Giorgia Meloni deve stare attenta a non spaventare Bruxelles con proposte economiche che non piacciano a Bruxelles. Poi deve badare a non scontentare gli Stati Uniti, che in Europa non vogliono qualcuno che si scontri con i loro piani per Ucraina e Vecchio Continente. La leader di Fratelli d’Italia deve anche evitare di strizzare troppo l’occhio a Viktor Orbán e ai suoi amici dell’Est, come polacchi e cechi, perché questo potrebbe non piacere al gruppo che governa la Ue. Inoltre, la sempre più probabile futura presidente del Consiglio deve mettere da parte le sue idee sull’immigrazione, cioè il progetto di blocco navale, perché è guardato con sospetto dalle socialdemocrazie europee, ma non piacerebbe neppure agli imprenditori del Nord Est, i quali chiederebbero (il condizionale è mio) maggiore manodopera, possibilmente a basso costo.
In pratica, secondo i fiumi di parole versati dagli editorialisti nei giorni scorsi, Giorgia Meloni, dopo aver vinto le elezioni, dovrebbe evitare di fare Giorgia Meloni e di rispettare le promesse fatte agli italiani in campagna elettorale. Per essere accettata dall’establishment nazionale e internazionale, la leader di Fratelli d’Italia dovrebbe trasformarsi in una specie di Mario Draghi in gonnella e, se proprio questo non fosse possibile, almeno in un Enrico Letta con i tacchi. Sì, lo so che il solo pensiero di vedere l’ancora per poco segretario del Pd in tailleur e con le mèches vi ripugna però, a leggere certi pensosi articoli apparsi sulla stampa italiana ed estera, questo è ciò che gli osservatori si aspettano. Una Meloni senza Meloni. Una donna di destra che non faccia la donna e soprattutto la destra. Una sovranista (così la chiamano, immaginando che il termine abbia sul grande pubblico un effetto negativo) che non faccia la sovrana, ma si rassegni ad assumere un ruolo fra la servitù di Bruxelles. In altre parole, auspicano che una volta a Palazzo Chigi la Signora Giorgia si trasformi in un «Signorsì», ovvero in un leader buono e obbediente, pronto ad adeguarsi alla strada tracciata per il nostro Paese, pena essere subito fatta sbandare per andare a schiantarsi come è già accaduto ad altri in passato.
Dopo essere stata all’opposizione del governo Draghi per un anno e mezzo (e prima ancora all’opposizione di quelli guidati da Giuseppe Conte), Giorgia Meloni dovrebbe prendere l’agenda dell’ex governatore della Bce, quella sponsorizzata da Calenda e Letta con i noti risultati, e trasformarla nel suo programma, divenendo più draghiana di Draghi. Addirittura, qualche giornale – Repubblica – si è spinto a sostenere che tra i due c’è già un patto per scrivere a quattro mani la manovra. Altro che lasciare Daniele Franco al suo posto, per garantire continuità tra i due esecutivi, quello dell’unità nazionale e quello nazionalista. A via XX settembre, sede del ministero dell’Economia, sovrintenderebbe Draghi in persona e non soltanto per assicurare un passaggio di consegne ordinato e tranquillo, ma per fare in modo che Giorgia non deragli e prosegua l’opera avviata dal «lord protettore» (l’immagine non è mia, ma di Rino Formica, indimenticato ministro delle Finanze ai tempi di Craxi, per intenderci colui che definì la politica «sangue e merda»). Insomma, via Draghi ma dentro Meloni, tuttavia l’importante è che le cose non cambino e che la leader di Fratelli d’Italia si riveli più trasformista dell’ultimo trasformista transitato a Palazzo Chigi, alias Giuseppe Conte, il quale è stato orgogliosamente populista, poi altrettanto orgogliosamente anti populista, per tornare infine, nella sua terza stagione all’interno della medesima legislatura, di nuovo populista.
La Meloni, secondo costoro, può ambire a fare il presidente del Consiglio solo se indossa il doppiopetto dell’ex banchiere e fa il contrario di ciò che ha detto in campagna elettorale. Meraviglioso l’editoriale del direttore del Foglio, il quale prendendo al balzo un articolo del Financial Times, loda l’«ambiguità» della leader di Fratelli d’Italia, descrivendo l’incoerenza come unica via di salvezza per la futura premier. Avendo detto e non detto (così sostiene Claudio Cerasa), «essendosi lasciata in definitiva aperte le porte per fare tutto e il contrario di tutto, il suo dare la possibilità di vedere in lei tutto ciò che ciascuno vuole vedere» sarà, alla fine, la soluzione che le consentirà di uscire dal guaio in cui si è ficcata. Siamo cioè all’elogio dell’incoerenza, all’invito ad allontanare i demoni del populismo (è sempre Cerasa che scrive) facendo l’opposto di quanto suggerito per anni dai populisti. Tradotto: meno muri, più Europa e, già che ci siamo, più vincoli di bilancio, più armi per l’Ucraina e meno riscaldamento in casa, ma bollette più care e meno risorse per le aziende. L’aspetto straordinario è l’ambiguità di chi suggerisce a Meloni un’agenda Letta (infatti non si tratta del programma di Draghi, bensì di quello del segretario Pd), l’ambivalenza degli sconfitti o dei loro aedi, i quali sognano una rivincita. Non più nell’urna, ma direttamente a Palazzo Chigi, anzi a Palazzo Berlaymont, sede della Commissione europea. Da un lato sperano in una Meloni riveduta e politicamente corretta, dall’altro confidano nel metodo Ursula, anticipato dalla presidente Ue quando disse di avere gli strumenti per riportare sulla retta via la pecorella smarrita. Sull’incoerenza di chi dice di essere preoccupato per la democrazia, mentre tresca con chi la democrazia la vorrebbe mettere sotto i piedi, ovviamente lascio il giudizio ai lettori.
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >