2026-03-30
Agricoltura, Lollobrigida: «Aumento costi di produzione difficile da sostenere, basta perdere tempo»
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Lo ha dichiarato il ministro dell'Agricoltura e della sovranità alimentare a margine del consiglio «Agrifish» a Bruxelles.
Lo ha dichiarato il ministro dell'Agricoltura e della sovranità alimentare a margine del consiglio «Agrifish» a Bruxelles.
Siamo una cultura di morte. È cominciata con il femminismo. Semplificando molto, veramente molto, possiamo affermare che il nostro cervello ha due emisferi, destro e sinistro, diversi e complementari, due modi di guardare il mondo, due verità che convivono senza mai fondersi davvero. Il sinistro è un ragioniere inflessibile: pretende che due più due faccia quattro, sempre e soltanto quattro. Non ama le distrazioni, procede in fila indiana.
Il destro non fa addizioni, intuisce. Non dimostra: collega. Dove il sinistro costruisce, il destro indovina. È affollato, simultaneo, quasi chiassoso: tiene insieme immagini, simboli, analogie. È lì che nascono le fiabe, i miti, la letteratura fantastica. Ed è forse lì che si nasconde una forma di conoscenza più inquietante, perché meno dichiarata: quella che non si lascia dire, ma si lascia intravedere. Se si vuole capire davvero un popolo, non bisogna leggere i suoi codici civili, ma la sua letteratura fantastica: la realtà è lì. Lo intuisce Kafka. Franz Kafka muore nel 1924, quando i lager non esistono ancora, quando l’antisemitismo non ha ancora assunto la sua forma industriale, quando il nazismo è soltanto un’ombra lontana.
Eppure qualcosa, nel suo emisfero destro, registra. Non grandi eventi, quelli sono ancora di là da venire, ma minimi scarti: un saluto meno cordiale, uno sguardo appena inclinato verso il disprezzo, certe righe di giornale dove la lingua comincia a farsi torbida. Sono dettagli insignificanti, quasi invisibili, ma è proprio di questi che si nutre la profezia, non la profezia religiosa, che scende dall’alto, bensì emerge dal basso, come una febbre leggera, come fantasticheria cupa e senza senso. Queste due parole sono fondamentali: senza senso. Kafka racconta storie senza senso. Uomini senza colpa condannati a morte senza sapere perché. Racconta di uomini che si svegliano trasformati in insetti. E gli insetti, si sa, si eliminano. Con cura, con metodo, con prodotti dal nome tecnico e rassicurante, il cianuro di idrogeno ribattezzato Zyklon B. La letteratura fantastica, in questo senso, è un deposito: il luogo dove nascondiamo i mostri quando sono troppo orrendi per essere guardati direttamente, così possiamo parlarne senza esserne distrutti.
Il Novecento ha fatto della letteratura fantastica il proprio specchio più tragicamente vero. Le grandi saghe, mondi lontani, guerre cosmiche, battaglie tra bene e male, non erano evasione, ma traduzione. Raccontavano, con altri nomi e altri volti, uno scontro reale: quello tra culture della vita e culture della morte. Oggi, però, lo scenario è cambiato. Il fantastico contemporaneo ha perso la nobiltà tragica di quelle narrazioni epiche. Non ci sono più grandi eroi, dinastie millenarie che collegano il presente al passato, e che continueranno nei secoli a venire dopo che la battaglia è stata vinta.
Non ci sono nemmeno grandi e oscuri signori, orde che non sono però prive di un qualche valore militare e che si potrebbero anche convertire, chissà, prima o poi. Il secolo Ventesimo è il secolo dell’horror, la fantascienza diventa horror. Se è vero che il fantastico rivela ciò che la realtà nasconde, allora questa proliferazione di corpi senza identità, di decomposizioni senza senso, racconta qualcosa di preciso: una familiarità crescente con la morte, una specie di assuefazione, una familiarità con l’orrore, per esempio un corpicino smembrato nell’aborto. Le sedi di Pro vita e famiglia vengono vandalizzate e colpite da bombe incendiarie. L’orrore non è più confinato nelle storie: trabocca. Lo si ritrova nelle decorazioni grottesche di Halloween, nell’estetica deliberatamente sgradevole, nella bruttezza esibita come linguaggio, nei giocattoli ripugnanti. Non è provocazione: è sintomo. Una cultura che smette di cercare la forma, che rifiuta di festeggiare la vita, finisce per celebrare la decomposizione. E quando questo accade, bisogna tornare all’origine.
