- Il ministro a Vienna tratta con i tedeschi sulle espulsioni, si schiera con Victor Orbán e subisce l’attacco del collega lussemburghese, che gli rinfaccia il passato: «Venivate a lavorare nel Granducato». Appunto: a lavorare…
- Con le Ong fuori gioco, gli scafisti rispolverano i barchini di legno: 184 a Lampedusa Il Viminale studia un rimpatrio lampo. Intanto, i clandestini puntano Grecia e Spagna.
Lo speciale contiene due articoli
Più che mai Matteo Salvini protagonista a Vienna, al vertice dei ministri degli interni Ue sull’immigrazione.
Il vicepremier italiano è tornato a difendere Viktor Orbán: «Le sanzioni contro l’Ungheria», ha detto, «sono una follia di quell’Europa che non si rassegna al cambiamento. Sono convinto che tra qualche mese ci troveremo a governare l’Ue con Orbán».
Quanto al vertice, si segnalano: una trattativa serrata – non senza spigolosità – con la Germania; una novità sulle procedure di identificazione; una dura polemica con Malta; il preannuncio di un decreto per un giro di vite sulle richieste di asilo; e infine la provocazione anti italiana di un ministro lussemburghese (forse anche lui colpito da «sciatica», come il connazionale Juncker). Procediamo con ordine.
A Vienna, il ministro tedesco Horst Seehofer non si è proprio presentato, inviando un sottosegretario e la combattiva portavoce Eleonore Petermann. Con la Germania non sono mancate le schermaglie, in una mano di poker in cui il leader leghista vuole ottenere il cambiamento della famigerata missione Sophia, l’operazione navale che, diversamente dalla vecchia Mare Nostrum, non doveva essere solo di salvataggio, ma anche di contrasto agli scafisti. Sta di fatto che però, rimanendo chiusi i porti altrui (Francia di Macron in testa), i migranti continuano a finire in Italia. Ecco allora lo «scambio» ipotizzato da Salvini: luce verde alle richieste tedesche sui respingimenti secondari, a patto però di un aiuto da Berlino per cambiare questa situazione. La portavoce di Seehofer ha dato per raggiunto l’accordo, ma Salvini ha frenato: «Quello con la Germania, che non ho ancora firmato, sarà un accordo a tempo e a saldo zero, e sarà sottoscritto se la Germania ci darà una mano per il cambio delle regole della missione Sophia, che per colpa del governo Renzi ha fatto sbarcare in Italia 45.000 persone». Se tutto andasse bene, sarebbe un’intesa senza danni per nessuno: per ogni migrante respinto dal territorio tedesco, Berlino dovrebbe accogliere un migrante salvato dal mare. Un gioco a somma zero: ma a Salvini interessa mutare strutturalmente una situazione troppo penalizzante per l’Italia.
Salvini ha anche messo sul tavolo una novità condivisa con l’omologo austriaco Herbert Kickl: «Tra le misure innovative ed efficaci non è da escludere quella di un’identificazione sulle navi, una volta soccorsi i migranti», per procedere da subito a riaccompagnare nei Paesi di origine chi non ha diritto. Per estendere gli accordi con gli stati di provenienza, Salvini ha aggiunto di «aver concordato col commissario europeo Dimitris Avramopoulos missioni congiunte in Africa per fare capire che Italia e Ue non hanno intenzione di permettere altri arrivi».
Molto duro lo scontro con Malta. Il casus belli è il nuovo stillicidio degli sbarchi a Lampedusa: bloccate le grandi navi delle Ong, è infatti ricominciato il viavai delle barche più piccole. Solo nelle ultime ore, sono stati 184 i migranti arrivati a Lampedusa per questa via. Salvini non ha usato mezzi termini contro Malta: «C’è un Paese membro che se ne sta ampiamente fregando dei suoi doveri, con ripetuti casi di navi in difficoltà ignorate o accompagnate verso l’Italia».
La prossima settimana, intanto, è atteso il varo in Consiglio dei ministri di un decreto legge: in primo luogo, per allungare l’elenco dei reati che possono stoppare una richiesta d’asilo (inserendo violenza sessuale, traffico di droga, furto, aggressione a pubblico ufficiale). E poi per prevedere la revoca dello status di rifugiato se il migrante torna nel Paese d’origine: insomma, se scappi perché dici che lì c’è pericolo, non si vede perché tu debba tornarvi e contemporaneamente chiedere protezione qui. Il decreto dovrà avere il via libera anche del Guardasigilli e soprattutto del capo dello Stato: e, specie nel secondo caso, non sono mai passaggi scontati.
L’ultimo capitolo – quello più folkloristico – riguarda l’esibizione anti italiana del ministro lussemburghese Jean Asselborn. Chi era costui? È stato vicepremier di Jean-Claude Juncker (prima che l’uomo della «sciatica» fosse costretto a lasciare il governo del granducato per una storiaccia di dossieraggi e schedature); da due anni chiede ossessivamente di cacciare dall’Ue l’Ungheria; e per capire quanto sia prono all’asse francotedesco, basterà ricordare le sue onorificenze, dalla Gran Croce dell’Ordine al merito di Germania alla Legion d’Onore francese.
Ecco, mentre Salvini diceva: «Ho sentito da qualche collega che c’è bisogno di immigrazione perché la popolazione europea invecchia: io ho una prospettiva completamente diversa», Asselborn ha cominciato a sbuffare come una locomotiva, cercando ripetutamente di interrompere, e farfugliando le solite frasi sull’immigrazione italiana di un tempo: «In Lussemburgo, caro signore, avevamo migliaia di italiani che sono venuti a lavorare da noi, affinché voi in Italia poteste avere i soldi per i vostri figli». Salvini ha mantenuto la calma, tenendo il punto: «Rispondo pacatamente al suo punto di vista che non è il mio. Se in Lussemburgo avete bisogno di nuova immigrazione, in Italia preferisco aiutare gli italiani a tornare a fare figli».
Il lussemburghese, rosso come un peperone, ha concluso: «Merde alors», che qualche giornalista italiano specializzato nel ramo «attenuazioni e vaselina» ha tradotto «diamine». E quindi ecco i titoloni sulle agenzie: «Lite a Vienna». Ma per litigare occorre essere in due: il litigante, invece, era uno solo, di nazionalità lussemburghese.
Daniele Capezzone
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