Stavolta i Biden sono in guai seri. Il figlio del presidente americano, Hunter, ha accettato di dichiararsi colpevole di due reati fiscali relativi al mancato pagamento dell’imposta federale sul reddito. Ha inoltre stretto un accordo con gli inquirenti in merito a un’accusa di possesso illecito di arma da fuoco. Il suo legale ha dichiarato che queste mosse «risolveranno» l’indagine penale, che la procura federale del Delaware stava portando avanti su di lui addirittura dal 2018. Secondo Fox News, proprio la procura ha annunciato che, in caso di condanna, Hunter rischierebbe una pena massima di 12 mesi di carcere per ciascuna delle accuse fiscali. Un massimo di dieci anni è invece quello che potrebbe capitargli per l’altro capo d’imputazione. «Un giudice del tribunale distrettuale federale determinerà una sentenza dopo aver preso in considerazione le linee guida sulle sentenze degli Usa e altri fattori legali», ha chiarito l’ufficio del procuratore David C. Weiss. Qualsiasi eventuale accordo per evitare il carcere dovrà essere approvato da una corte.
Non sono ovviamente mancate le reazioni politiche. «Il presidente e la first lady amano il loro figlio e lo sostengono mentre continua a ricostruire la sua vita. Non avremo ulteriori commenti», ha dichiarato il portavoce della Casa Bianca, Ian Sams. «Oh! Il corrotto Dipartimento di Giustizia di Biden ha appena dato un colpo di spugna a centinaia di anni di responsabilità penale, dando a Hunter Biden una semplice “multa”. Il nostro sistema è marcio», ha tuonato Donald Trump sul suo social Truth. Anche il deputato repubblicano, James Comer, ha criticato il Dipartimento di Giustizia per eccessiva indulgenza verso il figlio del presidente. Ricordiamo che, a maggio, un funzionario dell’Agenzia delle entrate americana, Gary Shapley, aveva pubblicamente denunciato delle interferenze nell’inchiesta su Hunter da parte del Dipartimento di Giustizia: l’obiettivo, aveva rivelato, sarebbe stato quello di rallentare l’indagine contro il figlio del presidente. Tra l’altro, a ottobre scorso il Washington Post aveva riportato che l’Fbi aveva raccolto prove sufficienti per una sua incriminazione.
La notizia di ieri è esplosiva. E rischia seriamente di azzoppare politicamente Joe Biden. Certo, la responsabilità penale è personale: questo è chiaro. Ma le accuse di interferenza del Dipartimento di Giustizia pesano notevolmente sulla Casa Bianca. Senza considerare che l’attuale presidente ha sempre detto di avere totale fiducia in suo figlio. Non solo. I repubblicani si stanno concentrando da settimane su un documento in possesso dell’Fbi, secondo cui Joe e Hunter avrebbero ricevuto 5 milioni di dollari a testa dal fondatore della società ucraina Burisma, Mykola Zlochevsky, per ottenere il licenziamento dell’allora procuratore generale ucraino, Viktor Shokin, che aveva indagato sulla stessa Burisma per corruzione: Biden, all’epoca vicepresidente, effettuò pressioni sull’allora presidente ucraino, Petro Poroshenko. E alla fine – era il marzo 2016 – Shokin fu effettivamente silurato. Ricordiamo inoltre che Hunter fu nel board di quella società tra il 2014 e il 2019.
Nelle scorse ore, il New York Post ha anche rivelato che, nell’aprile 2016, proprio Hunter si coordinò con le alte sfere di Burisma per aprire un conto in una controversa banca maltese, Satabank: una banca che, secondo il Times of Malta fu «chiusa nel 2018 per diffuse violazioni delle leggi sul riciclaggio di denaro». Tra l’altro, il dirigente di Burisma che si adoperò per aprire quel conto era Vadym Pozharskyi: colui che, ad aprile 2015, ebbe un incontro a Washington con Joe Biden durante una cena organizzata da Hunter. Stranamente, pur non essendo classificato, l’Fbi continua a mantenere segretate alcune parti di questo «fatidico» documento, che finora è risultato accessibile solo ad alcuni membri della Camera dei rappresentanti per un breve periodo.
D’altronde, l’Ucraina è solo uno dei numerosi fronti relativi ai controversi affari internazionali di Hunter. Costui si è infatti mosso opacamente anche in Cina, Russia e Romania. Secondo il Washington Post, guadagnò 4,8 milioni di dollari grazie all’allora colosso cinese Cefc che vantava legami con l’Esercito popolare di liberazione. Inoltre, stando a un rapporto investigativo dei senatori repubblicani, Hunter avrebbe ricevuto 3,5 milioni dalla moglie dell’ex sindaco di Mosca, la miliardaria Elena Baturina.
Sebbene le accuse sorte dall’indagine della procura del Delaware non sembrino al momento riguardare questi affari, va da sé che quanto accaduto ieri getta ulteriore discredito sui Biden. Un elemento, questo, che può azzoppare significativamente l’attuale presidente americano, ricandidatosi in aprile alla Casa Bianca. Non a caso, lo abbiamo visto, Trump non ha perso tempo ad attaccarlo ieri. Tra l’altro, a peggiorare le cose per la famiglia presidenziale sta il fatto che la commissione Sorveglianza della Camera sarebbe in trattative per chiamare a deporre Devon Archer: ex stretto socio di Hunter che, qualora testimoniasse, potrebbe rivelare vari segreti sui suoi controversi affari internazionali. Joe Biden, che è già politicamente debole e fortemente impopolare, potrebbe vedere presto compromesse le sue chances di rielezione.
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