Lo scorso febbraio, dopo una accesa discussione in Parlamento sulla commissione Covid, Roberto Speranza ci tenne a mostrare tutto il suo sdegno. «L’obiettivo di questa Commissione non è quello di valutare in maniera seria i fatti, ma di fare propaganda politica», disse, accusando di squadrismo alcuni esponenti di Fratelli d’Italia che lo avevano aspramente criticato. Non stupisce: quando tocca a lui finire sotto esame, l’ex ministro della Salute scalpita e si irrita. Questo non gli ha impedito di trascinare altri in una aula giudiziaria. In particolare, Speranza ha querelato Davide Rossi, autore di un libro intitolato La Fabian Society e la Pandemia. Come si arriva alla dittatura (Arianna editrice). In aula a Perugia, durante la seconda udienza del procedimento, Speranza ha spiegato le ragioni del suo gesto. «Negli anni da ministro ho evitato il più possibile di fare querele», ha detto. «Ne avrei avuto ragione in varie occasioni, ma ho evitato il più possibile, mi è sembrato però che di fronte a questa pubblicazione […] si fosse superato il segno oltre ogni limite, nel senso che ho giurato di fronte alla Costituzione, ho fatto tutto quello che potevo per aiutare il mio Paese in un tempo difficilissimo, ora sinceramente essere iscritto, diciamo d’ufficio, attraverso una menzogna, a una associazione, tra l’altro neanche del nostro Paese, e far passare l’idea che attraverso questa associazione ci fosse un disegno criminale in cui io fossi un tassello per l’oppressione, per arrivare addirittura alla dittatura sanitaria nel nostro Paese, è sinceramente oltre ogni limite. Quindi ho ritenuto che una cosa del genere fosse meritevole di una querela, perché c’è un limite che secondo me non si può superare».
Il querelato, Davide Rossi, deve ancora deporre davanti alla corte, ma nel frattempo ha affidato il suo pensiero ai social: «Che un uomo così potente abbia deciso di attaccare in questo modo uno scrittore esordiente e che pubblica con un piccolo editore, significa che il libro ha dato molto fastidio», ha scritto. «Questa vicenda riguarda tutti, perché sarà rivelatrice per capire se l’Italia è ancora un Paese civile. Se in questa nostra democrazia è ancora consentito esprimere una critica politica circostanziata, e nella massima continenza verbale, ad uno che ha avuto il potere di chiuderci in casa, di impedirci di lavorare, di vedere i nostri cari. Di togliere i mezzi di sostentamento a chi decideva di non assumere un farmaco nuovo. Brutto segnale processare un libro. Andrò verso questo confronto giudiziario non come se fosse una guerra ma semplicemente raccontando la mia verità, i risultati dei miei studi. Se mi opponessi alla sua forza con la forza ne sarei ovviamente travolto. Lui ha l’immunità parlamentare, mezzi economici di gran lunga superiori ai miei e relazioni importanti. Il mio obiettivo non era e non è diffamarlo. Piuttosto ho ritenuto, sulla base di una ricerca, che la gestione politica della vicenda di questi anni si inscriva dentro un ben preciso orizzonte culturale e politico».
le carte giudiziarie
Come si diceva, il procedimento presso il tribunale di Perugia è ancora in corso, dunque tocca attendere per scoprire che cosa decideranno i giudici in merito alla querela. Dalle carte giudiziarie, tuttavia, emergono alcuni particolari interessanti che vanno ben oltre il caso specifico. Speranza, parlando in aula, ha infatti pronunciato frasi di cui sarebbe opportuno tenere conto, anche in previsione dell’inizio dei lavori della commissione Covid. Per esempio, l’ex ministro è stato piuttosto vago riguardo allo scambio di messaggi avvenuto con l’allora capo del Cts, Silvio Brusaferro. Scambio di cui il nostro giornale ha dato conto mesi fa, e da cui emergeva con nettezza il fatto che i tecnici governativi non avessero evidenze scientifiche con cui motivare la chiusura delle scuole pretesa da Speranza.