Perché ogni civiltà si regge su un punto iniziale, semplice e irriducibile: la vita che nasce. E la vita, nella sua forma elementare, è relazione tra uomo e donna. Quando questo nucleo viene deformato, anche tutto il resto si incrina. La grande ideologia criminale del Novecento, il marxismo, non ha prodotto solo errori politici o economici, enormi e tragici, essendo l’ideologia che ha generato i due gemelli eterozigoti, per citare la definizione dello storico francese Alain Besançon (Novecento, il secolo del male. Nazismo, comunismo, Shoah, 2000 Lindau editore): comunismo e nazismo sono rispettivamente internazionalsocialismo e nazionalsocialismo, figli dello stesso odio: l’odio contro l’uomo, contro il cristianesimo, contro la vita, contro le libertà elementari, contro il diritto dei genitori di educare i propri figli. Hanno aggredito, sporcato l’origine della vita: l’amore tra uomo e donna. «Crescete e moltiplicatevi», aveva detto Dio. Odiatevi così da non generare, dice il comunismo.
Comincia Friedrich Engels che in un ridicolo libercolo pubblicato nel 1884, L’origine della famiglia, della proprietà e dello Stato, vede il maschio come proprietario e la donna come proprietà. La famiglia, da cellula della società, diventa il nemico da abbattere. Gli uomini sono considerati proprietari e le donne schiave, ma nessun padrone muore per lo schiavo. È proprio lì che si è aperta una frattura. La nostra natalità è crollata. Abbiamo sostituito i figli con cani e gatti, abortire è un diritto, mangiare una bistecca è un crimine. Noi siamo una cultura di morte perché è stata ferita l’origine della vita, e l’origine della vita è l’unione di un uomo e di una donna.
Il marxismo è stato una tragedia non solo dal punto di vista politico ed economico, la causa diretta in Ucraina, ma anche nel resto dell’unione sovietica, nella Cina di Mao, nella Cambogia di Pol Pot, delle più grandi carestie dell’umanità. Il marxismo non è stato solo criminale imbecillità politica ed economica, la più grande causa di morti ammazzati. È stato anche una tragedia di atroce imbecillità antropologica: ha colpito l’origine della vita. Ha dato della famiglia, l’unica possibile, l’unione di un uomo e una donna e dei bambini che hanno messo al mondo, una visione deformata. La famiglia è vista come la cellula malata di una società malata: da abbattere. I servizi sociali e la scuola, fulgida fucina di indottrinamento, come spiega il filosofo Ellul nel libro Propaganda, altro non sono che il braccio molto armato di questa teoria.
Ecco #DimmiLaVerità del 13 maggio 2026. Con il nostro esperto di politica Usa Stefano Graziosi commentiamo la visita di Trump in Cina.
Purtroppo, in questi ultimi giorni, è ripartito l’assurdo treno della legalizzazione del suicidio attraverso assistenza medica, con la garanzia dello Stato. C’è da rimanere senza parole di fronte all’idea che si possa pensare di rendere legale - quindi, protetto dal diritto, da una legge ad hoc - un evento sempre tragico come il suicidio.
Siamo al confine della follia, tanto più grave e drammatica perché tutelata dal potere dello Stato, di portare nell’empireo dei grandi valori umani - come libertà, uguaglianza, salute, vita - un evento doloroso, ma pur sempre assolutamente negativo, come il suicidio. Non si tratta di esprimere giudizi morali sulla persona che si sta orientando verso la scelta di interrompere volontariamente la propria vita - mai, a nessun uomo è dato di conoscere fino in fondo che cosa sta passando nel cuore e nella mente di un altro uomo - ma si tratta invece di condannare sempre e con chiarezza l’atto in sé in quanto tale, e in quanto in contrasto inconciliabile con l’umanesimo naturale che caratterizza il genere umano.
Va detto a chiare lettere: legalizzare significa rendere accettabile il suicidio. Anzi, di più, renderlo talmente «normale» che ci deve pur essere una legge per regolamentarlo. La storia dell’uomo ha sempre contemplato il suicidio, considerandolo sempre come un atto disperato e non è mai passato per il cervello di nessuno pensare che si tratti di un atto naturale, un atto civile, da organizzare nel migliore dei modi. Ci tocca vivere in anni di follia culturale e sociale, che va dalla giustificazione della lotta armata e cruenta degli anni ’70 - con la giustificazione della «giusta causa» del riscatto delle classi povere e oppresse - all’odierna esaltazione della libertà di scelta personale (autodeterminazione) che può spingersi fino a riconoscere e garantire il «diritto di morire».
