Sarà anche un «parafulmine del riformismo bergogliano», come sostiene Repubblica. Però bisogna ammettere che il cardinale Víctor Manuel Fernández serve, a chi ha intenzione di danneggiarlo «con qualsiasi mezzo», degli assist così cesellati da fare invidia al suo connazionale Lionel Messi.
Dopo il pasticcio di Fiducia Supplicans, cui è seguita la nota di chiarimento che prescrive grottesche benedizioni di 10-15 secondi alle coppie gay, il prefetto del Dicastero per la dottrina della fede ha dovuto ingranare di nuovo la retromarcia. Stavolta, in merito al pamphlet zeppo di passaggi pornografici e blasfemi, che egli vergò nel 1998: La pasión mística. Espiritualidad y sensualidad. «Un libro di gioventù che certamente non scriverei adesso», l’ha liquidato il porporato su InfoVaticana, un sito spagnolo specializzato nelle notizie riguardanti la Chiesa. A essere onesti, all’epoca l’autore aveva già 36 anni ed era uno studioso bell’e formato. Tanto che, più o meno in quel periodo, gli era stato proposto di dirigere un istituto teologico in Colombia, dove rifiutò di andare su consiglio di… Jorge Mario Bergoglio, il quale guidava l’arcidiocesi di Buenos Aires.
Tucho, con i giornalisti iberici, si è sforzato di riabilitare la propria bibliografia, ricordando che ha scritto altri testi «molto più seri, come La fuerza sanadora de la mística e La fuerza transformadora de la mística». L’interesse per i rapimenti estatici, dunque, pervade l’intera produzione letteraria dell’arcivescovo emerito di La Plata. Tuttavia, del volumetto redatto «in un momento di dialogo con giovani coppie che volevano comprendere meglio il significato spirituale delle loro relazioni», non si trova traccia nel curriculum pubblicato sul sito della Santa Sede, quando gli era stato conferito l’incarico all’ex Sant’Uffizio, lo scorso luglio.
A sbianchettare il passato ci ha pensato lo stesso cardinale. Appena La pasión mística vide la luce, lui si era lasciato solleticare da un sospetto: «Potrei essere frainteso». Per questa ragione, ha riferito monsignor Fernández a InfoVaticana, «ho cancellato quel libro poco dopo la sua uscita e non ne ho mai permesso la ristampa». Un’autocensura, se non un autodafé, che tradisce il fastidio del prefetto, ora che il suo segreto è stato svelato: «Non credo sia un bene che [il libro] venga diffuso adesso». Anzi, ciò «è contrario alla mia volontà». Come se un’opera, regolarmente edita e indicizzata nei cataloghi, possa circolare solamente se l’autore è d’accordo.
L’esito dell’imbarazzante vicenda, comunque, ha il sapore della nemesi storica: c’era bisogno del Papato più progressista della storia, perché nell’Indice dei libri proibiti ci finisse quello del prelato che si occupa di dottrina. Sarebbe una scenetta comica, se non fosse un baratro avvilente.
Il disagio che traspare dall’intervista di Tucho dovrebbe spiazzare, in primo luogo, i suoi avvocati d’ufficio. A cominciare da quelli di largo Fochetti: Repubblica ha subito chiamato in causa la «guerriglia tradizionalista» contro il Pontefice, aizzata allo scopo di «ipotecare il prossimo conclave». Che, a ben vedere, è stato invece monopolizzato dalle nomine di Francesco, protagonista di un’autentica infornata di elettori. Se i giochi si dovessero riaprire sul serio, la responsabilità sarebbe degli autogol siglati dalla squadra del Papa. Errori strategici talmente macroscopici, da aver stizzito financo taluni dei cardinali creati da Bergoglio. Probabilmente è questo che, lunedì, lo ha indotto a dare il classico colpo alla botte, con la dura condanna dell’ideologia gender e dell’utero in affitto.
Peraltro, stupisce che alla stampa progressista, ansiosa di smorzare le polemiche sull’opuscolo del cardinale, sfugga la raffica di luoghi comuni maschilisti, di cui trabocca il testo del 1998. Ad esempio, l’idea che la donna sia «insaziabile»; o che durante l’amplesso, progressivamente, perda coscienza «della sua libertà» e, quasi sottomessa dal membro del partner, inizi a provare «un oscuro rispetto del potere del maschio». Senza contare i brani che paiono evocare la descrizione di un abuso. Come quando Fernández cita il motto di un dotto musulmano: «Lode ad Allah, che afferma peni duri e dritti come lance per fare la guerra nelle vagine».
A questo punto, la vera domanda è se il Papa possa continuare a tenerlo al suo posto. Si può anche credere al complotto dei conservatori per screditare lo scrittore ombra di Bergoglio. Dopodiché, se la manovra sistematicamente riesce, il motivo è che Tucho ha rinchiuso troppi scheletri nell’armadio. Ormai, il cardinale argentino passa da una contestazione globale – quella dell’episcopato di mezzo mondo, Africa in testa, verso Fiducia Supplicans – a una figuraccia storica. Non è questione di fungere da capro espiatorio; è che un personaggio tanto chiacchierato non dovrebbe ricoprire il ruolo che fu di Joseph Ratzinger. Non dovrebbe essere il custode dell’ortodossia.
Può darsi che il Papa e Fernández siano in perfetta sintonia. Può darsi che il successore di Pietro abbia messo in mano la rivoluzione del magistero a una figura debole, apposta per assicurarsi la sua piena conformità ai piani. Quali che siano le ragioni dietro un incarico controverso, sarebbe ora di trarre le logiche conclusioni. Non tutte le ciambelle escono col Tucho.
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