Corsa del governo in soccorso a Indi: cittadinanza italiana per portarla a Roma
Ansa
Con un cdm urgente, Giorgia Meloni rallenta la condanna della bimba. Ma Andrea Crisanti polemizza: «Inutile crudeltà per farsi pubblicità».

«Sono orgoglioso che mia figlia sia italiana». L’ha detto Dean Gregory, il papà di Indi. E pure noi, per una volta, dovremmo essere orgogliosi del nostro Paese.

Ieri, con un cdm d’urgenza, il governo ha concesso la cittadinanza alla bimba britannica di otto mesi, affetta da una grave malattia genetica, alla quale in Gran Bretagna vorrebbero togliere i supporti vitali. Questa era l’intenzione dell’ospedale che l’ha in cura, il Queen’s Medical di Nottingham. E dopo una battaglia legale il cui ultimo, disperato capitolo, sarebbe stato il ricorso dei genitori alla Corte europea dei diritti dell’uomo, questa è stata la sentenza del giudice inglese, Robert Peel: il «miglior interesse» della piccina è morire. I macchinari sarebbero stati scollegati alle 15 di ieri, ora di Roma. Perciò, alle 14.15, il premier, Giorgia Meloni, ha convocato un Consiglio dei ministri lampo, al termine del quale Indi è diventata italiana. L’ha permesso l’articolo 9, comma 2, della legge n. 91 del 5 febbraio 1992, in virtù della quale la cittadinanza si può concedere a uno straniero «quando ricorra un eccezionale interesse dello Stato».

Ecco: è il conflitto tra due interpretazioni del medesimo concetto di «interesse». Per i sanitari e l’Alta corte di Londra, quello della neonata è di essere soppressa. I trattamenti, sostengono i dottori, sono dolorosi e inutili: la sua rara patologia mitocondriale blocca lo sviluppo dei muscoli e non esiste terapia efficace. Per l’Italia, invece, l’interesse preminente è quello di offrire alla bambina la possibilità di essere assistita al Bambin Gesù, il centro pediatrico della Capitale. Il nosocomio, stando a quanto riferito dall’avvocato della famiglia, l’ex senatore leghista Simone Pillon, garantirebbe «una prospettiva di vita più lunga, proponendo interventi che limitino i disagi e le sofferenze». «Dicono che», per Indi, «non ci siano molte speranze», ha commentato la Meloni, illustrando la decisione dell’esecutivo. «Ma fino alla fine», ha promesso, «farò quello che posso per difendere la sua vita. E per difendere il diritto della sua mamma e del suo papà a fare tutto quello che possono per lei».

Sacrosanto. Eppure, qualcuno è riuscito a polemizzare. Come Andrea Crisanti, senatore pd, già professore all’Imperial College di Londra: «Portare in Italia la piccola Indi è una inutile crudeltà», ha protestato. «A cosa servono le cure palliative? Penso che da parte del governo ci sia stata solo una questione politica. Con quale scopo? Solo per avere pubblicità a buon mercato sulla pelle dei genitori della bambina». «Il sistema sanitario inglese», a suo giudizio, «è all’avanguardia nel campo della genetica e dell’ingegneria genetica». Quindi, se lì affermano che non c’è nulla da fare, la partita è chiusa. Al Bambin Gesù sono dei ciarlatani? Cercano anche loro «pubblicità a buon mercato»?

Ora, ogni patologia è diversa. Dopodiché, le storie contano. Vi ricordate Tafida Raqeeb? Nel 2019, la piccina aveva 5 anni. Il Royal hospital di Londra, dov’era ricoverata a causa di un’emorragia, provocata da una malformazione vascolare cerebrale, voleva staccarle la spina. Sempre nel suo «miglior interesse», sia chiaro. Alla fine, i genitori ebbero il via libera per trasferirla al Gaslini di Genova. Sapete com’è finita? A gennaio 2020, Tafida è uscita dalla rianimazione. E a marzo 2022, nella Capitale britannica, si è tenuta la cerimonia di inaugurazione di una fondazione a lei intitolata, il cui scopo era realizzare un centro riabilitativo neurologico per i figli di famiglie bisognose. Non è sicuro che Indi possa essere altrettanto fortunata. Fatto sta che, con la ragazzina di origini bengalesi, l’Inghilterra stava ragionando allo stesso modo: patimenti intollerabili, best interest, stop ai supporti vitali. Le toghe avrebbero lasciato morire una bimba che aveva ancora delle chance. Perché non dar credito agli esperti dell’ospedale pediatrico della Santa Sede?

Ieri, Pillon ha ringraziato il governo, il presidente del Consiglio e l’«intero popolo italiano da parte dei familiari di Indi Gregory», confermando di essere «al lavoro per rimuovere i residui ostacoli a portarla presto a Roma». Il ricorso alla Cedu, per adesso, è sospeso. Ma il trasporto da noi è in bilico: «Bisogna vedere come si comporteranno le autorità britanniche», ha spiegato alla Verità. Il legale ha auspicato che il provvedimento del cdm «possa favorire una collaborazione» tra i responsabili della sanità dei due Stati. «In ogni caso», ha concluso, «a Indi spettano tutte le tutele che il nostro ordinamento mette a disposizione dei cittadini». Sì. Ma nel 2018, ad Alfie Evans, il piccolo affetto da un disturbo neurodegenerativo, non bastò il conferimento della cittadinanza, peraltro sollecitato da Meloni e Pillon. Il giorno stesso, gli fu rimosso il sostegno vitale. Cinque giorni dopo, Alfie morì. Mentre scriviamo, Indi risulta ancora attaccata alle macchine. È in mano al cuore degli inglesi, allo scettro del re, al buonsenso dei medici. E alle braccia spalancate dell’Italia.

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