Il gruppo Energy firma un accordo con l’asiatica Pylon: il sito produrrà 600-800 batterie al giorno. Ipotesi golden power.

Il termine friendshoring non è altro che un neologismo che prende le mosse dal più datato reshoring (la rilocalizzazione della produzione di un’azienda dall’estero al paese d’origine) e dal nearshoring (quando si vanno a ridurre i problemi della logistica spostandosi in un posto più vicino al mercato nazionale). Si tratta, in sostanza, di rilocalizzare alcune fasi della produzione in Paesi amici, che condividono il sistema di valori – o di interessi – e l’allineamento geopolitico del paese di riferimento. Fatta questa premessa, c’è da chiedersi quale tipo di friendshoring abbia in mente l’Italia. Abbiamo già scritto più volte negli ultimi mesi della via della Seta pugliese che vede aumentare gli affari con i cinesi soprattutto nei porti della Regione guidata da Michele Emiliano. Ma una nuova alleanza industriale spunta anche a Nord. Mentre si tentenna ancora sulla gigafactory per la produzione di batterie per auto elettriche di Stellantis a Termoli, infatti, in provincia di Padova nascerà entro fine anno una gigafactory per la produzione e commercializzazione in Europa di batterie al litio cobalt-free che consentono di immagazzinare l’energia proveniente da fonti rinnovabili e rilasciarla quando se ne ha bisogno (pensiamo agli impianti fotovoltaici). A realizzarla sarà la joint venture costituita dall’italiana Energy spa, quotata sull’Euronext Growth della Borsa di Milano e attiva nei sistemi integrati di accumuli di energia, e la controllata europea del colosso cinese Pylon Technologies, quotato alla Borsa di Shanghai con una capitalizzazione di circa 41 miliardi di yuan (circa 5,7 miliardi di dollari).

La joint venture si chiama Pylon LiFeEU Srl, ha sede presso lo stabilimento di Energy a Sant’Angelo di Piove di Sacco (PD) dove sarà avviata entro la fine del 2023 la produzione di batterie Lfp (litio-ferro-fosfato) cobalt- free, necessarie allo stoccaggio di energia prodotta da fonti rinnovabili, in particolare da pannelli fotovoltaici. Sarà dunque realizzata una Gigafactory all’interno dello stabilimento produttivo di Energy. «Il business plan prevede la realizzazione, in fase iniziale, di un primo sito che potrà arrivare ad una capacità produttiva di 600-800 batterie al giorno, pari a 3-4 Megawattora di capacità di accumulo», si legge in una nota. Viene, inoltre, sottolineato che «secondo dati di mercato, la Cina produce quasi l’80 per cento della capacità di storage delle batterie mondiali. Tra gli obiettivi comunitari vi è quello di incentivare la produzione della componentistica sul territorio europeo, che rappresenta il principale scopo della joint venture, che si qualifica come un’operazione di friendshoring, in cui Italia e Cina collaborano attivamente, grazie agli investimenti del partner cinese nel mercato italiano».

Sempre nel comunicato vengono riportate anche le dichiarazioni di Jinpeng Geoffrey Song, vicepresidente del business internazionale di Pylon Technologies, che sottolinea il «passo importante» per avviare una «produzione localizzata, in quanto i nostri partner, soprattutto in Europa, sono desiderosi di avere una catena di fornitura più sicura e stabile; abbiamo scelto il Veneto come luogo di partenza, cui siamo legati sia dalle conoscenze scientifiche di lunga data fin dai tempi di Galileo che dalla fresca amicizia con Energy». Pylontech avrà il 70% mentre Energy deterrà il 30% in seguito a un investimento iniziale di 3 milioni (7 da Pylontech). L’accordo prevede che le decisioni strategiche e di natura straordinaria verranno deliberate all’unanimità, mentre la governance verrà affidata a un cda composto da tre membri, di cui due designati da Pylontech e uno, con il ruolo di ad, da Energy. I rapporti della spa veneta con la Cina sono anche a livello azionario, perché tra i soci– e con le stesse quote (circa il 20%) del co-fondatore e ad Davide Tinazzi – c’è già l’imprenditrice cinese, Sun Hongwu.

Di certo, il colosso cinese mette piede in Europa attraverso l’Italia. Nel marzo del 2021 l’allora premier Mario Draghi aveva vietato a un gruppo cinese di rilevare il controllo di un’azienda italiana di semiconduttori: era il primo esercizio di veto nell’ambito del “golden power” del nuovo esecutivo guidato dall’ex presidente della Bce. I campi di intervento sono stati diversi: bloccata un’azienda di sementi venduta sempre ai cinesi; stop alla robotica della novarese Robox o ai semiconduttori della Applied Materials e della Lpe. Ma chi era interessato allo shopping sta cercando strade alternative. La nostra intelligence aveva anche lanciato un allarme specifico sulla Cina, che sarebbe a caccia di startup sul mercato proprio per dribblare i paletti dello strumento usato dal governo per evitare la cessione di asset strategici a potenze straniere.

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