La crisi israeliana rischia di avere pesanti ripercussioni sulle prossime elezioni presidenziali americane. E su Joe Biden inizia ad aleggiare lo «spettro» di Jimmy Carter: il presidente dem, defenestrato dopo un solo mandato nel 1980. Ma andiamo con ordine.
L’attuale inquilino della Casa Bianca è finito sotto attacco dei repubblicani, che lo accusano di aver condotto un appeasement verso l’Iran che avrebbe rafforzato il regime khomeinista e i gruppi da esso spalleggiati (da Hamas a Hezbollah). Tale situazione, secondo il Gop, avrebbe favorito la brutale offensiva contro Israele. In particolare, Biden è stato criticato per aver cercato di ripristinare il controverso accordo sul nucleare con Teheran e per aver sbloccato a settembre sei miliardi di dollari di asset iraniani nell’ambito di uno scambio di prigionieri mediato dal Qatar.
Dopo l’aggressione di Hamas, i repubblicani avevano esortato Biden a ricongelare quei sei miliardi: una richiesta che, secondo The Hill, era arrivata anche da alcuni senatori dem. Sempre più in imbarazzo, il presidente ha infine accettato ieri, in accordo con Doha, di bloccare nuovamente quei soldi: una retromarcia clamorosa che dà, di fatto, ragione ai critici della Casa Bianca sull’appeasement iraniano. D’altronde, nonostante l’intelligence Usa dica di non aver per ora rivenuto prove di un coinvolgimento di Teheran nell’attacco a Israele, era stata la stessa Hamas inizialmente a parlare di un supporto iraniano: una versione che era stata confermata dal Wall Street Journal. Anche funzionari israeliani avevano riferito al Times of Israel di avere indizi di un coinvolgimento di Teheran. Inoltre, secondo Politico, il Pentagono temerebbe attacchi iraniani contro le truppe statunitensi di stanza in Medio Oriente.
Ed ecco la prima analogia con Carter: l’errore di valutazione. Nel 1979, sulla scia della rivoluzione iraniana, Carter si persuase di poter guadagnare l’ayatollah Ruhollah Khomeini alla causa occidentale: quello stesso Khomeini che, invece, si sarebbe presto trasformato in uno dei peggiori nemici degli Usa. Biden, dal canto suo, era convinto che l’appeasement verso Teheran avrebbe portato quest’ultima più vicina all’orbita americana. Invece gli ayatollah hanno rafforzato i loro legami con Cina, Russia e Hamas, minando le basi della sicurezza israeliana. Una seconda analogia con Carter sta nel fatto che anche l’allora presidente doveva gestire spaccature nel Partito democratico: alcuni senatori dem hanno criticato Biden sull’appeasement iraniano, mentre la deputata di estrema sinistra, Rashida Tlaib, ha messo in imbarazzo lo stesso Partito democratico, accusando Israele di «apartheid».
Una terza analogia con Carter riguarda lo spinoso nodo degli ostaggi. Secondo il portavoce del Consiglio per la sicurezza nazionale Usa John Kirby, almeno 22 cittadini americani sono rimasti uccisi nell’attacco contro Israele, mentre, dei 17 attualmente dispersi, alcuni sono stati catturati da Hamas. Kirby non ha fornito una cifra esatta, ma ha ammesso che il numero degli ostaggi potrebbe aumentare, aggiungendo che la Casa Bianca non ha ancora deciso se inviare forze militari per tentare un’operazione di salvataggio. Nell’aprile 1980, Carter ordinò l’operazione Eagle Claw per cercare di liberare gli ostaggi dell’ambasciata americana a Teheran, tenuti prigionieri da alcuni studenti khomeinisti: un’operazione che si risolse in un fiasco e che contribuì a decretare la sconfitta dell’allora presidente statunitense alle elezioni di quell’anno contro Ronald Reagan.
Biden è consapevole di un simile rischio. Ecco perché, secondo Cnn, il Pentagono e alcuni negoziatori dell’Fbi stanno collaborando sul campo con i funzionari israeliani. Gli ostaggi rappresentano una delle ragioni per cui il presidente americano sta cercando di spingere Israele a una reazione militare contenuta: l’obiettivo è diminuire la probabilità che i prigionieri possano essere uccisi e aumentare quella di una loro futura liberazione. Negli scorsi giorni, il Consiglio per la sicurezza nazionale americano aveva auspicato una risposta israeliana «proporzionata»: una posizione ribadita ieri dal segretario di Stato Usa, Tony Blinken, durante la sua visita nello Stato ebraico. Il punto è che, davanti all’enormità dell’offensiva subita, Benjamin Netanyahu ha espresso lunedì la «necessità di ripristinare la deterrenza» in nome della futura sicurezza di Israele. Un obiettivo difficilmente armonizzabile con la richiesta di una reazione proporzionata.
Almeno Carter, nel 1978, era riuscito a mediare con successo gli accordi di Camp David tra Israele ed Egitto. Biden invece, col suo appeasement iraniano, avrebbe soltanto rafforzato Teheran, che ha usato Hamas per far deragliare il processo di normalizzazione dei rapporti tra lo Stato ebraico e l’Arabia Saudita: processo che proprio Biden stava cercando di mediare, per recuperare influenza in Medio Oriente. Un processo che appare ormai compromesso, anche alla luce della telefonata tra il presidente iraniano, Ebrahim Raisi, e il premier saudita, Mohammad bin Salman, in cui i due hanno dichiarato sostegno alla «causa palestinese». A marzo, Riad e Teheran avevano raggiunto un accordo diplomatico mediato dalla Cina. Invece Biden, pur di sconfessare l’eredità di Donald Trump e Mike Pompeo, aveva aperto all’Iran, cercando di mantenere al contempo la logica degli accordi di Abramo: un cortocircuito, che, in Medio Oriente, ha messo l’attuale presidente americano con le spalle al muro, facendo guadagnare terreno a Teheran, Mosca e Pechino a discapito di Israele e dell’Occidente.
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