«Lucky Luke», il mito del fumetto diventa serie live-action
«Lucky Luke» (Disney+)
Dal cowboy creato dal fumettista belga Morris (Maurice De Bevere) nel 1946 al debutto su Disney+: la serie live-action prova a ricostruire atmosfere e ironia del fumetto. Tra ambizione visiva e nuove dinamiche narrative, resta la sfida di adattarne lo spirito originale.

L’immagine classica del cowboy, con il cappello a tesa larga a coprire gli occhi furbi e il naso adunco. Lucky Luke, cui Morris in prima battuta cercò di dare un aspetto diverso, tozzo e massiccio, portava stivali e cinturone, le gambe strette e la figura snella. Sparava, più velocemente della propria ombra. Movimenti rapidi, fluidi. Così, prima ancora che il fumettista belga potesse avere il tempo di rendersene conto, diventò un’icona: il cowboy per eccellenza, deputato a scrivere una sorta di canone, cui negli anni a venire si sarebbero rifatti tutti coloro che ambivano a passare per il Far West. Lucky Luke si fece leggenda, lui che era nato per restituire leggerezza alla Francia del dopoguerra. Valicò i confini nazionali e divenne un caso globale, tradotto, venduto, protagonista di decine di fumetti. Oggi, di una serie televisiva.

Lucky Luke, al debutto su Disney+ lunedì 23 marzo, è il primo adattamento live-action della striscia creata da Morris. E, in soli otto episodi, con un impianto scenico mostruoso – nell’accezione migliore che l’aggettivo possa portare con sé – cerca di ritrovarne le atmosfere. L’immensità piena di promesse del Far West, la sua durezza e, pure, il divertimento cui ogni cowboy sembrava aver facile accesso. Lucky Luke, con Alban Lenoir ad interpretarne il protagonista, vorrebbe candidarsi ad essere un western da manuale, costruito per celebrare un personaggio che del genere ha saputo scrivere la storia. E ha saputo farlo con un’ironia tutta europea, dissacrante per quel che all’epoca pareva consentito.Quando Lucky Luke ha fatto la sua prima comparsa, correva l’anno 1946. Il western era statunitense, la prospettiva loro. Morris, però, riuscì in un capolavoro: insinuarsi in quel mondo lontano, sfruttarne l’immaginario e, con un’eleganza tutta francese, farsene beffe. Il risultato fu sorprendente. Lucky Luke sapeva incarnare il cowboy archetipico e, al contempo, ridere dei suoi aspetti più macchiettistici.

Tratto, questo, che ottant’anni più tardi, ha reso complesso e insidioso il lavoro degli sceneggiatori. Se la storia, quella del western, con Calamity Jean e Billy the Kid a popolare le sterpaglie americane, può essere di facile adattamento, altrettanto non può dirsi dell’ironia sottile, maliziosa di Lucky Luke. Un’ironia che gli autori dello show Disney si dice abbiano sperato di stimolare attraverso il confronto con un personaggio femminile.Nei suoi otto episodi, girati per lo più in terra spagnola, la serie vede Lucky Luke farsi carico di Louise, ragazzina la cui madre è scomparsa in circostanze misteriose. Un viaggio lungo li attende, un viaggio che permette loro di scandagliare quei luoghi brulli, incontrando i personaggi – Dalton compresi – che li hanno resi eterni.

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