Ed è ipocrita quanto inutile dire che la legge non sancisce il «diritto di morire» o il «diritto al suicidio», perché al di là delle parole mistificatorie, resta la realtà dei fatti: lo Stato assicura la morte, mettendo a disposizione risorse economiche e strutture che rendano fruibile quell’atto. Infatti, un’altra bugia è che questa eventuale legge è a «costo zero». In pratica, coinvolgere strutture di ricovero, medici e sanitari dedicati, in struttura oppure a domicilio, apparecchiature idonee e farmaci ad hoc, il tutto garantito dal Ssn, non dovrebbe comportare nessun carico economico? Viene proprio spontaneo chiedere di non essere trattati per fessi.
Solo pensarlo fa venire la pelle d’oca, ma la verità è che ci vogliono «soldi» che lo Stato dovrebbe allocare per garantire il «suicidio» di suoi cittadini. Facciamo l’esempio di Regione Lombardia che, come spiegato su queste pagine ieri, ha elaborato delle linee guida per il suicidio assistito. Recenti notizie di stampa descrivono un buco di circa 1,6 miliardi di euro nel bilancio della sanità lombarda: dunque, invece di pensare provvedimenti per appianare il deficit (e garantire migliore sanità), si costruiscono «percorsi sanitari» per «suicidare» le persone. Una volta di più, l’ideologia libertaria ha mandato in cantina il buon senso!
Ideologia che sta agitando le acque anche a livello centrale, a livello parlamentare, con le recenti dichiarazioni della senatrice Stefania Craxi, di Forza Italia, in combutta col collega Francesco Boccia del Pd: il 3 giugno potrebbe essere ripresentata la proposta di legge sul suicidio assistito a firma del senatore Pd Alfredo Bazoli. Allontanato il coraggioso e coerente senatore Maurizio Gasparri, da sempre lucido sostenitore del valore intoccabile della vita umana, il partito di Silvio Berlusconi cambia pelle (peraltro tradendo gli stessi ideali del suo fondatore, pubblicamente dimostrati con il «caso Eluana Englaro») e si fa promotore della ignobile causa della legalizzazione del suicidio.
Manovra politica, in chiave elettorale? Sì, certamente sì, ma con risultati in senso esattamente opposto perché l’elettorato di centrodestra e in particolare l’elettorato cattolico, già da tempo sofferente di fronte alla vergognosa strumentalizzazione di un tema etico delicato, non avrà altra scelta che guardare a chi ancora ci crede - almeno un po’ - al valore della indisponibilità della vita umana. Certamente è una questione di coscienza, ma non solo di carattere religioso: di coscienza umana, di coscienza civile, che di fronte al dolore, alla sofferenza di persone fragili e «disperate» impone di rimboccarsi le maniche per garantire «cura» - tanta cura di ogni genere e tipo - per accompagnare ad una morte serena e dignitosa. L’appello alla coscienza è il presidio fondamentale cui riferirsi per le condizioni di fine vita: farsi carico con ogni mezzo delle persone che soffrono, facendole sentire amate fino all’ultimo istante, evitando con fermezza ogni forma di morte provocata, magari nascondendosi dietro l’ipocrisia della «libera scelta».
Riceviamo e pubblichiamo integralmente la lettera firmata da Riccardo Tsan Nan Lin, direttore generale dell’Ufficio di rappresentanza di Taipei in Italia - Ufficio di Milano, in vista della 79ª Assemblea mondiale della sanità, che si terrà a Ginevra dal 18 maggio.
Nessuno sia lasciato indietro. Il diritto di Taiwan a cooperare per una salute universale
Dal 18 al 23 maggio 2026, mentre si svolge a Ginevra la 79ª Assemblea Mondiale della Sanità (AMS), una questione di giustizia e sicurezza globale rimane aperta e inaccettabilmente irrisolta. Nonostante il passare degli anni, la partecipazione di Taiwan ai lavori dell'Assemblea continua a essere ostacolata, lasciando un vuoto ingiustificabile nella rete sanitaria internazionale. L’AMS affronta temi cruciali sulla salute, dall'impatto del cambiamento climatico alla preparazione verso nuove pandemie e alla lotta contro la resistenza antimicrobica, eppure si continua a permettere che ragioni politiche prevalgano sul diritto universale alla salute, emarginando un Paese libero e democratico da un dialogo che appartiene a tutti.
