L’infedele. È un giovane immigrato tunisino di 28 anni che nell’Italia dell’inclusione e dell’integrazione ha deciso di abbracciare la religione cristiana. Un percorso legittimo, dentro il perimetro sacro delle libertà individuali della società occidentale. Quel perimetro nel quale il mondo liberal – con gli occhiali da miope dentro una bolla virtuale – vede muoversi in serena coabitazione le comunità musulmane, a tal punto da favorire (nel grande abbraccio globale fra i popoli) il Ramadan, i suoi digiuni, la festa finale.
«Perché non individuare un giorno per celebrarlo tutti insieme sul calendario?», chiede senza il freno del pudore il club del progressismo low cost di Laura Boldrini ed Elly Schlein per bocca del discusso Aboubakar Soumahoro. Come il Natale, un po’ meno della Pasqua, un Ferragosto musulmano. Restiamo umani ma anche intelligenti, perché il delirio ideologico non poteva che scontrarsi subito con la realtà. Succede a Perugia, dove quel ragazzo con permesso di soggiorno regolare, un posto di lavoro e un orizzonte italiano da esplorare, decide di avvicinarsi al cattolicesimo, di frequentare la parrocchia, di cogliere il mistero dei sacramenti. E scopre a sue spese che tutto questo è impossibile: viene considerato un traditore, un crociato, «un infedele».
La strada della conversione, per lui, è lastricata di minacce, di pestaggi, di agguati, di dissuasioni notturne a schiaffi. Ieri la Digos ha dovuto arrestare tre suoi compatrioti, ex amici, che avevano come hobby l’insegnamento della resilienza islamica a botte. Lo hanno aggredito due volte. La prima il 12 novembre scorso nel quartiere di Ponte San Giovanni, dove passa il Tevere, mentre passeggiava con un amico. I tre lo hanno avvicinato, lo hanno accusato «di frequentare la chiesa dei cristiani», lo hanno minacciato a pugni e calci, gli hanno fratturato una vertebra e strappato una catenina. Allora la prognosi fu di un mese, per fortuna è riuscito a scappare. Il giovane ha deciso di non arrendersi e di proseguire nel percorso di conversione; al tempo stesso ha denunciato gli aggressori per minaccia, lesioni personali, rapina con l’aggravante della discriminazione religiosa.
Qualche tempo dopo, un nuovo agguato. Due dei tre gentiluomini si sono ripresentati, gli hanno intimato di ritirare la denuncia e di smettere di frequentare «la chiesa dei cattolici» (come scritto nel verbale dell’inchiesta). Lui ha tenuto il punto, ha ribadito il no, ottenendo il risultato d’essere di nuovo strattonato, picchiato. E al culmine del tentativo di rieducazione, minacciato di morte. Dopo doverosi approfondimenti, la polizia ha individuato i violenti e li ha arrestati per «discriminazione religiosa». Il gip ha disposto per loro la custodia cautelare in carcere.
Una vicenda banale sotto il profilo giudiziario e inquietante sotto quello sociale e morale, che dimostra quanto sia lungo e accidentato il viaggio dell’integrazione religiosa, soprattutto se visto a senso unico, con gli occhiali dell’opportunismo politico e la superficialità teorica da convegno diocesano. Sdottorare di laicismo e di parità, imporre un giorno di vacanza da scuola per agevolare il Ramadan (è accaduto a Pioltello con l’imbarazzante consenso del Quirinale e dell’Arcidiocesi di Milano); chiedere di non mangiare le merendine all’intervallo per non urtare la suscettibilità di chi sta digiunando (è accaduto a Soresina); pretendere a colpi di sentenze del Tar che i Comuni trovino spazi adeguati per ospitare la festa del Digiuno (è accaduto a Monfalcone e a Turbigo). Tutte manovre di facciata, cavalcate dalla sinistra per qualche consenso in più nell’area buonista del volemose bene.
Poi si scopre che la reciprocità, alla base di ogni interazione democratica, non esiste. Non esiste a Ryad, dove se un cristiano chiedesse uno spazio in cui pregare sarebbe arrestato. Ma non esiste neanche a Perugia, dove la comunità della mezzaluna non ha mosso un dito per dissuadere i picchiatori dell’islam dal provare a convincere a botte un ragazzo a non cambiare religione. Senza reciprocità, senza il rispetto delle libertà individuali e con l’obbligo dell’umanità a senso unico non esiste integrazione religiosa. Esiste solo la passività, la genuflessione pelosa, qualcosa che comincia a somigliare alla sottomissione.
Lo dimostra il silenzio del mondo femminista davanti alla scena delle donne musulmane rinchiuse in una gabbia come galline a Roma l’ultimo giorno di Ramadan per non vedere gli uomini che pregavano rivolti alla Mecca. #Nonunadimeno, tranne loro. Forse quel giovane di Perugia, convertendosi, voleva evitare un simile scempio alla sua futura moglie, a sua figlia. In Italia ne ha diritto senza essere minacciato di morte.
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