Anna Bono, già ricercatrice in Storia e istituzioni dell’Africa. Dal 1984 al 1993 vi ha soggiornato a lungo, svolgendo ricerche sul campo in Kenya. Nessuno in Italia la conosce meglio di lei. È corretto definirla «africanista» da un punto di vista accademico?
«Sostanzialmente sì. Il termine è criticato. Ma definisce l’oggetto degli studi».
L’Africa è una o esistono tante Afriche?
«Spesso si dice America ma non ci si riferisce al continente. L’Asia non viene mai considerata nel suo insieme. Si considerano i singoli Stati. L’Africa curiosamente si considera come un oggetto unico. Ma ci sono invece 54 Afriche. Tante quanti sono i singoli Paesi che ne fanno parte. Politicamente l’Unione africana potrebbe essere un soggetto politico al pari dell’Unione europea».
Continente ricco e sfruttato dagli occidentali…
«Il presidente della Nigeria Tinubu si è appellato alle Nazioni Unite per fermare lo sfruttamento dei Paesi africani. La mia visione personale è che i Paesi africani sono sfruttati dagli africani stessi. Ma c’è sempre la tendenza a colpevolizzare soggetti esterni».
Quali sono ad oggi le aree di maggior instabilità?
«Negli ultimi quattro anni ci sono stati 14 colpi di Stato, dieci dei quali avvenuti con successo. Ricordo fra tutti Mali, Guinea, Burkina Faso, Sudan, Niger, Gabon e Chad. Poi ci sono invece i Paesi in conflitto. La Repubblica Centrafricana, il Sudan del sud dove non è ancora terminata una guerra iniziata nel 2011 e dove stanno succedendo cose terribili. I conflitti nelle zone Tamal e Tigrai. Il caso più clamoroso è quello della Somalia; in guerra dal 1987. Una parte rilevante del suo territorio è in mano agli Shabaab affiliati ad Al Qaeda. Poi c’è tutta l’instabilità dovuta alla jihad islamica in grado di mettere a segno attentati a tutti i livelli».
Chi sta oggi sbarcando a Lampedusa arriva esattamente da dove?
«Si imbarcano principalmente in Tunisia da dove ne partivano molti meno l’anno scorso. Comunque partono soprattutto da Tunisia e Libia. Frontex ha però dichiarato che le organizzazioni criminali in concorrenza fra loro propongono nuove rotte più economiche anche del 30% per arrivare in Italia attraverso il Mediterraneo centrale. Il 30% circa di chi arriva è asiatico. Il resto proviene soprattutto dal Ghana e dalla Costa d’Avorio. Situazione, questa, veramente clamorosa, dal momento che ha performance economiche consolidate importanti essendo il primo produttore di cacao al mondo. Attrae a sua volta più di due milioni di immigrati».
Se dovesse fare un ritratto sociologico dell’africano tipo che si dà per mare cosa verrebbe fuori?
«Il 90% sono maschi di età compresa fra i 18 e i 35 anni. Sono diminuiti i minori non accompagnati. La stragrande maggioranza proviene dai centri urbani e sono persone di ceto medio e comunque con risorse tali da potersi permettere viaggi costosi e gestiti dalle organizzazioni criminali. Possono arrivare a diverse migliaia di dollari a seconda della lunghezza e dei rischi del tragitto. Sottolineo che quasi nessuno arriva da Paesi destabilizzati dalla guerra. E i numeri dei mancati accoglimenti delle richieste di asilo lo confermano».
Un ritratto che ha disturbato molti conformisti…
«Ricordo spesso cosa diceva il ministro degli Esteri senegalese Diop nel 2015: “Da qui non parte chi non ha niente ma chi vuole di più ed è convinto di poterlo trovare in Europa”. Studenti che mettono da parte la borsa di studio per partire. Ma anche gli stessi docenti».
Partono da Nigeria e Costa d’Avorio che hanno performance economiche importantissime per andare in un’Europa accartocciata su sé stessa
«C’è indubbiamente una crescita economica che non si traduce in sviluppo umano e sociale a causa della corruzione, del malgoverno e del tribalismo. Un immenso spreco di risorse autoctone per intendersi».
In tutto questo l’Onu che fa?
«Di fronte al presidente della Guinea arrivato al potere a seguito di un golpe e quindi non eletto che afferma molti dei soliti luoghi comuni riguardo gli occidentali che impongono modelli di sviluppo esterni, l’Onu dovrebbe reagire prima di tutto condannando fermamente l’immigrazione illegale ed inoltre stigmatizzando la strumentalizzazione che si fa della convenzione di Ginevra per entrare illegittimamente in altri Paesi dichiarandosi profughi quando in realtà non lo si è. Ed invece cosa fa? Richiama i Paesi occidentali a rifondere gli Stati africani per i danni della schiavitù dei secoli scorsi, di fatto soffiando sul fuoco».
