Roberto Speranza
Roberto Speranza (Imagoeconomica)

La leggenda metropolitana narra che l’ex pm di Mani Pulite Piercamillo Davigo girasse con una cartellina con su scritto, ovviamente tra virgolette, «Pensione»: dentro – sostenevano i maligni – c’erano gli incartamenti di tutte le querele o denunce per diffamazione presentate dall’ex magistrato e membro del Csm contro chi parlava di lui o semplicemente lo citava; i risarcimenti sarebbero serviti a garantirgli una più che dignitosa pensione.

Senza volerlo, Davigo aveva istituzionalizzato un archetipo, quello del business della querela, che negli ultimi anni – complice la guerriglia civile scatenata dai gestori della pandemia – sta dilagando con modalità però ben meno nobili.

Se un tempo il politico o l’intellettuale ferito nell’orgoglio esigeva il duello o, al massimo, una rettifica in terza pagina, oggi la nobile arte della difesa della reputazione si è piegata alle leggi della monetizzazione selvaggia: benvenuti nell’era della «pesca a strascico», dove la bacheca di Facebook non è più un cortile di discussione democratica ma una riserva di caccia legale per raccogliere plusvalenze.

La «pesca a strascico» sui social

Il meccanismo viaggia sul filo del Codice penale: quando un cittadino, esasperato dal dibattito pubblico, digita sotto il post di un personaggio pubblico epiteti come «incompetente», «farabutto» o il feticcio preferito dai legali – «assassino» – potrebbe incorrere nel reato di diffamazione aggravata a mezzo di pubblicità (art. 595, comma 3 c.p.).

A questo punto, l’ingranaggio si mette in moto. Ma scordatevi le lunghe attese della giustizia ordinaria: il vero core business si consuma nella terra di mezzo della risoluzione stragiudiziale e della mediazione civile, un passaggio previsto per le cause civili di risarcimento danni da diffamazione prima di poter eventualmente arrivare in giudizio.

Infatti, spiega il principe del foro Stefano Bortone, noto penalista romano, «chiedere un risarcimento economico minacciando in alternativa di sporgere querela è considerato molto scorretto e contrario all’etica professionale. Se sussistono i presupposti, la querela va sporta indipendentemente e autonomamente; solo in seguito si può informare la controparte per valutare un’eventuale transazione, considerato un atto di cortesia e fair play».

Chi sono i pescatori che gettano le reti in questo mare di bile digitale? I nomi sono quelli che hanno dominato i palinsesti televisivi degli ultimi anni. C’è la fazione dei camici bianchi, guidata dal professor Matteo Bassetti e supportata dal collega Roberto Burioni. Accanto a loro, l’ala politica guidata dall’ex ministro della Salute Roberto Speranza.

Le prove della sistematicità del fenomeno sono esibite con orgoglio e una punta di spocchia sul social network X. È lo stesso Bassetti ad aver scritto testualmente che i risarcimenti pagheranno a lui e alla sua famiglia «molti mesi di vacanze», invitando i detrattori a «controllare la Pec». Una strategia supportata da una cinica sponda mediatica: un gioco di scambi pubblici e spensierate ironie sull’efficacia dell’operazione «pesca a strascico» svela una filiera del contenzioso, che si nutre di segnalazioni e attività di ricerca sui social per individuare gli utenti e consegnare i nominativi agli uffici legali dei personaggi pubblici.

C’è persino chi, come Burioni, esibisce le vittorie giudiziarie come trofei, prontamente vidimati dai delatori con il bollino «Pesca a strascico».

Le storie di chi ha pagato

Per capire come la teoria si trasformi in brutale e traumatica realtà, basta scorrere i fascicoli dei «poveri cristi» finiti nella rete.

Il primo caso emblematico è quello di un pensionato salernitano, assistito dall’avvocato Olga Milanese. Nel pieno delle restrizioni Covid del 2021, l’allora ministro Speranza pubblicava un post per celebrare la riapertura della Sicilia pur mantenendo le zone rosse nel resto del Paese.

Il pensionato, esasperato, commentava: «Tu sei un nazista in un governo nazista, te lo dico da dignitoso marxista, vattene». Una critica politica dai toni indubbiamente duri e iperbolici, ma priva di minacce reali: tanto è bastato per far scattare la contestazione.

Rintracciato dall’agenzia, l’uomo è stato trascinato davanti a un organismo di mediazione civile. L’avvocato Milanese, ravvisando la piena legittimità della contestazione politica, si è persino offerta di assisterlo gratuitamente per una questione di principio.

Ma la paura ha vinto: il paventato rischio di un processo e di una condanna fino a 15.000 euro ha spinto il pensionato a cedere, capitolando su un accordo transattivo di 2.000 euro interamente rateizzato.

Stessa identica sorte è toccata a I.C., che si trovava in piazza durante le accese manifestazioni romane dell’ottobre 2021. Sotto un post in cui un noto esponente politico accusava CasaPound di aver fomentato l’assalto alla sede della Cgil, I.C. rispondeva di getto inserendo tre aggettivi forti, tra cui la parola «assassino» e l’epiteto gergale «rotto in c…».

Anche per lei nessuna minaccia di bombe o attentati, solo uno sfogo sguaiato. La risposta? Una raccomandata formale da uno studio legale, collegato al Foro di Messina, che esigeva un risarcimento immediato.

