Cardinale e arcivescovo
metropolita di Utrecht
L’attuale cultura secolare, emersa nel mondo occidentale negli anni ’50, ’60 e ’70, non rende facile la pratica della scienza e della bioetica quale servizio alla verità. Tra l’altro, questa cultura non è più «privilegio» dell’Occidente, ma sta rapidamente intaccando altre parti del mondo attraverso Internet e i social media. Nella prima parte del mio contributo, descriverò alcune tendenze fondamentali della cultura odierna che hanno un’influenza decisiva sulla pratica della bioetica. Nella seconda parte, elencherò alcune premesse essenziali per una pratica della scienza e della bioetica al servizio della verità.
la «Evangelium vitae»
A trent’anni dalla pubblicazione della Evangelium vitae, la descrizione fatta da papa Giovanni Paolo II della cultura odierna come cultura di morte è ancora tanto scioccante quanto toccante. Egli parla dell’«imporsi di una cultura anti-solidaristica, che si configura in molti casi come vera “cultura di morte”. Essa è attivamente promossa da forti correnti culturali, economiche e politiche, portatrici di una concezione efficientistica della società. Guardando le cose da tale punto di vista, si può, in certo senso, parlare di una guerra dei potenti contro i deboli: la vita che richiederebbe più accoglienza, amore e cura è ritenuta inutile, o è considerata come un peso insopportabile e, quindi, è rifiutata in molte maniere. Chi, con la sua malattia, con il suo handicap o, molto più semplicemente, con la stessa sua presenza mette in discussione il benessere o le abitudini di vita di quanti sono più avvantaggiati, tende ad essere visto come un nemico da cui difendersi o da eliminare. Si scatena così una specie di “congiura contro la vita”» (n.12). Gli individui, così come l’intera società e il mondo politico, sono coinvolti in questa cospirazione contro le vite di altri esseri umani che sono malati o disabili o incapaci di difendersi. Questa è una cultura di morte perché il valore intrinseco della vita umana non viene riconosciuto e rispettato. Ciò accade all’inizio della vita, come dimostrano l’alto numero di aborti, l’accettazione della perdita di numerosi embrioni attraverso l’uso di tecniche di riproduzione artificiale come la Fivet e l’Icsi, la diagnostica prenatale e la selezione di embrioni nonché il loro consumo nella ricerca sperimentale, e i trattamenti che portano alla soppressione di neonati disabili (bambini fino a un anno di età). La cultura anti-vita si manifesta anche nell’uso diffuso di contraccezione e sterilizzazione per impedire la formazione della vita umana, il cui valore intrinseco è violato pure nelle sue fasi finali con l’eutanasia e il suicidio medicalmente assistito (cfr. Evangelium Vitae, n. 13-17).
Come è potuta emergere questa cultura nell’ultimo mezzo secolo? Tre fattori giocano un ruolo decisivo: in primo luogo, l’idea che la conoscenza vera, affidabile e utile possa essere conseguita solo attraverso mezzi empirici e mediante la misurazione tecnico-scientifica. In secondo luogo, la cultura odierna è permeata da quella dell’individualismo espressivo. Il terzo elemento è la visione dualistica dell’uomo attualmente dominante. Questi tre fattori sono strettamente correlati. La cultura odierna è innanzitutto profondamente empirista. Si ritiene che solo ciò che è percepibile con i sensi e misurabile con sofisticati metodi scientifici rappresenti una conoscenza vera e utile. In base a criteri esclusivamente empirici, tuttavia, non si può conoscere l’esistenza di Dio. Di conseguenza, la cultura odierna è caratterizzata da quella che Giovanni Paolo II chiama «eclissi del senso di Dio». Questo porta automaticamente a una «eclissi del senso dell’uomo» (Evangelium vitae, n. 21-24). Dio, che ci ha creati, è la fonte dei nostri diritti fondamentali. Egli ci ha creato a Sua immagine e somiglianza. Da cui deriva che noi abbiamo il fondamentale diritto alla vita e che la nostra vita ha un valore intrinseco. Ma se, come accade nella cultura odierna, Dio viene negato, chi concede il diritto alla vita alle persone o a certe categorie di persone? Ciò viene fatto per legge dallo Stato, si tratti di un sovrano autocratico o di una maggioranza democratica. Inoltre, una cultura empirista porta alla perdita della ragione umana. La funzione della ragione è vista principalmente come una facoltà aritmetica. Di conseguenza, diventa impossibile conoscere le verità metafisiche e quindi i valori e le norme morali. […]
