Correva l’anno 1966 a Trento quando, con la prima occupazione, gli studenti dell’allora Istituto universitario di scienze sociali di via Verdi – la futura facoltà di sociologia -, accesero, in anticipo sul calendario della storia, la miccia rossa del Sessantotto. Oltre mezzo secolo, dall’università trentina parte un’altra rivoluzione. Stavolta, però, la miccia è rosa. Si tratta dell’annunciato, nuovo regolamento generale d’ateneo, redatto all’insegna del «femminile sovraesteso» per le cariche e i riferimenti di genere.
Significa che, anche se ruoli e cariche resteranno ricoperti da uomini, all’università di Trento d’ora in poi ci saranno solo la «rettrice», la «decana» e la «segretaria». L’ideona «fortemente simbolica» segue altre decisioni simili prese dall’ateneo dal 2017, con l’approvazione del vademecum «Per un uso del linguaggio rispettoso delle differenze». Ciò che neppure Laura Boldrini avrebbe osato sognare è scolpito nell’incipit del documento, là dove si legge che «i termini femminili usati si riferiscono a tutte le persone» (titolo 1, articolo 1, comma 5).
La parola magica che sta dietro a tutto, ça va sans dire, è sempre la stessa ed è ovviamente femminile: «Inclusione». Ma anche la fluidità, quanto meno quella di lettura, pare aver avuto il suo peso. «Nella stesura del nuovo regolamento», ha infatti spiegato Flavio Deflorian nelle sue ultime ore da rettore o forse già neorettrice, chi lo sa, «abbiamo notato che accordarsi alle linee guida sul linguaggio rispettoso avrebbe appesantito molto tutto il documento. In vari passaggi, infatti, si sarebbe dovuto specificare i termini sia al femminile, sia al maschile. Così, per rendere tutto più fluido e per facilitare la fase di confronto interno, i nostri uffici amministrativi hanno deciso di lavorare a una bozza declinata su un unico genere».
L’apice del surreale l’hanno, però, raggiunto altre parole di Deflorian, il quale non ha potuto fare a meno di ammettere, tra le righe ma neppure troppo, di non essersi trovato troppo a suo agio col nuovo regolamento: «Leggere tutto il documento mi ha colpito. Come uomo, mi sono sentito escluso. Questo mi ha fatto molto riflettere sulla sensazione che possono avere le donne quotidianamente quando non si vedono rappresentate nei documenti ufficiali. Così ho proposto di dare, almeno in questo importante documento, un segnale di discontinuità. Una decisione che è stata accolta senza obiezioni».
Tuttavia, quante siano le donne che si sentono escluse «quotidianamente quando non si vedono rappresentate nei documenti ufficiali», ecco, non è dato sapere. Al contrario, ci sono giovani donne che guardano già con un certo scetticismo a questa nuova iniziativa. Come Giulia Clara Balestrieri di Azione universitaria Trento, secondo cui «porre l’accento in modo così esasperato sulla diversità» è «esso stesso un modo per discriminare». «Invitiamo il rettore e tutta la comunità accademica», ha aggiunto Balestrieri in una nota, «a concentrarsi sulle problematiche reali e concrete che gli studenti universitari si trovano ad affrontare quotidianamente: caro affitti, scarsità di posti letto, difficoltà delle famiglie far fronte al pagamento delle tasse universitarie, senza dimenticare i tagli ad assegni di ricerca, didattica integrativa, dottorati di ricerca e biblioteca».
Certo, magari quella dell’ateneo trentino è una burla, chi lo sa, un pesce d’aprile in piccolo anticipo. Vedremo. Uno scherzo però di certo non è la decisione dell’Università per stranieri di Siena di sospendere la didattica il 10 aprile, «in segno di condivisione» per la festa di fine Ramadan. Si tratta, secondo il rettore Tommaso Montanari, di un «visibile segno di solidarietà con la popolazione palestinese di Gaza, in grandissima parte musulmana, sottoposta a un incessante, inaudito, massacro». Montanari ha aggiunto che la didattica verrà sospesa anche in occasione del Kippur ebraico, «venerdì 11 ottobre 2024 a un anno dalla strage del 7 ottobre». «La nostra missione statutaria è costruire il multiculturalismo, e contribuire alla pacifica convivenza tra i popoli», ha spiegato sempre il rettore senese, il quale potrebbe aver preso una china rischiosa. Se, infatti, apriamo alle festività islamiche ed ebraiche, ecco, per coerenza dovremmo fare lo stesso anche con quelle induiste, senza dimenticare le feste della nascita e dell’illuminazione di Buddha.
Ma è meglio dirlo senza farsi sentire, dato che all’Università in questione potrebbero farsi venire strane idee; dopotutto, quanto a iniziative singolari, l’ateneo non è secondo a nessuno. Basti qui ricordare quanto avvenuto nel dicembre 2021 quando sempre Montanari annunciava raggiante su Twitter come nella sua Università, «accanto ai bagni binari», ci fossero anche «i bagni inclusivi»; il tutto, precisava ancora il rettore, all’insegna «della diversità, contro ogni diseguaglianza». In una parola, «inclusione». La stessa in nome della quale a Trento il «femminile sovraesteso» si accinge a prendere il sopravvento. Perché tutto va «incluso», eccetto il buon senso.
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