La questione fondamentale che emerge, per me e per l’educazione che ho avuto, è questa: mi sento di coinvolgermi con quel livello misterioso ma innegabile presente in ogni cuore umano al di là di tutti i limiti, gli errori, le controversie, le meschinità. Il cuore dell’uomo è eterno perché vibra, è aperto all’eterno, cammina oltre a sé alla ricerca di ciò che può dare compimento alle nostre attese e rendere la verità non solo un contenuto rigoroso, ma vero, cioè fonte di un’esperienza esistenziale nuova.
Ho cercato, dunque, e cerco questo livello ultimo, su cui mettere in gioco la mia vita con quello che incontro. Se Dio mi dà la grazia, possa accadere quel passaggio della fede di cui parlava John Henry Newman citando Sant’Agostino: perché possa passare la fede da cuore a cuore. Questo è il contesto preliminare, previo, nell’orizzonte dei rapporti umani. Poi i rapporti stessi si caricano di tutte le circostanze concrete. Quattro o cinque anni fa di fronte al problema dell’integrazione, ho scartato l’idea di un’accoglienza senza se e senza ma, caratterizzato da quella istintività buona (o buonista?) che non è meglio dell’istintività cattiva. Il problema è che i rapporti devono essere stabiliti in un contesto realista. E il realismo implica che chi accoglie capisce che è messa in gioco la sua identità, l’esperienza di identità. Non si accoglie se non approfondendo la propria identità, non si può ridurre la propria identità. Questo è il realismo. Lo stesso vale anche in chi si fa accogliere, che non può pensare di entrare in un mondo ignoto e ancora lontano senza lo stesso percorso. Non è accoglienza a un bar o a un supermercato, né in una grande multinazionale: è da uomo a uomo, perciò occorre che chi viene accolto lo sia dando credito all’aspetto di verità che passa nel sacrificio di immedesimarsi nella tradizione del popolo e della società in cui chiede di entrare. È una reciproca fatica che non va obliterata. Per questo l’accoglienza è un dramma, senza alcun automatismo. L’impero romano, ovvero la più grande struttura sociopolitica della storia prima del Medioevo, non consegnò automaticamente la cittadinanza a chiunque, ma valutò caso per caso se quelli a cui veniva concessa erano in grado di entrare con apporto costruttivo.
A me sembra che gli equivoci di questi giorni nascano dal fatto che si pensa a un automatismo, a una correttezza procedurale come unica condizione della bontà di un processo. Come a dire: se si rispettano le regole, tutto funziona. Ma non avendo chiaro il resto, nulla funziona. Purtroppo la faccenda è più grave e più drammatica, è un incontro di persone e di civiltà. La propria identità è messa alla prova e approfondita, e va riconquistata in modo sempre nuovo. E quindi in modo drammatico la storia, non solo quella cristiana, insieme a quella umana, è il campo di espressione di libertà e responsabilità umane. Questa è la grandezza dei problemi in cui viviamo.
Togliere il problema dell’integrazione da questo livello vuol dire avvilirla, ridurla ad automatismo di popoli più o meno ricchi che si degnano di tendere la mano a quelli più poveri. Così però, nonostante la demagogia, l’integrazione pensata non rispetta dignità e libertà di chi entra nel contesto sociale in cui chiede di essere accolto. Su questo deve invece scattare la solidarietà dei popoli vicini, su questo occorre lavorare sempre di nuovo, perché si vinca la tentazione di rendere automatici i rapporti, e li si lasci nella grandezza di un dramma che deve accadere. Credo che una presenza cristiana autentica si debba caratterizzare, oggi più che mai, in una lotta contro qualsiasi forma di automatismo nello sguardo a problemi tanto drammatici.
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