Patrimoniale e spinello di Stato: gli emendamenti alla legge di Bilancio presentati dalla sinistra rasentano il ridicolo. Saranno ovviamente bocciati, il che rende la vicenda più grottesca che drammatica, ma le proposte di modifica, alcune in particolare, presentate alla legge di Bilancio, disegnano comunque lo scenario che si aprirebbe davanti agli italiani nell’assai improbabile caso che i sinistrati dovessero tornare al governo. Prendiamo in esame in particolare due emendamenti, entrambi presentati dai deputati di Alleanza Verdi e Sinistra al gran completo, tutti eletti in Parlamento grazie all’alleanza col Pd: Nicola Fratoianni, Marco Grimaldi, Luana Zanella, Angelo Bonelli, Francesco Emilio Borrelli, Devis Dori, Eleonora Evi, Francesco Ghirra, Francesco Mari, Elisabetta Piccolotti e Filiberto Zaratti. Il primo è relativo alla istituzione, a decorrere dal prossimo aprile, del reddito di base universale. Il nome è già poesia: non un reddito europeo, figuriamoci italiano, Verdi e Sinistra italiana hanno un respiro galattico, universale. Chi avrebbe diritto all’assegno mensile? «Ciascuna persona maggiorenne che ne faccia richiesta», si legge nel testo dell’emendamento, «e che possieda cumulativamente, al momento della presentazione della domanda, un reddito individuale inferiore ai 1.500 euro». Il reddito universale sarebbe di 800 euro mensili, «da corrispondersi integralmente o parzialmente a integrazione del reddito individuale entro la soglia mensile di 1.500 euro». Benissimo! Ma i soldi, da dove escono? Da una bella patrimoniale: «A decorrere dal 1° gennaio 2024», si legge, «è istituita un’imposta ordinaria unica e progressiva sui grandi patrimoni». Nel dettaglio: chi ha un patrimonio che va dai 5,4 agli 8 milioni di euro, verserebbe l’1,7%; per patrimoni tra gli 8 e i 20,9 milioni di euro, il 2,1%; chi ha una base imponibile superiore ai 20,9 milioni di euro, dovrebbe sborsare il 3,5%. Una bella stangata, non c’è che dire, anche se va sottolineato che Sinistra italiana e Verdi sono coerenti con quanto hanno sempre sostenuto, e non è un caso se le componenti liberali del cosiddetto campo largo vedono come il fumo negli occhi una eventuale alleanza elettorale con la premiata ditta Bonelli&Fratoianni.
A proposito di fumo: passiamo all’emendamento successivo, dal titolo «Monopolio della cannabis». I rossoverdi propongono che lo Stato italiano coltivi (o importi) e venda canne per finanziare provvedimenti come il reddito universale: «La coltivazione», si legge nel testo dell’emendamento, «la lavorazione, l’introduzione, l’importazione e la vendita della cannabis e dei suoi derivati sono soggetti a monopolio di Stato in tutto il territorio della Repubblica». Un minimo di traccia di liberalismo resiste di fronte allo spinello statalista: «Sono fatte salve», concedono i rossoverdi, «la coltivazione per uso personale di cannabis fino a un numero massimo di cinque piante di sesso femminile, nonché la cessione a terzi di piccoli quantitativi dei suoi derivati destinati al consumo immediato». Un cittadino, dunque, potrebbe coltivare cinque piantine di «erba» sul balcone o in giardino, e pure cedere una cannetta a un amico, purché la consumi immediatamente. Il commercio vero, però, sarebbe nelle mani dello Stato, che potrebbe coltivare e vendere direttamente la droga leggera oppure concedere licenze: «L’Agenzia delle dogane e dei monopoli», si legge nel testo dell’emendamento, «ha facoltà di eseguire direttamente tutte le fasi di lavorazione della cannabis conferita, nonché di concedere all’interno del territorio nazionale licenza di coltivazione della cannabis per l’approvvigionamento dei siti di lavorazione indicati dalla stessa Agenzia». Il ministero dell’Economia, da parte sua, stabilirebbe il peso delle accise, l’aggio per i venditori e i prezzi al dettaglio. La violazione del Monopolio sarebbe un reato equiparato al contrabbando.
Ora, con tutto il rispetto per le battaglie antiproibizioniste della sinistra e non solo, pensare che lo Stato venda droga così come vende le sigarette è uno scenario che non sta né in cielo né in terra. Immaginare Giancarlo Giorgetti che si mette con il bilancino e il manuale del coltivatore di cannabis per stabilire i prezzi delle licenze e il costo finale di ogni spinello è una visione stupefacente, è proprio il caso di dirlo. Coniugando le due proposte, si potrebbe affidare a ogni percettore di reddito universale un piccolo appezzamento di terreno nel quale coltivare cannabis: una zappata e una sfumacchiata e tutto filerebbe a meraviglia. Caustico il commento della deputata di Fdi Letizia Giorgianni, relatrice della legge di Bilancio: «A sinistra», dice la Giorgianni alla Verità, «non si smentiscono mai! Nonostante il fallimento del reddito di cittadinanza, la sinistra non demorde, e prova a ripristinare il sussidio di Stato con un emendamento alla Camera, finanziabile con la droga libera e l’introduzione di una patrimoniale. Nell’emendamento si chiamerà reddito universale, ma è un clone del reddito di cittadinanza con ripercussioni persino peggiori, perché i soldi andrebbero reperiti tassando gli italiani».
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