A partire dagli anni ’60 il crescente benessere ha permesso alle persone di vivere in modo indipendente l’una dall’altra. Questo ha portato a un atteggiamento fortemente individualista nei confronti della vita, che oggi è ampiamente diffuso. L’individualismo espressivo è l’attuale tendenza dell’individuo a porsi al centro, a mettersi su un palcoscenico e a considerare gli altri come spettatori. L’individuo chiuso in se stesso è meno incline a mostrare solidarietà con gli altri esseri umani deboli e affetti da disabilità o altre condizioni. Egli enfatizza la propria autonomia e ritiene non solo un diritto, ma addirittura un dovere, quello di fabbricarsi la propria religione e filosofia di vita e di scegliere i propri valori etici con i quali distinguersi dagli altri. A causa dell’eclissi del senso di Dio e con essa della nozione di creazione e di ordine della creazione, sono venuti meno i valori etici universali, quelli che Benedetto XVI chiama «valori non negoziabili», tra cui il valore della vita umana. Il valore del proprio figlio non ancora nato dipenderebbe allora dalla decisione autonoma della donna incinta. Il valore della propria vita potrebbe essere stabilito solo dal diretto interessato. Questa autonomia dell’individuo è avanzata a tal punto che egli sarebbe in grado di decidere non solo che cosa fare, ma anche chi essere. Ad esempio, potrebbe scegliere il proprio sesso o stabilire di non essere né maschio né femmina, non binario, indipendentemente dal proprio sesso biologico. Un terzo fattore è la visione dualistica dell’uomo, oggi dominante. La cultura empirista ha una visione dell’uomo che è una versione materialista di quella di Cartesio. Cartesio vedeva l’uomo come un essere costituito da due componenti, l’anima e il corpo. La cultura attuale non riconosce l’esistenza di un’anima immateriale, ma identifica l’uomo con la sua mente, la coscienza umana, cioè la capacità di pensare, di prendere decisioni autonome e di stabilire relazioni sociali precipuamente umane. Questa visione dell’uomo è nota come «Teoria dell’identità della mente». La mente viene poi ulteriormente identificata con alcuni nuclei cerebrali superiori e con la corteccia cerebrale, o con i complicati processi neurofisiologici e biochimici che vi hanno luogo. Questa mente, che secondo tale teoria sarebbe la coscienza umana, è vista come la persona umana vera e propria, il soggetto. Il corpo, invece, è visto come un oggetto che la persona, la coscienza, usa per esprimersi. Il corpo in quanto tale, che l’uomo ha in comune con il mondo animale e che dunque non gli è specifico, non appartiene all’essenza della persona umana. Esso, quindi, non partecipa al valore intrinseco della persona umana, ma ha solo un valore strumentale. Pertanto, l’uomo ha un ampio diritto di disporre di esso. Ciò significa che può modificare il proprio corpo a piacimento attraverso la chirurgia estetica o, con trattamenti transgender, adattare il proprio sesso biologico – per quanto possibile – all’identità di genere che ha scelto. Secondo questa visione dell’uomo, egli ha anche il diritto assoluto di disporre della vita e della morte, sotto forma di aborto provocato, eutanasia e suicidio medicalmente assistito.
una gestione partecipata
In che cosa la filosofia e la teologia cattoliche sono in contrasto con la cultura della morte e le sue tendenze? In primo luogo, ritengono indispensabile riconoscere che la ragione umana può conoscere le verità metafisiche; in secondo luogo, che gli esseri umani hanno solo un dominio partecipato sulla vita; in terzo luogo, che la vita umana è un valore intrinseco. Innanzitutto, è conditio sine qua non che la ragione sia riconosciuta come capace di conoscere le verità metafisiche. La ragione vede l’essenza delle cose sulla base di ciò che viene percepito dai sensi attraverso un processo di astrazione. Attraverso la ragione, l’uomo conosce l’essere delle cose.
Secondariamente, la fede cristiana riconosce una certa autonomia della persona umana. Essa è creata a immagine e somiglianza di Dio (Gen. 1, 26-27). Possiede la ragione e un certo grado di libertà. Di conseguenza, ha una provvidenza e una responsabilità, seppur limitate (Sap 9, 1-3; Salmo 8, 7-9). La sua autonomia è quindi solo relativa. […] Questa autonomia umana, sebbene relativa, implica un dominio reale sul mondo e sulla vita. Tuttavia si tratta – come detto – di un dominio relativo o partecipato. L’uomo partecipa all’essere Dio, creato come è a sua immagine e somiglianza, ma non è Dio stesso.
Il dominio partecipato non implica dispotismo, ma innanzitutto una responsabilità nei confronti della creazione e della vita sulla terra in generale, come sottolinea Giovanni Paolo II nella Evangelium vitae. […]
Conclusione
La pratica della scienza e della bioetica può servire la verità solo se si riconosce la possibilità di arrivare alla conoscenza di verità metafisiche e alla conoscenza di valori e norme fondamentali. Ci sono tre premesse fondamentali per una pratica della scienza e della bioetica che sia al servizio della verità.
La prima è riconoscere che la ragione umana è in grado di conoscere le verità metafisiche. La seconda è riconoscere che l’uomo ha, tuttalpiù, un’autonomia relativa e che il suo dominio sulla vita è partecipato. La terza è riconoscere che la vita umana è un valore intrinseco. La fede e la riflessione teologica facilitano l’accettazione di queste premesse. Tuttavia, la loro accettazione è possibile anche attraverso una visione filosofica metafisica dell’uomo.
Traduzione di Martina Pastorelli
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