologia che prescinde dal dato biologico di nascita per affermare il diritto a scegliersi il sesso sulla base di quello che ognuno sente. Gli effetti sono molto ampi anche sulla famiglia e sulla procreazione. E sotto un apparente afflato di parità, vanno ad affermare in buona parte un ruolo importante per la piccola comunità transex e un ruolo sempre più secondario delle donne, ampiamente sostituibili. Insomma, la questione dell’ideologia gender è tutto meno che risolta, nonostante il gran parlare di una nuova sessualità fluida e il tentativo di farla passare per un’impostazione ormai largamente dominante nella società e tra i giovani.

Dopo lo scoop della Verità, ieri al Senato sono andati a controllare la traduzione galeotta e hanno scoperto che risale addirittura al 2017, quando il presidente era il magistrato siciliano Pietro Grasso, uomo di sinistra ma notoriamente all’antica. Fonti della presidenza di Palazzo Madama hanno spiegato alle agenzie che la sostituzione della parola «sex» con «gender» nel testo pubblicato online sarà oggetto di revisione «alla riapertura dell’attività parlamentare, quando la questione verrà affrontata». Chissà se salterà mai fuori il nome del vispo funzionario «correttore».

Si tratta di una revisione decisamente necessaria, perché il testo della nostra Costituzione in lingua inglese è sicuramente consultato da migliaia di studiosi e giuristi di tutto il mondo, che di solito scelgono fonti ufficiali come quelle del Parlamento, del governo o della presidenza della Repubblica. Il danno dell’errore, insomma, è abbastanza rilevante perché induce i lettori a credere che la teoria del gender abbia vinto anche in Italia e abbia addirittura fatto ingresso trionfalmente nella Carta fondamentale.

La manina che ha cambiato l’articolo 3 della Costituzione in chiave arcobaleno è stata davvero chirurgica, visto che con una modesta parolina ha cambiato usi e costumi di una nazione. Il linguista Francesco Sabatini, presidente onorario dell’Accademia della Crusca, ha spiegato all’agenzia Adnkronos che siamo di fronte a una «decisa forzatura» perché «tradurre sesso con genere non è altro che l’attenuazione di un concetto, una scelta fatta per sfuggire all’idea della sessualità. Il genere, in linguistica, è specifico di nomi o aggettivi, e la decisione di attribuirlo alle persone nasce dalla volontà di evitare la parola sesso».

Per l’accademico, si tratta di «una premura che definirei eccessiva, perché la parola sesso esiste in natura, indica una differenza biologica tra maschi e femmine ed è una dicitura utilizzata anche nelle nostre carte d’Identità. Il genere non è invece un concetto biologico». Già, il sesso come parola ormai indicibile e discriminatoria per se stessa è un fenomeno al quale si sta già assistendo da tempo. Toglierlo dalla Costituzione, seppure in lingua inglese, in effetti è un bel colpaccio.

Per il giurista Cesare Mirabelli, ex presidente della Corte costituzionale e oggi consigliere generale della Pontificia commissione per lo Stato della Città del Vaticano, il problema è che nella confusione linguistica si possono portare a casa riforme che nessuno ha votato. «Capisco che si possono usare espressioni diverse per definire un concetto che è simile, ma usare lo strumento linguistico per cercare di cambiare la Costituzione», ha detto all’Adnkronos, «non è corretto, anche con tutte le buone intenzioni che si hanno per modernizzarla».

Del resto, l’articolo 3 fa parte di quei primi 12 articoli fondamentali della Carta che non si possono modificare per ovvi motivi, se non in caso di golpe o peggio. Adesso vedremo quanto tempo servirà per correggere questa traduzione inglese, ma intanto, una volta di più, si è toccato con mano che la strategia preferita di chi professa l’ideologia gender è quella di piantare quante più bandierine possibile. A costo di fare disinformazione.

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