A Roma, nella sua abitazione, circondata dall’affetto dei suoi famigliari, si è spenta, all’età di 90 anni, l’attrice Sandra Milo, volto popolare del cinema e della televisione. Il suo timbro di voce quasi da bambina, rimasto sempre lo stesso, i capelli biondi, il trucco spesso provocante chiesto dai molti registi con cui ha interpretato parti di rilievo in oltre 70 film, un’indole battagliera, incline all’empatia con gli altri e, talvolta alla malinconia, l’hanno consolidata come una figura ricorrente nell’immaginario amoroso e trasgressivo degli italiani.
Nacque a Tunisi per caso, l’11 marzo 1933, da padre siciliano e madre toscana, con il nome di Salvatrice Elena Greco. Tornata in Italia, trascorse infanzia e adolescenza in Toscana, trasferendosi poi a Milano per cercare fortuna nell’ambiente delle modelle e delle aspiranti attrici. Il suo primo film, nel ruolo di una fascinosa hostess, fu con Alberto Sordi nel film di Antonio Pietrangeli Lo scapolo (1955), già nel ruolo di seduttrice nell’atto di promettere sogni al sedicente conquistatore di provincia che va a vivere in città ma che finirà con lo sposare la classica ragazza seria del paese di origine. Ma, essendosi già fatta notare guadagnandosi l’immagine di copertina, vestita solo di foglie, in una rivista che l’avvicinò alla Venere di Milo definendola «la Venere di Tivoli», il suo nome d’arte da lei stessa deciso, fu da allora e per sempre Sandra Milo. E perché Sandra? «Perché “San” è dolce, “dra” determinato» spiegò in un’intervista alla Verità del 13 febbraio 2022.
Era così, la Milo. Sempre alla ricerca dell’amore, pronta a istituzionalizzare la propria relazione in un matrimonio, disponibile, fino a un certo punto, anche a rinunciare alla carriera per accudire i figli o per non accendere conflitti per gelosie dei mariti. Il suo primo matrimonio lo contrasse quando aveva 15 anni, con un marchese, Cesare Rodeghiero, da cui ebbe un bambino morto alla nascita. Il rapporto ebbe termine dopo soli 21 giorni, con successivo annullamento della Sacra Rota. Dopo Lo scapolo, partecipò ad altri 11 film, fra i quali uno con Totò (Totò sulla Luna, 1958), ma fu nel 1959 che conquistò la notorietà, nella parte di Olga, una prostituta, con Il generale Della Rovere di Roberto Rossellini, con Vittorio De Sica, soggetto di Indro Montanelli, storia drammatica durante la Repubblica sociale italiana nel 1944, Leone d’oro al festival di Venezia. Il greco Moris Ergas fu il produttore di questo film e con l’attrice scoccò una storia d’amore – da cui nacque Deborah – sfociata nel secondo matrimonio, anch’esso tuttavia finito in modo tormentato. La Milo non denunciò ufficialmente le percosse subite dal coniuge, ma più avanti le rivelò pubblicamente («Quando non eravamo sposati, fu una storia positiva» – ha raccontato alla Verità – «poi finì drammaticamente. M’intentò 44 processi. Fu una battaglia all’ultimo sangue»). Partecipò poi, con ruoli rilevanti, ad altri tre film, diretta da registi d’essai, Adua e le compagne, di Antonio Pietrangeli (1960), storia di tre prostitute che cercano di riscattarsi dalla loro condizione senza peraltro riuscirci, Asfalto che scotta di Claude Sautet (1960) e Fantasmi a Roma, ancora con Pietrangeli (1961), con Eduardo De Filippo, Vittorio Gassman e Marcello Mastroianni, una vicenda satirico-surreale.
Nel secondo film con Rossellini, Vanina Vanini, del 1961, tratto dal racconto di Stendhal, con ruolo da protagonista, sulla passione tra una giovane aristocratica romana e un affiliato alla Carboneria, l’attrice subì una cocente stroncatura dalla critica, fino al punto da essere etichettata con l’irriverente nomignolo di «Canina Canini».
La Milo riprovò a maritarsi per la terza volta, con Ottavio De Lollis, da cui nacquero gli altri due figli, Azzurra e Ciro. Anche quest’unione si concluse, in seguito, infelicemente, ma intanto l’attrice, sia per le critiche ricevute per la sua interpretazione di Vanina Vanini, sia per dedicarsi a tempo pieno alla famiglia e alla crescita dei figli, si ritirò temporaneamente dalle scene.