Il suo avvocato difensore ha dovuto compiere un cinico bilancio patrimoniale: «Hai qualcosa intestato?», le ha chiesto. Alla risposta di possedere due case e due macchine, il legale è stato tassativo: «Se fossi nullatenente andremmo in tribunale a goderci lo spettacolo della libertà d’espressione. Ma poiché hai dei beni, rischi il pignoramento e il pagamento di decine di migliaia di euro di spese legali. Conviene pagare». I.C. ha sborsato 1.500 euro più le spese di mediazione.

A confermare che non si tratta di episodi isolati ma di una vera e propria pioggia di notifiche a livello nazionale è la lettera disperata giunta recentemente alla nostra redazione da una lettrice, Roberta Ambrosi.

Anche nel suo caso, la macchina legale dell’ex ministro Speranza ha bussato alla porta tramite raccomandata, pretendendo un indennizzo economico. La colpa? Aver commentato su una pagina Facebook con la frase, scritta in maiuscolo e a caldo: «Sei stato un assassino!!!».

Lo sfogo della donna fotografa perfettamente il cortocircuito logico avvertito dai cittadini: «Oltre il danno dobbiamo subire anche la beffa? Che almeno si sappia come si sta comportando un ministro regolarmente stipendiato da noi. Quando offendevano i no vax, dicendone di ogni tipo, era “libertà di espressione”. I nostri scritti invece sono offese?».

Una domanda retorica, quella di Ambrosi, che svela il doppio standard etico percepito dalla popolazione.

Talento Company, la società che gestisce le contestazioni

Ma come si fa a trasformare il commento di un profilo social in un bonifico bancario? È qui che l’archetipo davighiano incontra quella che l’autore considera la più totale e desolante miseria intellettuale elevata a strategia commerciale.

Dietro i personaggi pubblici si muovono agenzie specializzate nella gestione della reputazione e nel tracciamento Osint. Una di queste, emersa dai fascicoli legali, è la Talento Company Spa.

La società, nata nel 2021, opera nella gestione dei diritti d’immagine e dichiara sul proprio sito di occuparsi anche di tutela dalla diffamazione online, attraverso attività stragiudiziali e giudiziali.

Secondo quanto ricostruito nell’articolo, Talento Company si sarebbe dedicata anche alla tutela dell’immagine di politici e personaggi pubblici, individuando attraverso attività di ricerca sui social i potenziali destinatari delle richieste di risarcimento.

I modelli prestampati delle richieste di risarcimento e degli accordi di rateizzazione svelano, secondo la ricostruzione, l’esistenza di una vera e propria catena di montaggio burocratica che fa presumere un lavoro su grandi numeri.

E dove finiscono questi soldi? Ufficialmente non transitano sui conti correnti dei politici.

Nel caso del pensionato salernitano, un ulteriore livello di opacità è stato raggiunto quando, al momento di firmare il verbale, la legale di Roberto Speranza ha chiesto che i 2.000 euro non fossero versati direttamente sul conto dell’ex ministro ma incassati dalla società che aveva rintracciato il pensionato, la Talento per l’appunto.

L’avvocato Milanese si è opposta, esigendo una delega d’incasso formale.

Significativo il fatto che la società sia passata dall’avere un bilancio chiuso in perdita nel 2022 ad un utile di gestione di 284.361 euro nel 2024. I dati societari disponibili riportano per il 2024 un utile di 248.361 euro, a fronte di un fatturato di 504.471 euro.

La Talento, che ha ricevuto un vero e proprio mandato da Speranza, è controllata dalla Old Republic, a sua volta in mano a una società fiduciaria che a sua volta ha come socio unico Bnp Paribas. Un labirinto perfetto che fa cassa sulla pelle dei cittadini, incamerando i risarcimenti destinati a politici e personaggi pubblici.

Resta il dubbio su come e a che titolo questi soldi siano poi versati ai soggetti «tutelati» dalla società.

Il confine tra reputazione e libertà di critica

Ciò che emerge da questo panorama è una profonda e desolante questione etica. C’è qualcosa di intrinsecamente ordinario e financo legittimo, eppure profondamente immorale, nel vedere uomini delle istituzioni, che beneficiano di stipendi parlamentari e indennità pubbliche, utilizzare il proprio peso politico e forza economica per fare cassa sui propri amministrati.

Se decidi di aprire un profilo social pubblico per raccogliere consensi, applausi e fare propaganda orizzontale, devi accettare il dazio della critica, anche quando questa si fa ruvida e sguaiata.

Sfruttare il metus (la paura) dell’azione legale non per difendere l’onore, ma per lucrare l’equivalente di uno stipendio mensile a un pensionato o a un lavoratore è, secondo l’impostazione dell’articolo, l’ennesima dimostrazione del distacco antropologico tra la classe dirigente e il Paese reale.

Una pratica volgare, travestita da legalità, che riduce la giustizia a un recupero crediti privatizzato e trasforma il sacrosanto diritto alla reputazione in una squallida speculazione monetaria.

Piercamillo Davigo ironizzava sulla sua vecchiaia e puntava alla salvaguardia della sua reputazione; i suoi epigoni invece, a quanto pare, vogliono più modestamente fare le vacanze a spese di chi ha ancora il coraggio della critica.

Da non perdere

Chi finanzia la rete dei censori della Rete
Bavagli al Web

Chi finanzia la rete dei censori della Rete

La lotta alle (presunte) fake news è un’industria legata a gruppi di potere che orientano il pubblico: magnati Usa e Unione Europea. Ecco tutti i nomi e le cifre.I conflitti d’interessi nascosti di chi deve verificare le notizie. Le maggiori…