Dietro alla figura istituita a tutela dei fragili spesso si celano soprusi e bugie. Dal potere eccessivo degli assistenti sociali alla superficialità di certi giudici, la norma non funziona.

Violenze, ingiustizie, ricoveri coatti. Storie di ordinari soprusi, perpetrati in nome della legge 6/2004 che ha appena compiuto 20 anni. È entrata infatti in vigore il 19 marzo 2004, istituendo la figura dell’amministratore di sostegno (ads), teoricamente creata per tutelare i soggetti più fragili che non sanno amministrare il loro patrimonio e riscontrano difficoltà nell’«espletare le funzioni della vita quotidiana». Una specie di tutore con ampi poteri, incaricato dal giudice tutelare (Gt) di decidere sulle questioni economiche, con la facoltà di gestire le entrate e le uscite dell’assistito, e di prendere importanti decisioni anche sulle più delicate questioni di salute.

A 20 anni dal varo della legge si tirano le somme. Funziona? È veramente un bastone di sostegno per gli «amministrati» e i loro famigliari? La risposta risiede nelle stanze dei tribunali. Basta entrare in quello di Milano e vedere tutti i giorni file di mogli, mariti, fratelli, sorelle, genitori e figli che, con il numerino in mano, attendono di entrare in cancelleria per depositare l’istanza di revoca dell’ads di turno, accusato di abuso di potere e di atti coercitivi. Ne sa qualcosa Francesca Della Valle che ha fondato L’associazione Labirinto 14 (è possibile iscriversi al canale youtube) per dare voce alle storie di abusi e di emarginazione subite dagli «amministrati», che altrimenti restano avvolte da una cortina di silenzio. Ha anche dato vita a una campagna sociale, intitolata «Un volto per la svolta», che raccoglie centinaia di clip con le testimonianze di assistiti e famigliari, vittime di questa legge. «Il progetto è nato dalla mia dolorosa esperienza. Compagnadal 2016 di Lando Buzzancaa, il quale è stato rinchiuso contro la sua volontà in una Rsa-lager per 11 mesi e poi trasportato le ultime settimane in un hospice, dove è deceduto a dicembre 2022. Questo nonostante fosse in perfette condizioni di salute, non avesse alcune declino fisico e cognitivo e conducesse una vita intensa», spiega Della Valle. «Perché è stato messo in un hospice, luogo deputato al fine vita? Per una dissennata decisione dell’ads, nominato dal Gt dietro insistente richiesta dei figli, per ovvie ragioni ereditarie. La sua volontà è stata azzerata e si è ritrovato vittima di un progetto di morte: denutrito, isolato e con piaghe da decubito, si è lasciato andare». Ora Francesca Della Valle chiede giustizia e ha fatto ricorso persino alla Cedu.

Toccante è anche la vicenda di Roberta Deidda, residente a Sorgono, in provincia di Nuoro. Nel 2008, quando sono scomparsi entrambi i genitori, sono sorte le solite dispute tra fratelli per spartirsi l’eredità dei beni. E poiché, come spesso accade, non si trovava un accordo, un fratello ha pensato bene di far leva sull’assistente sociale del Centro di salute mentale e, raccontando un mare di menzogne, di convincerla a richiedere un Tso. Così Roberta, a 40 anni, è stata rinchiusa a forza nel reparto psichiatrico dell’ospedale di Nuoro, mentre al fratello il Gt ha concesso, senza troppo indagare, di diventare il suo ads. «Ancora giovane, mi sono ritrovata additata come matta, in un paesino rurale del centro della Sardegna dove la gente mormora e tutti sanno tutto di tutti», racconta alla Verità. «Uscita dall’ospedale, mio fratello, divenuto mio amministratore in deroga a patrimonio e salute, mi ha fatto riempire di psicofarmaci che mi hanno procurato non pochi effetti collaterali: tremori, blocco del ciclo mestruale con esaurimento follicolare, rallentamento psicomotorio e una grave forma di anoressia. Ho subito questa “tortura legalizzata”, fatta anche di botte e di minacce, per tre anni. Poi, nel 2020, grazie all’aiuto di un’amica, sono riuscita a dire basta e a denunciare tutti gli attori in gioco, a cominciare dal giudice tutelare che, con grande superficialità, aveva nominato il caro “fratellino” mio amministratore di sostegno. Ora è in corso un’ inchiesta». Molte vittime della legge 6/04 non possono più parlare perché sono passate a miglior vita. Però i parenti non si rassegnano. «Mia suocera aveva 79 anni quando è stata rinchiusa a forza in una Rsa», racconta Mariagrazia Ferrari, avvocato di Biella. «Godeva di ottime condizioni di salute ed esercitava ancora il ruolo di «sarta di paese» a Predora, in provincia di Alessandria. Cuciva, accudiva gli animali e si dedicava al giardinaggio. Facendo pressione sui servizi sociali, e mosso dall’idea di impossessarsi del suo patrimonio, suo fratello ha chiesto e ottenuto di diventare il suo ads. Poteva farlo mio marito, che era molto legato a sua madre, ma lo zio gli ha mosso contro delle false accuse, tutte infondate, come quella che teneva segregata in casa sua madre. Purtroppo il Gt ha creduto a questo castello di menzogne, e ha nominato lo zio come ads il quale non ha avuto scrupoli a far rinchiudere mia suocera in un’orribile e super economica Rsa, nonostante sia il neurologo sia il medico di base certificassero che godesse di buona salute e chiedessero nero su bianco di non farla rinchiudere. Qui, la povera donna, malnutrita, isolata e senza più ago e filo, si è lasciata andare ed è deceduta, dopo 4 anni di reclusione, all’età di 83 anni. Io e mio marito abbiamo denunciato il Gt per abuso d’ufficio, e l’ads per il reato di «omicidio volontario con dolo eventuale», ed è in corso un’inchiesta da parte del gip di Milano». Tante storie, insomma, legate da un unico filo rosso: quello di una legge che concede strapoteri in primis all’assistente sociale (una «ragazzina» di 21 con laurea triennale può chiedere al Gt di nominare un ads senza nemmeno consultare i parenti di primo grado) e, in secondo luogo, all’ads stesso che requisisce il patrimonio dell’assistito, impedendogli persino di prelevare 20 euro, e può decidere di farlo trasferire in qualsiasi struttura, contro la volontà sua e dei suoi famigliari. Può anche negare visite mediche indispensabili, pur non essendo un medico con nessuna conoscenza dello «storico» del suo assistito e con zero competenze sanitarie. Può persino negare visite di piacere, da parte di parenti e amici. Come è successo a Rina, a cui non è mai stato permesso dall’ads di andare a trovare in ospedale Sonja, la sua compagna da 25 anni, che versava in gravi condizioni di salute. Se n’è andata a 50 anni, senza nessuno che le stringesse la mano, senza gli affetti di un’intera vita. E poi lo chiamano «sostegno».

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