L’esclusione di Taiwan dal sistema delle Nazioni Unite e dalle sue agenzie specializzate affonda le radici in una grave e persistente distorsione della Risoluzione 2758. È necessario ribadire con fermezza che tale documento, insieme alla Risoluzione 25.1 dell’AMS, affronta esclusivamente la rappresentanza della Cina all’ONU, ma non menziona Taiwan, non stabilisce che sia parte della Repubblica Popolare Cinese, né le conferisce il diritto di rappresentarla. Solo il governo democraticamente eletto di Taiwan può dare voce ai suoi 23 milioni di abitanti. Subire questa imposizione esterna è un’ingiustizia verso un intero popolo e mina l'integrità della sicurezza sanitaria globale.
Negli ultimi anni, il sostegno internazionale a favore di Taiwan è aumentato. In Italia, la Camera dei deputati ha approvato diverse risoluzioni, in particolare nel marzo 2025 ha approvato il documento finale dell’indagine conoscitiva sull’Indo-Pacifico, riaffermando l’importanza di Taiwan per la stabilità della regione. Nel mese di novembre 2025, l'Aula consiliare della Regione Lombardia ha compiuto un passo storico, approvando all'unanimità la mozione n. 370. L'atto promuove l’inclusione del Paese nelle organizzazioni internazionali, agendo concretamente contro il suo isolamento diplomatico. Un simile orientamento è condiviso anche dal Parlamento Europeo, dai suoi Stati membri e da numerosi altri governi, tra cui quelli di Giappone, Stati Uniti, Canada e Regno Unito, che hanno adottato risoluzioni affini, condannando le provocazioni militari della Cina e l’uso strumentale derivante dalla distorta interpretazione della Risoluzione 2758. Tali iniziative testimoniano la crescente consapevolezza delle democrazie mondiali e la ferma volontà di porre fine a un’emarginazione forzata e non più sostenibile per garantire a Taiwan il pieno riconoscimento nel contesto internazionale.
Taiwan ha dato prova di una competenza straordinaria nella gestione delle crisi e nell’innovazione medica. Nel 2025, ha raggiunto con cinque anni di anticipo i target dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) per l'eliminazione dell'epatite C, portando i tassi di diagnosi e trattamento sopra il 90%. La sua esperienza nella prevenzione delle malattie infettive, supportata da un sistema di sorveglianza digitale all'avanguardia, è un bene pubblico che il mondo non può permettersi di sprecare. Oltre alla gestione delle emergenze, sta guidando la transizione verso la "Sanità Intelligente". Attraverso l’implementazione del Programma 888 per il monitoraggio delle patologie croniche e l'integrazione dell'intelligenza artificiale nei protocolli clinici, ha sviluppato modelli di cura predittiva con il potenziale di rivoluzionare l'efficienza dei sistemi sanitari.
In netto contrasto con questi contributi, dal 2017 a oggi la partecipazione di Taiwan ai meccanismi tecnici e informativi dell'OMS è stata drasticamente ridotta a causa dell'ostruzionismo di Pechino. Tale esclusione compromette la capacità di risposta globale, come abbiamo tragicamente appreso durante la pandemia di COVID-19, quando i nostri tempestivi segnali d'allerta rimasero inascoltati. Nell’attuale scenario del 2026, rinnoviamo con urgenza l’appello affinché l'Italia e la comunità internazionale si pongano come contrappeso a queste pressioni arbitrarie e discriminatorie. Sostenere l’ammissione di Taiwan in qualità di osservatore alle Nazioni Unite e alle sue agenzie specializzate non è un gesto politico contro qualcuno, ma un gesto di responsabilità verso tutti.
Taiwan è sempre pronta a mettere a disposizione strategie, tecnologie avanzate e l'eccellenza dei propri professionisti nella convinzione che il diritto alla salute e la sicurezza non debbano conoscere confini. “Insieme è meglio”, solo se nessuno viene lasciato indietro.
Riccardo Tsan Nan Lin
Direttore Generale
Ufficio di Rappresentanza di Taipei in Italia
Ufficio di Milano

