Se danneggi un’università inneggiando ad Hamas ti applaudono, se scrivi frasi da vespasiano sui social ti cacciano. Singolare il destino degli studenti italiani, legato sempre meno alle leggi e sempre più alle mode woke, che un ateneo deve tenere in grande considerazione per non perdere consensi nelle graduatorie internazionali dominate dai parametri californiani. È ciò che è accaduto alla Bocconi di Milano, dove tre iscritti al terzo anno sono stati sospesi per sei mesi – in via di riduzione a tre dopo le polemiche suscitate – dalla commissione disciplinare e dal rettore Francesco Billari per avere postato sui loro profili commenti goliardici contro i bagni «gender neutral» (per chi non si riconosce né maschio, né femmina) realizzati dall’istituto alcuni mesi fa.
È curioso come la più prestigiosa e costosa università privata italiana sia sulle homepage di tutti i giornali non per una lectio magistralis di un premio Nobel ma per la guerra dei cessi. I tre studenti bollati con infamia hanno vergato queste frasi: 1) «Li userò, ma non per andare in bagno». 2) «Li puoi letteralmente usare per andare a trans». 3) «Ma non diciamo pagliacciate. Può piacerti chiunque, ma sei hai il pesce resti un maschio. E vai nel bagno adatto». Una volta simili commenti si potevano leggere sulle piastrelle delle toilette degli autogrill; oggi diventano opinioni libertarie, a conferma che aveva ragione Umberto Eco nel definire cloache i social. Ma non è questo il punto.
Il problema è la sospensione con il rischio di perdere decisive sessioni d’esame e l’anno accademico (a 10.000 euro a botta) per uscite infantili, perfino stupide, diventate urticanti e offensive negli anni del pensiero unico politicamente corretto. Il problema è l’ipotesi aberrante di ore di recupero, quindi ore di rieducazione, come se ribadire pur con termini da casamatta che i sessi sono due costituisse devianza da gulag nel periodo delle purghe staliniane. Il problema è anche la contraddizione in termini del reato contestato: «Hanno leso la reputazione dell’ateneo». Ma proprio il Codice d’Onore interno recita: «Essere parte della comunità bocconiana – studenti, docenti, collaboratori, personale amministrativo -, coincide con l’adesione spontanea e totale ai valori di riferimento della stessa: indipendenza, etica, trasparenza, libertà di espressione, equità, solidarietà, valorizzazione delle diversità». Qui proprio la libertà di espressione è stata calpestata con i cingoli. Qui domina il ben poco inclusivo codice disciplinare Lgbtqia+, altro che quello bocconiano.
È originale anche la genesi della denuncia. A diffondere per primi i commenti sono stati i gestori della pagina Instagram più surreale dell’anno: «Proletariato bocconiano», un delizioso ossimoro tra piumini Moncler, foulard di Hermès e spider di mammà a primavera. A sostenere ufficialmente la denuncia nei confronti dei compagni di università è invece Samuele Appignanesi, studente transgender e attivista di sinistra, presidente dell’associazione Lgbtqia+ Best Bocconi. «Due anni fa, quando ho ripreso l’università dopo aver fatto coming out, ho iniziato ad avere difficoltà a usare i bagni. In quelli degli uomini venivo guardato male e a volte deriso. In quelli delle donne mi sentivo fuori posto e anche lì ricevevo qualche sguardo». Poiché la traduzione di «sguardo» diventa subito «ingiusta discriminazione», dal suo malessere era nata l’idea delle toilette gender neutral.
Il pesante provvedimento disciplinare, pure in via di ridefinizione anche per cautelarsi da ricorsi giudiziari, sta facendo molto discutere. Dal ministero dell’Università e della Ricerca, retto da Annamaria Bernini (Forza Italia), non trapela una posizione ufficiale ma una frase diplomatica: «Le università godono di ampia autonomia, inoltre la Bocconi è un istituto privato. Sarebbe uno sgarbo istituzionale entrare nel dibattito su specifiche vicende». Il ministero dovrà farlo poiché Rossano Sasso, ex sottosegretario all’Istruzione e capogruppo della Lega in commissione Cultura, sta preparando un’interrogazione parlamentare.
È proprio lui a puntare il dito contro la gestione del caso da parte dell’ateneo. «La direzione della Bocconi si è mossa in stile polizia del pensiero. Sei mesi sono un’enormità, una posizione assurda e diseducativa che potrebbe pregiudicare la carriera universitaria dei tre studenti, causando loro lo stigma dell’omofobia». Per poi aggiungere sull’accusatore: «Pare che abbia commesso qualche leggerezza sui social, come segnalato da altri studenti, mancando di rispetto alla memoria di defunti a lui invisi». Si tratterebbe di un tweet su Silvio Berlusconi dopo la morte. Conclude Sasso: «La Bocconi non ceda all’ideologia woke e al doppiopesismo. In questo caso non ci fu nessun provvedimento di sospensione perché si trattava di un attivista di sinistra?».
La polemica imperversa e l’ateneo diventa terreno di scontro politico. Ora, secondo logica, l’immaginifico collettivo «proletariato bocconiano» dovrebbe organizzare un sit-in al parco Ravizza, con striscioni di cachemire, per ribadire il tanto caro diritto allo studio. Ma è molto improbabile.
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