green deal pale eoliche
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Ha ragione quando denuncia l’ipocrisia di un ambientalismo che per decenni ha detto no a tutto. No al nucleare, no al gas, no alle trivelle. Poi, quando serve energia stabile, va benissimo importarla dalle centrali nucleari francesi. Il neutrone, evidentemente, cambia natura attraversando le Alpi.

Ha ragione anche quando scrive che non possiamo salvare solo i paesaggi famosi. Sarebbe davvero snob sostenere che Orvieto, le Crete Senesi o la Val d’Orcia meritino tutela, mentre la Maremma, il Molise o l’Irpinia possano essere trasformati in zone industriali dell’energia. La bellezza non si misura con il numero di turisti né con le pagine delle guide. Ogni territorio ha diritto al rispetto.

Ma proprio perché condivido queste premesse, arrivo a una conclusione diversa. Come ebbi modo di dire anche nella mia intervista pubblicata proprio sulla Verità, il problema non è decidere dove mettere le pale. Il problema è aver imboccato una strada completamente sbagliata.

Quella strada si chiama Green deal. Ci era stato promesso che avrebbe salvato il pianeta. Finora ha salvato soprattutto l’industria cinese, mentre quella europea chiude stabilimenti, perde competitività e paga l’energia molto più cara dei concorrenti americani e asiatici. Nel frattempo consumiamo suolo agricolo, industrializziamo paesaggi unici e dividiamo le comunità locali. E subiamo l’ondata di caldo peggiore della storia.

E tutto questo per ottenere cosa? L’Italia produce lo 0,7% delle emissioni mondiali di CO₂. Aver convertito con pale e pannelli meno del 5% delle nostre fonti energetiche ha ridotto le emissioni mondiali dello 0,03%. Vale davvero la pena trasformare il Paese in un’immensa piattaforma energetica per un effetto climatico che il resto del mondo faticherebbe perfino a misurare?

Per anni chi poneva queste domande è stato liquidato come negazionista o nemico dell’ambiente. Oggi, però, i fatti sono più ostinati degli slogan. Le bollette sono aumentate, l’industria europea arretra, la dipendenza dalla Cina cresce e il consenso verso il Green deal si sgretola perfino nei Paesi che lo avevano sostenuto con maggiore convinzione.

Per questo condivido quanto dice Belpietro quando invita gli ambientalisti a smettere di dire sempre e solo «no». Ma aggiungo che è arrivato il momento di dire un «no» diverso: no a una politica energetica costruita sull’ideologia anziché sull’evidenza.

Il punto non è spostare una pala eolica cento metri più in là. Il punto è domandarsi se abbia ancora senso continuare a disseminare l’Italia di impianti sempre più grandi per inseguire una strategia che impoverisce l’Europa e produce un beneficio climatico praticamente irrilevante.

Occorre avere il coraggio di dirlo con chiarezza: il Green deal non è la soluzione. È diventato il problema.