«Chi attacca la dignità umana non può invocare la libertà di parola». Queste parole sono state pronunciate da Heiko Halbfas, giudice del tribunale regionale di Verden, in Bassa Sassonia, Germania. Il magistrato si è espresso così dopo che la sua Corte ha condannato Marie-Thérèse Kaiser, leader dell’Afd di Rotenburg, per incitamento all’odio. La donna, 27 anni, è stata messa sotto accusa per via di un post risalente al 2021 con cui aveva commentato la decisione del sindaco di Amburgo di accogliere 200 afghani. La Kaiser mostrò di non gradire l’iniziativa e parlò del possibile rischio di un aumento degli stupri compiuti da «masse culturalmente estranee». A sostegno della sua tesi, l’esponente di Afd pubblicò una serie di dati sulle violenze sessuali, da cui emergeva il particolare coinvolgimento di afghani negli stupri di gruppo. Tanto è bastato per farla condannare. «La semplice menzione di numeri, dati e fatti deve essere dichiarata un reato penale semplicemente perché l’establishment rifiuta di accettare la realtà. Non mi lascerò mettere a tacere», ha dichiarato la Kaiser prima dell’udienza. Alla fine le toccherà pagare una multa salatissima: addirittura 6.000 euro.
Certo, si possono non condividere i toni e i modi della signorina tedesca, ma la sua vicenda presenta almeno un aspetto decisamente inquietante. La sua preoccupazione riguardo agli stupri era suffragata da dati, numeri. Eppure un giudice ha deciso che le sue uscite incitassero all’odio. Viene dunque da chiedersi: per quale motivo la realtà dovrebbe essere lesiva della dignità umana? Riguardo alle opinioni, ovviamente, si può discutere: sarebbe buona regola concedere a chiunque di dire ciò che vuole, ma è comprensibile che una frase particolarmente violenta sia ritenuta inaccettabile e meritevole di sanzione.
Se, però, si pubblicano delle cifre, anche se queste mettono in cattiva luce una comunità, parlare di incitamento all’odio è assurdo. Significa che qualcuno, di fronte a fatti che non gli sono graditi, pretende di modificare la realtà. O comunque di colpire brutalmente le opinioni così che di quella realtà specifica non si parli più.
La storia della Kaiser è particolarmente emblematica della evaporazione della verità a cui si assiste da qualche tempo in Occidente. Non conta ciò che si osserva, non contano nemmeno le statistiche: vale soltanto ciò che il potere ritiene essere buono e giusto. In poche parole: il più forte si impone e stabilisce che cosa sia vero e che cosa no. La frase secondo cui «Chi attacca la dignità umana non ha dignità di parola» va, quindi, riformulata così: «Chi non si attiene alle direttive non ha dignità di parola».
A dimostrazione di quanto sia vero questo assunto vale la pena di raccontare anche un’altra vicenda che ha per protagonista un ricercatore della facoltà di filosofia dell’Università di Cambridge di nome Nathan Cofnas. Non è l’ultimo arrivato: studia i rapporti tra scienza e filosofia e ha pubblicato articoli su riviste di peso, è ricercatore associato presso l’Emmanuel College e ha una notevole attività sulla Rete. A leggere quel che scrive lo si potrebbe definire un libertario orientato a destra e di certo non è uno che si faccia intimorire dalle tesi forti.
Tra i suoi articoli ce n’è uno pubblicato a gennaio del 2024 intitolato «Perché dobbiamo parlare del problema della stupidità della destra». Dati sul quoziente intellettivo alla mano, Cofnas ha sostenuto che i conservatori americani siano mediamente meno intelligenti dei progressisti. Come è facile immaginare, si tratta di una presa di posizione piuttosto ruvida che potrebbe offendere pesantemente chi si riconosca nella destra politica statunitense. Eppure, pensate un po’, quel suo articolo non ha suscitato scandali né proteste.
Perché Cofnas fosse messo all’indice è stato necessario che criticasse le politiche «inclusive» dell’Accademia. In un articolo uscito a febbraio, ha fornito la sua personale soluzione al problema del cosiddetto wokismo. «Realismo razziale è il termine migliore per descrivere la posizione scientificamente corretta. Quando le élite accetteranno il realismo razziale, potremo costruire un mondo migliore», ha scritto. In che cosa consista questo realismo razziale non è difficile da chiarire: «In un sistema daltonico che giudicasse i candidati solo in base ai titoli accademici», insiste Cofnas, «i neri costituirebbero lo 0,7% degli studenti di Harvard. (Anche questa potrebbe essere una sovrastima, dal momento che le credenziali delle scuole superiori a volte vengono rafforzate dall’azione affermativa.) In una meritocrazia, i docenti di Harvard verrebbero reclutati tra i migliori tra i migliori studenti, il che significa che il numero di professori neri si avvicinerebbe allo 0%. I neri scomparirebbero da quasi tutte le posizioni di alto profilo al di fuori dello sport e dell’intrattenimento». Conclusione di Cofnas: «La tesi dell’uguaglianza si basa su bugie. Esponi le bugie e presenta la verità in un modo che le persone intelligenti possano capire e potrai cambiare idea».
Queste uscite del filosofo sul suo blog, a differenza delle sue parole sulla destra, hanno provocato una sollevazione. Contro di lui è partita una petizione che ha raccolto oltre mille firme. Sulle prime, i vertici dell’Università lo hanno difeso ma, dopo numerose pressioni degli studenti e di professori di peso, Cambridge ha aperto una inchiesta ufficiale sul comportamento di Cofnas e l’Emmanuel College ha annunciato l’intenzione di interrompere i rapporti con lui. Motivo? Le sue posizioni «possono ragionevolmente essere interpretate come equivalenti a un rifiuto delle politiche di diversità, uguaglianza e inclusione (Dei e Edi)» e «rappresentano una sfida ai valori fondamentali e alla missione del College».
In difesa del ricercatore è intervenuto il celebre filosofo australiano Peter Singer (il più famoso teorico della liberazione animale, non certo un pericoloso fascistone). «Queste decisioni», ha scritto Singer, «implicano che all’Emmanuel College la libertà di espressione non include la libertà di contestare le politiche del Dei e che contestarle potrebbe essere motivo di licenziamento. Questa è una dichiarazione straordinaria da fare per un istituto. […] Il mondo accademico starà a guardare cosa succede. Se l’Università di Cambridge licenziasse Cofnas, suonerebbe come un avvertimento agli studenti e agli accademici di tutto il mondo: quando si tratta di argomenti controversi, anche le università più rinomate del mondo non possono più fare affidamento sul loro impegno a difendere la libertà di pensiero e di discussione».
Difficile dare torto a Singer. Dall’Europa agli Stati Uniti passando per il Canada, è evidente l’affermazione di una tendenza piuttosto pericolosa: di fronte a ogni discorso che sia appena perturbante, la reazione istintiva e immediata è la censura. Che si tratti di togliere la parola a un filopalestinese o a un professore di destra che detesta le politiche inclusive, poco cambia. Si è diffuso il terrore del pensiero ruvido, si teme ciò che è «divisivo», si ha paura persino della realtà. E si tenta di costruire, influendo sulle parole e modificando i discorsi, un mondo ovattato e parallelo del tutto artificiale. Un mondo assurdo che si finge libero dall’odio ma è fondato sull’odio per i presunti odiatori e l’intolleranza per chi non si conforma.
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