- I vescovi locali si oppongono alla fuga dei giovani: «In Europa e America non c’è lavoro». Hanno pure rimproverato i clandestini: «Se aveste speso qui i soldi del viaggio, sareste imprenditori». Il cardinale Sarah: «La migrazione di massa è la nuova schiavitù».
- Cooperanti e turisti accusati di diffondere idee Lgbt e reclutare ragazzini per festini gay.
Lo speciale contiene due articoli.
Per il Papa, non accogliere i migranti è peccato. Per i vescovi africani, emigrare è un peccato. Non in senso teologico; ma di sicuro lo è per un continente che, perdendo le energie dei suoi abitanti più giovani e preparati, si impoverisce ancora di più.
Negli anni, i prelati sono stati chiari: loro preferirebbero che la gente rimanesse e, semmai, che i Paesi sviluppati le dessero una mano a vivere nei posti in cui ha le sue radici.
Nel 2015, ad esempio, Nicolas Djomo Lola, presidente della Conferenza episcopale del Congo, nel discorso inaugurale all’incontro per i giovani organizzato dal Simposio delle Conferenze episcopali di Africa e Madagascar (Secam), si rivolge ai ragazzi presenti con queste parole: «Voi siete il tesoro dell’Africa. La Chiesa conta su di voi, il vostro continente ha bisogno di voi. Non lasciatevi ingannare dall’illusione di lasciare i vostri Paesi alla ricerca di posti di lavoro inesistenti in Europa e in America. Usate i vostri talenti e le altre risorse a vostra disposizione per rinnovare e trasformare il nostro continente e promuovere giustizia, pace e riconciliazione durature in Africa».
Un anno dopo, il numero uno dei vescovi ghanesi, monsignor Joseph Osei-Bonsu, ribadisce il concetto: «Incoraggiamo i giovani africani a restare nei loro Paesi e a lavorare duro per guadagnarsi da vivere. Devono capire che l’Europa e le altre aree al di fuori dell’Africa non garantiscono automaticamente benessere e piacere».
Nel 2017, è l’arcivescovo di Dakar, Benjamin Ndiaye, a esortare i connazionali: «Cari ragazzi, tocca a noi costruire il nostro Paese, tocca a noi svilupparlo, nessuno lo farà per noi». Nel frattempo, il vescovo nigeriano di Kafanchan, monsignor Joseph Bagobiri, chiede al proprio governo di «far capire ai giovani che in Nigeria c’è più speranza di vita di quella che pensano di trovare in Europa o altrove. Il Paese ha ricchezze e risorse immense. I nigeriani non dovrebbero essere ridotti a mendicanti in cerca di ricchezze illusorie all’estero». Il presule, che di sicuro non può essere tacciato di razzismo benché sembri non pensarla come don Mattia Ferrari e la ciurma di Luca Casarini, in quella circostanza riserva una tirata d’orecchi persino a chi ha già deciso di salire sui barconi: «Se chi è emigrato clandestinamente», tuona, «invece di spendere tanto per il viaggio, avesse investito creativamente quelle somme in Nigeria, in attività economiche, ora sarebbe un imprenditore».
Il messaggio del clero africano è rimasto sempre lo stesso. Nel 2022, a ribadirlo, è l’Assemblea plenaria del Secam: «Vogliamo esprimere il nostro dolore nel vedere i nostri giovani che lasciano i nostri Paesi, sapendo che soffriranno e forse perderanno la vita. E deploriamo la nostra incapacità di farli desistere dal partire. Ci impegniamo a prendere misure che incoraggino la loro libera decisione e che li coinvolgano nella costruzione dei loro Paesi». Il vescovo ghaniano Richard Kuuia Baawobr invita quanti desiderano andar via, specie i ragazzi, «a farlo in un modo che sia accettabile sul piano della gestione amministrativa e nella piena consapevolezza delle sfide che li attendono». Non c’è l’eldorado sull’altra sponda del Mediterraneo, insistono i prelati; meglio tentare di realizzare qualcosa in patria, piuttosto che compiere un salto nel buio fuori. Così, il Secam sollecita i leader politici a «scoraggiare la migrazione irregolare, rafforzando la governance e il lavoro e promuovendo la giustizia sociale e l’inclusione».
Nel 2023, il presule camerunense Bruno Ateba chiama in causa il primo mondo, affinché risponda al fenomeno migratorio, anziché dichiarandosi pronto ad accogliere, sostenendo i luoghi di provenienza dei migranti. «Se le persone avessero accesso a posti di lavoro e opportunità economiche nei loro Paesi d’origine», spiega, «non sentirebbero il bisogno di emigrare. Se vogliamo che ciò cambi, dobbiamo trovare una soluzione sostenibile per fermare l’esodo dei nostri giovani». L’idea è chiara: gli africani devono essere aiutati a casa loro.
Peccato – è il caso di dirlo – che la Conferenza episcopale italiana abbia ignorato la posizione della sua gemella africana, finendo per offrire supporto, attraverso la Fondazione Migrantes, alle missioni in mare della Ong Mediterranea saving humans. Anche Francesco dà l’impressione di snobbare il parere di quei prelati che pure, per continuità geografica, dovrebbero essere i massimi esperti del problema. Dovrebbe scambiare due chiacchiere con il cardinale guineano Robert Sarah, il quale ha difeso il «diritto di ogni nazione a distinguere tra un rifugiato politico o religioso» e «il migrante economico che vuole cambiare luogo di residenza». Il porporato, qualche anno fa, ha espresso un giudizio definitivo: «È una falsa esegesi l’utilizzo della parola di Dio per promuovere la migrazione. Dio non ha mai voluto queste spaccature». L’immigrazione di massa, ha insistito il cardinale Sarah, è «una nuova forma di schiavitù». In Vaticano c’è qualcuno disposto a dare ascolto a questi preti? Oppure – per citare il Vangelo – sono voci che gridano nel deserto?
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >