I lavori degli immigrati li faranno i robot
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La Sinistra globalista per come si è strutturata negli ultimi vent’anni ha saputo organizzare attorno a sé un intero mondo di principi, valori, prassi e convenienze la cui sola messa in discussione viene ritenuta inaccettabile. Gli esempi più chiari e dichiarati, come il recente surreale dibattito sul futuro presidente della Repubblica che deve essere democraticamente scelto ma solo tra i graditi dalla Sinistra, hanno il pregio dell’evidenza ma sono anche quelli più puramente scenografici. Al contrario è quando si toccano i veri capisaldi del mondo attuale che si possono notare le reazioni meno sonore ma più combattive.

In una recente intervista il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, ha mostrato di aver chiaro il grande tema della nuova rivoluzione tecnologica alle porte sottolineando come, con il comparire sulla scena dell’Intelligenza artificiale e dei robot umanoidi, il principio della «neutralità tecnologica» appaia irrinunciabile alla luce della trasformazione radicale del concetto di «produzione». In questo senso l’ansia regolatoria dell’Unione europea che con l’AI Act ha già chiarito di non volersi discostare dal proprio ruolo dannosamente burocratico, contrasta con uno scenario nel quale, negli Stati Uniti e in Cina, si moltiplicano le produzioni di robot e la loro immissione nel tessuto produttivo. Ma le riflessioni di Orsini non sono certo isolate: Elon Musk ha più volte dichiarato che l’IA e i robot sostituiranno pressoché tutti i lavori fisici, rendendo il lavoro stesso «opzionale, come coltivare un orto invece di comprare la verdura al negozio», e ha indicato esplicitamente i robot umanoidi come soluzione al calo demografico rendendo così obsoleta la necessità di ricorrere a flussi migratori di massa. Della stessa opinione il ceo di BlackRock, Larry Fink, che ha recentemente sottolineato come l’avvento di IA e robotica comporterà una riduzione della forza lavoro globale con un drastico calo dei fabbisogni occupazionali tradizionali ma con un netto aumento di efficienza e produttività e quindi di benessere. Ci troviamo dunque alla vigilia dell’entrata in crisi del concetto di «mano d’opera» come variabile mobile e sostituibile, idea propria del Fordismo e del Taylorismo, e quindi delle politiche di reclutamento di forza lavoro a basso costo che hanno sinora motivato l’Immigrazionismo.

Giustificare il degrado sociale, il conflitto permanente e diffuso, la frammentazione delle comunità e l’erosione delle identità culturali con l’esigenza produttivistica costituisce un’impostura intellettuale e politica che ha potuto sostenersi ideologicamente sino alla tenuta degli assetti produttivi novecenteschi la cui imminente obsolescenza svela come le forze che si ostinano a riproporre tali assetti in realtà abbiano finalità politiche ed ideologiche che trascendono le ragioni economiche sinora addotte e mostrano il disegno della costruzione di un meticciato omogeneo privato di ogni connotato identitario e finalizzato alla realizzazione di un utopistico «governo mondiale».

In questa prospettiva l’Ue, anziché fungere da strumento di sviluppo economico e tecnologico, opera prevalentemente come apparato di conservazione di un’egemonia culturale e burocratica a fronte del sacrificio deliberato della competitività industriale e di quello «sviluppo» che, nelle intenzioni di Bruxelles, dovrebbe paradossalmente essere garantito proprio da regole e burocrazia. Se la rivoluzione tecnologica alle porte consente di non riprodurre i costi sociali, ambientali e culturali della Prima e Seconda rivoluzione industriale nei termini di sfruttamento di massa, urbanizzazione distruttiva, guerre per risorse e mercati, migrazioni forzate e vita invivibile, esiste un altro fondamentale elemento in grado di superare l’attuale assetto basato sull’incessante e necessario sviluppo del Parastato gramsciano presente nei vari Paesi occidentali e culminante negli enti sovranazionali esistenti all’essenziale scopo di salvaguardarne ruolo e dominio: il primato dei parametri di efficienza connaturato sia al funzionamento dell’IA sia a quello della robotica umanoide. Tali sistemi, infatti, presuppongono l’ottimizzazione costante e trasferiscono l’esigenza di espansione «quantitativa», tipica delle forme produttive e parastatali novecentesche, in espansione «qualitativa» in base alla quale ogni errore serve per migliorare il sistema ed il fine ultimo del sistema è sempre l’efficienza. Vengono così espulsi a livello strutturale gli obiettivi ideologici in contrasto con l’efficienza, con buona pace dei famigerati criteri Dei per le aziende o Esg per la finanza, sino a rendere obsoleta l’idea novecentesca di «impiego in massa» del proprio elettorato di riferimento.

Alla luce di ciò le reazioni improntate al luddismo regolatorio ed alle scelte autodistruttive, sino alle folli derive woke e green, si svelano come il tentativo di un mondo sull’orlo dell’obsolescenza di rallentare la propria dissoluzione con il solo risultato di favorire quei mondi esterni – Cina e Stati Uniti – che la nuova rivoluzione stanno guidando. Davvero l’Europa è disposta ad abbracciare la marginalità definitiva per salvare le Ong e ribadire che l’immigrazione di massa per fini produttivistici costituisce non solo una necessità ma anche un arricchimento?

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