«Non ricordo questa evenienza», ha detto Speranza di fronte al tribunale di Perugia, «ma ricordo che le scelte che abbiamo fatto sono sempre state condivise con la nostra comunità scientifica e il Cts ha sempre espresso poi un apprezzamento sostanziale delle scelte che noi abbiamo fatto». Ecco, su questo tema sarebbe bene fare chiarezza, perché ci risulta che le cose non stiano esattamente come dice l’ex ministro.
parole in libertà
Un altro passaggio suggestivo della deposizione di Speranza riguarda l’ormai famigerato piano pandemico. Quello che l’Italia non aveva all’inizio del Covid (o meglio lo aveva, ma non era affatto aggiornato). Da ministro, nei primi mesi della pandemia, Speranza evitò a lungo di affrontare l’argomento, scelse il silenzio come a negare che la questione dello scudo anti pandemia esistesse. Poi, qualche tempo dopo, modificò leggermente la sua versione. «Il piano era datato e non costruito specificamente su un coronavirus ma su un virus influenzale», ebbe a dire. Insomma, prima evitò il problema, poi si mise a dire che il piano in effetti non era aggiornato, e che comunque non sarebbe servito contro il Covid.
A fronte di queste dichiarazioni, appare sorprendente ciò che l’ex ministro ha detto di recente a Perugia. «Il nuovo piano pandemico è stato approvato da me nella parte credo alla fine del 2021, se non ricordo male, non ricordo la data esatta, ma posso dirlo, il piano pandemico, lo voglio ricordare, non era stato approvato per oltre 15 anni e io sono il ministro della Salute che lo ha approvato», ha dichiarato Speranza di fronte ai giudici. E ha aggiunto: «Io sono stato nominato ministro alla fine del 2019, e per 15 anni (il piano, ndr) non era stato approvato, io sono il ministro che l’ha approvato il piano pandemico». Davvero appassionante: prima Speranza ha negato che con il piano pandemico qualcosa non avesse funzionato; poi ha detto che il piano era inutile; adesso invece si vanta di averlo ripristinato. Un po’ contraddittorio, non trovate? La verità è che quel piano serviva eccome, sarebbe servito anche contro il Covid e avrebbe forse evitato morti e chiusure. Speranza non era affatto colpevole del mancato aggiornamento, ma su di lui grava la responsabilità politica di aver mentito sull’argomento e di omettere ancora oggi parti di verità. Tra cui il fatto che il piano che ora si vanta di aver reso operativo era sostanzialmente analogo a quello che lui definiva inutile.
Aspettate, però, perché non è finita. A Perugia, Speranza ha parlato anche di cure domiciliari. L’avvocato difensore di Davide Rossi gli ha posto varie domande sul tema, a cui l’ex ministro ha fornito ancora una volta risposte che colpiscono. Nello specifico, Speranza ha dichiarato che le cure a domicilio «sono parte dei nostri protocolli ma i protocolli non vengono fatti dal ministro, ma vengono fatti dal Consiglio superiore di sanità e dai nostri scienziati, quindi non è materia di cui si occupa direttamente il ministro, ma sicuramente io sono il ministro che nella storia del nostro Paese ha più investito sull’assistenza domiciliare». A leggere queste frasi si rimane di stucco. Ci risulta, infatti, che sin dall’inizio il ministero abbia decisamente osteggiato le cure domiciliari tramite circolari e persino ricorsi al Tar. La posizione condivisa dai tifosi del regime sanitario era chiara: le cure non ci sono, serve il vaccino. Che ora – dopo anni di Tachipirina e vigile attesa, dopo le intemerate contro i medici che assistevano i pazienti a casa – Speranza si vanti di aver implementato l’assistenza domiciliare è surreale. Quindi ci domandiamo: di quali cure a domicilio ha parlato l’ex ministro a Perugia? Di quelle per il Covid o di altre? E se parlava di quelle per il Covid, significa che ha cambiato idea rispetto a quello che diceva quando era in carica?
A ben vedere, qui il nodo della questione è uno solo. Ogni volta che viene interrogato sul Covid, cosa che di solito avviene in luoghi protetti e spesso senza contraddittorio (dobbiamo ancora assistere a un dibattito pubblico serio a riguardo) Speranza sembra fornire ricostruzioni diverse, talvolta anche in contrasto fra loro. Sarebbe dunque il caso di fare chiarezza una volta per tutte. E poiché questa chiarezza dai tribunali non emerge cristallina, non resta che la commissione Covid. Cioè quella che, chissà perché, da subito Speranza ha osteggiato.
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