Nel mondo dai forti appetiti del progressismo digital-tecnocratico si aprono squarci di crisi sempre più profondi e significativi.
I dubbi sulle Open Society alla Soros, senza fede e con pretese sempre maggiori, si fanno più forti. Anche per via delle difficoltà poste alle diverse categorie di cittadini dai nuovi miracoli tecnologici tipo: automobili senza guidatori e con molti incidenti, cappotti per case ecologiche o batterie di macchine elettriche che prendono fuoco, vaccini aggressivi verso i pazienti almeno quanto lo sono verso i virus.
Ora poi un argomento potente l’ha posto uno (forse il maggiore) dei pensatori viventi della sinistra internazionale: Jürgen Habermas, allievo diretto di Theodor Adorno e ultimo rappresentante significativo della scuola di Francoforte, a sua volta ultima manifestazione importante legata alla cultura marxista. Nel suo recentissimo libro, appena pubblicato in Italia (Ultimo mutamento della sfera pubblica e politica deliberativa. Cortina editore), Habermas presenta e approfondisce le critiche che già aveva mosso all’inizio dei suoi lavori sulle difficoltà attuali delle democrazie nella società occidentale.
Ciò che diventa sempre più difficile è il buon funzionamento di una «sfera pubblica» che garantisca in modo autenticamente democratico la libera comunicazione e lo scambio tra idee e posizioni politiche diverse. E’ così che dietro la richiesta di una transizione ecologica con pretese di rivoltare l’esistenza umana come un calzino, qualcuno intravede dietro la legge-delibera dei gruppi al potere fantasie di onnipotenza, e forse di truffa.
Diventa così sempre più difficile per la società civile (nel frattempo deformata dal mostruoso sviluppo dei social), fornire alla sfera pubblica idee e proposte sufficientemente argomentate e verificate da poter poi consentire di deliberare democraticamente, con equanimità e adeguata conoscenza di causa.
Eppure il «luogo aperto» della sfera pubblica parrebbe per molti aspetti essere oggi più aperto che mai. Ogni cittadino ha in tasca uno strumento elettronico da dove può vedere le situazioni più svariate: da dove si trova la Meloni all’ultimo fatto di cronaca. Ma il guaio è proprio questo: il sovrapporsi della facile piacevolezza e visibilità della facciata alla conoscenza del significato delle cose e dei fenomeni. Del resto, in psicologia e medicina è noto che la vista è il senso più superficiale, e l’abbondanza di dati e immagini può suscitare nella mente umana una notevole confusione; mentre contemporaneamente fa il successo dell’ultimo gadget digitale sul mercato e la gioia del suo proprietario. Il fatto è quando sei immerso nel «vedere» tutto, non puoi far quasi nulla.
Ciò che diventa sempre più difficile da cogliere nel dibattito e nelle delibere politiche è oggi il significato, i contenuti, il senso, e come realizzarlo. Per farlo dovresti sapere, studiare, confrontare, insomma imparare un sacco di cose: difficile nell’attuale situazione educativa e formativa. Non basta gridare sui social o in televisione.
Come scrive nella prefazione la filosofa Marina Calloni, dal momento in cui le leggi di mercato hanno invaso la sfera privata «il dibattito si trasforma in consumo e le opinioni in pareri uniformizzati». Inutilizzabili, come spiega Habermas anche in questo testo, per svolgere un’attività deliberativa che rispetti davvero democraticamente le diverse esigenze.
Di qui i seri pericoli che corrono oggi le democrazie capitaliste di oggi, ammalate dalle diseguaglianze sociali e dal progressivo istupidimento del processo decisionale. E’ poi sempre in questo processo di progressivo deteriorarsi delle conoscenze e della comunicazione che cresce il potere suggestivo dell’istrionico influencer e tende a dissolversi la conoscenza autentica dei fenomeni e la capacità e la forza di guidarli con leggi oneste, deliberate nell’interesse complessivo della società.
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