Come nasce in Africa la convinzione che l’Europa sia il paradiso terrestre?
«I video dei giovani sbarcati a Lampedusa che festeggiano e ballano sono girati molto. Video del genere ne girano tanti da tempo. E rafforzano questa convinzione. Ma ci sono altri fattori. Quando stavo in Kenya gli africani erano affascinati dallo stile dei turisti europei che arrivavano e facevano la vacanza serviti e riveriti per otto giorni. Pensano tutti che questo sia lo stile di vita permanente. Mica comprendevano ciò che dicevo loro. Ovvero che lavorano normalmente e risparmiano per concedersi quegli otto giorni di lusso. Ma anche i continui aiuti di cibo e medicinali rafforzano la convinzione di questa ricchezza. A questo aggiunga che le organizzazioni criminali che gestiscono le rotte mica aspettano i clienti che arrivino. Ma pubblicizzano a dovere la loro prodotto. La loro merce è: arrivare in Europa».
La Cina e la Russia hanno grande influenza in Africa. È vero o è una favola?
«Vero. La Cina ha sorpassato la Francia come primo partner commerciale addirittura nei Paesi legatissimi a Parigi dal franco Cfa. La Russia ha invece soprattutto impostato relazioni di carattere militare offrendo servizi di consulenza, addestramento, tecnologie e presenza sul campo. Nella Repubblica Centrafricana in guerra dal 2012, dopo il golpe i Wagner presidiano con i loro servizi di sicurezza la capitale e i dintorni. In cambio gli è stato offerto il diritto di sfruttare miniere d’oro. Ecco un esempio di spreco delle risorse di cui parlavo prima. E su cui gli occidentali non c’entrano nulla».
E noi esageriamo con l’auto razzismo…
«Certamente. In Africa vi sono popolazioni e Stati sovrani che hanno piena responsabilità delle loro azioni. Parecchi anni fa l’Onu condannava i leader della Repubblica Democratica del Congo per i livelli di corruzione sfrenata registrata. Ma questi candidamente rispondevano che non vi era nessuno sfruttamento perché quelle risorse gli appartenevano. Io sono rimasta folgorata dalla risposta data dall’allora presidente Mobutu alla Jeune Afrique che lo accusava di possedere ricchezze sterminate in patria e all’estero. E lui candidamente affermava, come fosse la cosa più normale del mondo, che era al potere da almeno 17 anni. Mi colpiva anche un’intervista fatta dalla Reuters o dalla Bbc, non ricordo bene, ad alcune persone in strada prima delle elezioni in Burkina Faso. Uno degli intervistati ammetteva di votare per il presidente uscente corrotto e che violava palesemente i diritti umani. Argomentava spudoratamente che siccome era da tempo al potere, questo era sicuramente già ricco e non avrebbe rubato come un nuovo entrante».
Cosa sta succedendo in Niger, professoressa?
«Posso esprimermi per ciò che leggo come tutti. Al pari di ciò che è accaduto in Mali e nel Burkina Faso, siamo in presenza di colpi di Stato finalizzati a rivendicare una certa autonomia rispetto alla Francia, agli Stati Uniti ed in generale tutti i Paesi occidentali. Anche l’Italia è presente in quell’area. L’Unione africana ha ovviamente sospeso il Niger dall’organizzazione e gli attuali golpisti hanno dichiarato che ripristineranno le normali consuetudini democratiche nel giro di pochi anni. Un po’ come è successo in Mali ed in Burkina Faso».
Pure qui immagino una forte presenza dei Wagner…
«Comunque una presenza che fino ad oggi non si è dimostrata all’altezza delle aspettative anche nel fronteggiare la jihad. Questi sono mercenari che non vanno troppo per il sottile e spesso non sanno distinguere chi hanno di fronte. A ciò si aggiunga che la jihad sa essere particolarmente attraente per i giovani. Non tanto per motivi ideologici o religiosi ma soprattutto perché diventandone guerriglieri si possono fare soldi. Razzie, bracconaggio e traffici illegali sono attività consuetudinarie in tutte queste organizzazioni».
In Occidente l’attività professionale ed imprenditoriale è vista come la strada per avere successo e ricchezza. In Africa invece le risorse si rubano. Ci si arricchisce così
«In Nigeria si dice che la corruzione sia uno stile di vita che coinvolge tutti. Dal vertice alla base. La Banca Mondiale stimava che su dieci dollari dati al governo somalo, di sette si perdono le tracce. In Etiopia sono stati costretti a sospendere l’elargizione di beni di prima necessità donati dall’Europa per quanto erano ridondanti rispetto alle loro necessità».
La sua visione è molto controcorrente.
«Trovo sia razzista considerare gli africani inermi e incapaci di decidere sul loro destino. Mai ci permetteremmo di fare considerazioni del genere ad esempio sugli indiani o su altre popolazioni».
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