La serie di Disney+ al debutto mercoledì 23 luglio racconta la vicenda di Wash, undicenne schiavo alle Barbados, in un viaggio epico e doloroso tra schiavitù, identità e libertà. Un dramma sobrio e storico, lontano dalla retorica eroica.
Le premesse sembrerebbero quelle come tante di una fra le tante serie drammatiche. Magari, le stesse premesse che, nell’ambito dell’universo fumettistico, portano le vittime di tragedie a cercar riscatto nella carriera di supereroe. Invece, Washington Black, adattamento televisivo del romanzo omonimo scritto da Esi Edugyan, non ha nulla a che vedere con improvvise epifanie e imprese straordinarie.
Non, quanto meno, nell’accezione che la parola straordinaria tende ad avere.Washington Black, al debutto su Disney+ mercoledì 23 luglio, è la storia incredibile di George Washington Black, Wash per chi gli voglia bene. Non è un uomo, né può ambire a diventarlo in tempi utili. George Washington Black ha undici anni, quando la serie prende il via. E undici sono gli anni che ha quando, sulla piantagione di canna da zucchero delle Barbados nella quale lavora come schiavo, si abbatte la falce della morte. Una morte violenta, improvvisa. Una morte che costringe il piccolo Wash a cercare riparo altrove, lontano da quell’inferno afoso che, nonostante tutto, ha imparato a chiamare casa. Washington Black inizia allora, con la fuga di un bambino e la sua lenta metamorfosi in qualcosa di più: un viaggio epico, attraverso le meraviglie di un mondo che credeva gli sarebbe stato precluso.
George Washington Black, dotato di una mente scientifica senza paragoni, lascia le Barbados per arrivare al continente Americano e di lì all’Europa, poi all’Artico. Sono avventure, tante, diverse, ad attenderlo, ma la miniserie televisiva non dà loro lo spazio che la sinossi potrebbe lasciare intendere.Washington Black non è, cioè, il racconto mitico di un’impresa semi-infantile. Non c’è magia nella sua narrazione né eccessivo entusiasmo nei suoi toni. Lo show, composto in totale da otto episodi, è deciso a ricalcare con serietà e fedeltà storica il periodo della schiavitù. A riproporlo, a riprodurlo, tenendo da conto ogni tema gli possa essere correlato: la colonizzazione, l’elaborazione di un’identità individuale nell’ambito della cattività, il bisogno quasi opprimente di libertà.
Washington Black è storia, solo rivista attraverso gli occhi ingenui e buoni di un bambino cui la cattiveria degli adulti non è riuscita a strappare il romanticismo. Ed è storia fuori di retorica, da guardare con lo stesso stupore che si accorderebbe ad un racconto (semi) omerico.
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