• Grazie a un sondaggio realizzato con Euromedia, «Il Timone» disegna la mappa di un’Italia post cristiana Anche tra i praticanti, l’aborto non è un tabù. Però resiste l’ostilità all’utero in affitto. Siamo un «piccolo gregge».
  • Secondo i dati della «tassa di appartenenza religiosa», nel 2022 hanno lasciato in più di 500.000. È il frutto malato del progressismo ecclesiale che imperversa nel Paese.

Lo speciale contiene due articoli.

L’Italia, sede del Vaticano e culla del cattolicesimo, è ormai post cristiana. Giovanni Paolo II l’aveva chiamata «eccezione italiana», ma oggi non c’è più, perché anche gli italiani, popolo di santi, poeti e navigatori, sono ormai gente di poca fede. Lo rivela una nuova maxi indagine demoscopica che il mensile Il Timone ha realizzato in collaborazione con Euromedia Research della dottoressa Alessandra Ghisleri contenuta nel numero estivo – uscito in questi giorni – della rivista.

Quasi tutti quelli che si dichiarano «credenti», poi, si dichiarano anche cattolici, ma quanti vanno a messa ogni domenica ammontano ad appena il 13% della popolazione totale: una esigua minoranza, per lo più composta peraltro da fedeli avanti con gli anni. E tra i praticanti, che vanno a messa almeno una volta al mese, si confessano una volta l’anno solo il 33% e solo il 32 – quindi meno di un terzo – sa dire cosa sia l’eucaristia. Il 66%, sempre dei praticanti, sbaglia o ignora la definizione di «risurrezione della carne», oltre il 20% pensa che il peccato sia un semplice «torto fatto agli altri».

Insomma, mancano i fondamentali, un po’ come per un calciatore che non sa crossare o stoppare al volo, ma nel caso della fede è cosa ben più seria. In un momento in cui la Chiesa intera è incamminata sul sentiero sinodale, a ottobre è in programma a Roma il Sinodo «sul sinodo», questi numeri offrono qualche elemento di riflessione e una semplice indicazione. L’essenziale, cioè la missione salvifica della Chiesa, non può diluirsi troppo dentro a quello che è stato chiamato «cristianesimo secondario». Quello per cui, diceva il sacerdote fiorentino don Divo Barsotti, «Gesù Cristo troppo spesso è solo una scusa per parlare d’altro».

Inoltre, quando si tratta di coerenza tra credo e vita pubblica, diciamo pure anche partecipazione politica, su temi che vanno dall’aborto alle nozze gay, dalla fecondazione assistita alla contraccezione, i numeri rivelano come i praticanti – che sarebbero quasi da chiamare «praticanti non credenti», per riprendere una definizione del cardinale Giacomo Biffi – abbiano una visione morale di fatto secolarizzata. Tiene, invece, tra i credenti, di tutti gli orientamenti politici, nella ricerca curata dal Timone, una netta opposizione all’utero in affitto e alla legalizzazione delle droghe. Però i «credenti» che si orientano politicamente verso il centro e la destra, conservano una certa unità tra piazza e sacrestia, tra coscienza e morale cattolica, mentre quelli che si dicono di centrosinistra e sinistra, si dimostrano «cattolici adulti», nel senso che separano coscienza religiosa e scelte pubbliche.

I dati raccolti con questo studio sono commentati, tra gli altri, dal vescovo di Perugia, don Ivan Maffeis, quello emerito di Trieste, Giampaolo Crepaldi, e da padre Francesco Bamonte, presidente dell’Associazione internazionale esorcisti. Quest’ultimo è stato interpellato perché una tendenza che emerge in maniera sorprendente dall’indagine è che di fronte a una fede liquida e indistinta, gli italiani che si dicono «cattolici», e che pure hanno confusione dottrinale, credono in larga maggioranza all’esistenza del demonio e dell’inferno. Tanto che questo può essere, secondo padre Bamonte, da un lato un rischio per la sottovalutazione spirituale del fenomeno, ma anche inaspettatamente un appiglio pastorale. Tornando all’ambito religioso, un aspetto mostra cenni di tenuta: è la preghiera – con un fedele su cinque che prega ogni giorno e il 96% che lo fa almeno ogni tanto.

Se il «fuoco ha da ardere», come diceva santa Caterina da Siena, patrona d’Italia, come rievangelizzare la (fu) «cattolicissima» Italia? Il Timone ha raccolto in esclusiva le voci degli esponenti dei maggiori movimenti ecclesiali: da Kiko Argüello (iniziatore del Cammino neocatecumenale) a Davide Prosperi (presidente della fraternità di Comunione e liberazione), da don Giulio Maspero (prelatura dell’Opus Dei) a don Davide Banzato (Nuovi orizzonti), da Giuseppe Contaldo (presidente nazionale del Rinnovamento nello Spirito Santo) a Matteo Fadda (responsabile generale Comunità Papa Giovanni XXIII).

Anche in Italia, insomma, ci si avvia al «piccolo gregge di credenti», quello profetizzato nel 1969 a una radio tedesca dall’allora professore di teologia Joseph Ratzinger. Il futuro della chiesa? «Dalla crisi odierna», disse, «emergerà una Chiesa che avrà perso molto. Diverrà piccola e dovrà ripartire più o meno dagli inizi. Non sarà più in grado di abitare gli edifici che ha costruito in tempi di prosperità. Con il diminuire dei suoi fedeli, perderà anche gran parte dei privilegi sociali» e ripartirà da piccoli gruppi, da movimenti e da una minoranza che rimetterà la fede al centro dell’esperienza. La via «missionaria» di papa Francesco non può che ripartire da qui, altrimenti va fuori strada.

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