L’Europa ha decretato la fine del motore termico entro il 2035. Per quella data nessuna casa automobilistica potrà produrre e vendere vetture a benzina o diesel. Peccato che una sentenza della Corte costituzionale tedesca di fatto abbia affossato l’alternativa ai veicoli a combustione, vietando gli incentivi pubblici a favore delle macchine elettriche.
Il risultato fa meno 47 per cento per il settore su cui scommette la Ue e meno 74 per le ibride plug-in. In pratica, le vendite di auto a batteria si sono dimezzate, perché senza soldi pubblici i modelli a batteria non sono più considerati convenienti dai consumatori. Sono sufficienti queste poche cifre per capire la fuffa della rivoluzione verde a quattro ruote: senza incentivi a spese dei contribuenti, i modelli che si ricaricano collegando la berlina alla corrente sono un prodotto riservato a una élite. Da oltre 100.000 auto si è passati a poco più di 50.000, mentre le vetture che sommano sia il motore a benzina che quello elettrico sono precipitate a quota 17.000. Tutto ciò fa capire che senza le migliaia di euro di sconto garantiti dalle case automobilistiche grazie ai soldi pubblici, la scelta dei consumatori si orienterebbe verso i modelli classici, vale a dire con il motore a scoppio.
Il caso tedesco deve far riflettere, perché svela il grande inganno della svolta green imposta dall’Europa. Senza incentivi, le auto elettriche non sono competitive. A tutto ciò si aggiunge poi un’altra informazione e cioè che gli acquirenti di vetture a batteria hanno quasi sempre un box, dove possono ricaricare la loro macchina. Dunque, tutti i Paesi che stanziano fondi per facilitare il passaggio dalla mobilità a benzina e gasolio a quella elettrica stanno finanziando una fascia di popolazione privilegiata, con i redditi più elevati. Già, perché nella stragrande maggioranza dei casi, in città sono i ceti più abbienti che si possono permettere di avere il garage sotto casa e pure la stazione di ricarica.
Queste semplici osservazioni, tuttavia, si scontrano con la tesi di chi oggi vorrebbe tagliare i fondi all’agricoltura per destinarli alla transizione ecologica. Anche ieri Repubblica se l’è presa con i contadini che protestano contro la Ue e le imposizioni folli di Bruxelles. Secondo il quotidiano di casa Agnelli, i trattori che assediano Bruxelles sono guidati dai nuovi kulaki, ossia da una categoria di proprietari terrieri che come nella Russia zarista gode di ampi privilegi, mandando nei campi – testuale – «la bassa manovalanza africana sfruttata e sotto pagata». Dopo aver usato l’Europa come un bancomat, oggi la vandea contadina – così la definisce il quotidiano controllato dai principali azionisti di un gruppo che al governo chiede soldi pubblici per non fermare le catene di montaggio nel nostro Paese – non vuole sostenere il costo della riconversione ecologica. E la colpa di tutto ciò, ovviamente, è sempre della destra, che cavalca ogni populismo. Meloni e Salvini sono dunque additati come responsabili per aver coperto le rivendicazioni contadine e per assecondare tuttora le richieste degli agricoltori. Ai quali sono opposti gli ecovandali, quelli che bloccano le strade e imbrattano i monumenti. Contro di loro, sostiene Repubblica, si usa il pugno di ferro, mentre chi invade il centro con i trattori, mettendo a ferro e fuoco la capitale belga, incendiando i copertoni e abbattendo le statue dei filantropi, è trattato con indulgenza.
Tempo fa, proprio su queste pagine, a proposito dei militanti di Ultima generazione, avevamo osservato che dietro loro si intravedevano gli interessi delle solite lobby e di gruppi multinazionali. La contrapposizione usata dal giornale di casa Agnelli, se ce n’era bisogno, prova che cosa muova un certo oltranzismo ambientale e quale sia l’obiettivo. Ancora una volta si capisce che la transizione verde non è gratis. A pagare sono i consumatori, gli agricoltori e i lavoratori, ovvero i ceti sociali più bassi. A incassare invece sono i soliti noti, ovvero i potentati economici tanto cari alla stampa progressista e capitalista.
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