Poi giunse l’incontro probabilmente più importante della sua vita, sia da un punto di vista sentimentale sia professionale, quello con Federico Fellini, che un giorno suonò il campanello di casa sua. La supplicava di voler accondiscendere a interpretare la parte di Carla, l’amante del regista confuso Guido Anselmi, Marcello Mastroianni, in Otto e mezzo (1963), considerato tra i capolavori di Fellini e Oscar come miglior film straniero nel 1964. Su quel set pare sia sbocciato anche, con buona pace di Giulietta Masina, la love story con il regista riminese che, come l’attrice svelò parecchi anni più avanti, durò circa 17 anni. Nel 1965 appare proprio accanto alla moglie di Fellini in Giulietta degli spiriti, in un’interpretazione che le valse il Nastro d’argento nel 1966, in un ruolo paradossale accanto a una donna della borghesia romana (Masina) con fondate ragioni circa il tradimento del marito e che incontra lei, ambigua, mentre fa tre parti, Susy, Iris, Fanny. Nell’intervista alla Verità, la Milo ci disse, diplomaticamente che, attraverso questo film, Fellini, avesse voluto «fare un omaggio a Giulietta, rappresentandola come una donna che cerca prove del tradimento del marito». Di fatto il grande regista, che Alberto Sordi definì «l’uomo più bugiardo che conosco», continuò la sua relazione con la Milo, pur essendo affettuosamente legato a Giulietta.
Tuttavia, secondo la testimonianza resa da Sandra, pare che lui le avesse chiesto di stabilizzare il rapporto. «Non si parlò di matrimonio, ma di vita insieme. Io ebbi paura, era un rapporto così straordinario, senza liti né violenza. Temetti che si banalizzasse. E così ho preferito chiudere la storia e conservarne l’immagine meravigliosa che ne avevo». Forse Sandra salvò il matrimonio di Federico, un po’ impietosita dalla sofferenza e dall’ambiguità con Giulietta, e un po’ per conservare come in un’eterna palla di cristallo con dentro neve e sole un amore giocoso ma anche di giusta profondità, avendo dichiarato che se avesse potuto prendere un caffè con una persona cara che non c’è più, avrebbe scelto proprio lui.
L’attrice era ancora sposata con De Lollis nel 1973, quando Fellini l’avrebbe voluta per fare Gradisca in Amarcord. Il marito glielo impedì, minacciandola di non farle più vedere i figli. Il regista incassò il colpo, mandandole 100 rose rosse e una lettera che il consorte stracciò.
Per il Partito socialista ebbe sempre un debole. Dopo una lite con Ergas, la figlia Deborah fu mandata dai nonni ad Atene e lei scrisse a Pietro Nenni, allora vicepresidente del Consiglio. Non era ancora sposata e, all’epoca, per la legge la figlia non era sua, in quanto «adulterina». Nenni le fece pervenire una risposta presso la clinica presso cui era ricoverata: «In questo momento stiamo votando la legge per la riforma del diritto di famiglia». Negli anni della «Milano da bere» ebbe una relazione con Bettino Craxi, partecipando attivamente ad alcune campagne elettorali del Psi e poi collaborando, nella Rai 2 socialista, con una rubrica a Mixer, ma già nel 1966 condusse alcune puntate a Studio Uno. Poi lavorò a Mediaset e ancora in Rai.
Diceva di credere nell’invisibile ma non nell’inferno. Il 27 dicembre 1985, con l’ex-marito De Lollis e la figlia Azzurra si trovava all’aeroporto di Fiumicino nel corso di un attentato di un gruppo palestinese comandato da Abu Nidal, 13 morti. Nessuno dei tre subì conseguenze. Ha ammesso, affranta, di aver aiutato la madre, gravemente malata, su richiesta di quest’ultima, a morire. La figlia Azzurra, che alla nascita pesava 700 grammi e fu dichiarata quasi morta, è stata miracolata per l’intervento di una suora dell’ordine del Sacro Volto, prodigio riconosciuto ufficialmente dalla Chiesa cattolica. L’8 gennaio 1990, mentre conduceva una trasmissione su Rai 2, fu vittima di uno scherzo telefonico di pessimo gusto, mai chiarito: una voce di donna le comunicava in diretta che il figlio Ciro aveva avuto un incidente, cosa non vera. Ciò la fece correre via dallo studio, disperata.
È stata fino all’ultimo vitale, gioiosa, tanto da farsi ritrarre da un fotografo a 89 anni avvolta in un asciugamano e in invidiabile forma. Allusiva ma mai volgare, con un repertorio personale da antologia della seduzione, ha rappresentato, con ironia e intelligenza, l’Italia dei sogni inconfessabili, le ipocrisie del perbenismo e i conseguenti sensi di colpa.
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