Ha dovuto ribadire il senso del ricorso all’articolo 122 del Trattato europeo Ursula von der Leyen, nel presentare ieri davanti all’Europarlamento riunito in sessione plenaria a Strasburgo il suo piano per riarmare l’Europa. Un piano che pone le proprie fondamenta politiche sullo stato d’emergenza, codificato proprio dall’articolo 122, che stabilisce che «qualora uno Stato membro sia seriamente minacciato da gravi difficoltà a causa di calamità naturali o di circostanze eccezionali che sfuggono al suo controllo, il Consiglio (ergo: i governi europei) può concedere a determinate condizioni un’assistenza finanziaria dell’Ue allo Stato membro interessato». Secondo Von der Leyen, «l’art. 122 ci permette di raccogliere fondi, prestarli agli Stati membri affinché li investano in difesa. Questo è l’unico modo possibile per assicurare un’assistenza finanziaria di emergenza ed è ciò di cui abbiamo bisogno ora». Ora che abbiamo i cosacchi che abbeverano i cavalli alle fontane di San Pietro? Secondo donna Ursula sì, perché «è il momento della pace attraverso la forza», «ci troviamo di fronte a una crisi della sicurezza europea» e «Vladimir Putin ha dimostrato di essere un vicino ostile. Non ci si può fidare», ha dichiarato il capo della Commissione Ue, intonando l’ennesima stecca nelle stesse ore in cui gli inviati americani Marco Rubio e Mike Waltz incontravano Volodymyr Zelensky e i suoi ministri degli Esteri e della Difesa a Gedda, in Arabia Saudita, per tentare di negoziare la pace.
La chiave del messaggio di Von der Leyen agli europarlamentari, gli unici che rappresentano la volontà dei cittadini europei, è proprio questa: ci dobbiamo riarmare per aiutare l’Ucraina e perché «ora» Putin ci minaccia. Come se la guerra non durasse da tre anni, grazie anche al gentile contributo di quell’Europa che dal 2022 ha fatto credere a Zelensky che poteva uscire vincitrice dal conflitto, ma tant’è. È dopo la solita lista motivazionale «for dummies» che Ursula è andata al punto per battere cassa: con il piano ReArm Europe possiamo mobilitare 800 miliardi, oggi spendiamo poco meno del 2 per cento del nostro Pil per la difesa. Tutte le analisi concordano sul fatto che dobbiamo spostarci al di sopra del 3. L’intero bilancio europeo raggiunge solo l’1% del nostro Pil», ha detto la presidente. Come farlo? Basta attivare la clausola di salvaguardia del Patto di stabilità (Psc), perché, dice Von der Leyen, «gran parte degli investimenti può provenire solo dagli Stati membri», che grazie all’articolo 122 potranno derogare dal Psc per autorizzare interventi di bilancio straordinari in situazioni di crisi e superare i paletti sulle spese militari.
È nel passaggio successivo che Von der Leyen ha spiegato il vero obiettivo da raggiungere (che, spoiler, non è esattamente la difesa della popolazione ucraina): «Offriamo agli Stati membri fino a 150 miliardi di euro di prestiti, che dovrebbero finanziare gli acquisti (militari, ndr) da produttori europei, per contribuire a rilanciare la nostra industria della difesa. I contratti dovrebbero essere pluriennali», ha annunciato la presidente della Commissione che, sempre grazie all’articolo 122 del Trattato, si è potuta permettere di brandire «un livello di consenso sulla difesa europea (all’interno del Consiglio Ue, ndr), che non solo è senza precedenti, ma era del tutto impensabile solo poche settimane fa». È infatti l’articolo 122 a consentire di evitare il fastidio del dibattito con gli europarlamentari, stabilendo che il parere del Parlamento europeo – una risoluzione dovrebbe essere messa ai voti domani – non sarà vincolante. Il format, insomma, è sempre lo stesso: il Consiglio Ue mobilita il denaro dei cittadini europei come meglio crede, mettendo in pasto all’opinione pubblica l’alibi dell’emergenza perenne, ieri la pandemia, poi la crisi climatica, oggi Putin.
Gli acquisti di armi «made in Europe» evocati da Von der Leyen faranno girare l’economia italiana, considerato che negli ultimi cinque anni il nostro Paese ha scalato la classifica degli Stati esportatori di armi pesanti salendo dal decimo al sesto posto, subito dopo Stati Uniti, Francia, Russia, Cina e Germania, con un incremento delle esportazioni del 138%. Ma i soldi non saranno indirizzati soltanto alle armi: «Gli Stati membri», ha dichiarato la presidente della Commissione Ue, assecondando quanto evocato da Giorgia Meloni al Consiglio di giovedì scorso, «avranno la possibilità di reindirizzare parte dei loro fondi non impegnati a progetti legati alla difesa. Potrebbe trattarsi di infrastrutture o di ricerca e sviluppo». È per questo motivo che Meloni ha tenuto a sottolineare che anziché ReArm Europe, il piano dovrebbe essere rinominato Defend Europe, perché «la difesa riguarda molti domini della vita quotidiana dei cittadini», non solo armi ma materie prime, cybersicurezza, infrastrutture.
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