Fanno la birra Lgbt ma non la beve nessuno
Dylan Mulvaney (Getty Images)
Bud Light è una delle bionde più famose in America. Per conquistare i giovani, i responsabili del marketing hanno deciso di puntare su un testimonial transgender alla moda. Un’idea che non è piaciuta ai consumatori che hanno protestato facendo crollare le vendite.

L’immagine più calzante l’ha evocata Carl Rhodes, professore della University of Technology di Sydney: il «capitalismo woke» ha lanciato una Opa ostile sulla democrazia. Alcune delle maggiori compagnie del mondo, per lo più con cervello statunitense, hanno deciso da qualche anno a questa parte di intestarsi una serie di battaglie a favore della cosiddetta giustizia sociale. Sono capitalisti, certo, ma «risvegliati» (woke, appunto) o ancora meglio «illuminati». Dunque sostengono Black Lives Matter, sponsorizzano le manifestazioni ambientaliste e ovviamente sposano le cause dei movimenti Lgbt. In pratica, portano avanti con più forza e maggiore impatto sull’immaginario di qualsiasi partito l’agenda politica progressista.

Stando ai loro comunicati, queste aziende sarebbero mosse soltanto da intenti «umanitari». Come ebbe a dire il ceo di BlackRock, Larry Fink, poiché i governi sono inadatti ad affrontare le grandi sfide del presente e del futuro, «il pubblico sta spingendo le aziende a intervenire laddove i politici hanno fallito». Tutto molto bello, se fosse vero.

In realtà, sostiene il professor Rhodes nel suo corposo libro dedicato al Woke Capitalism, queste società «illuminate» hanno semplicemente trovato un modo per distogliere l’attenzione dai loro veri problemi, che riguardano per lo più il rapporto con il fisco. Ciò significa che il sistema economico non sta diventando più equo né che le multinazionali stanno diventando più umane e sensibili: hanno semplicemente trovato un modo per imbellettarsi e passare ufficialmente dalla parte dei (presunti) buoni. Fin qui nulla di strano né di inedito. Il fatto è che il capitalismo woke, mentre coltiva i propri interessi, finisce per danneggiare le comunità e la democrazia.

Lo fa, prima di tutto, imponendo standard di comportamento e pensiero che la popolazione non condivide, forzandola a immettersi sull’accidentato sentiero del politicamente corretto. Già: non sempre le operazioni di ingegneria sociale vanno lisce e l’inoculazione di pensiero programmato in soggetti sani talvolta sfocia in strane conseguenze.

Emblematica, a tal proposito, è la vicenda riguardante la birra Bud Light, marchio di proprietà della società Anheuser-Busch. Recentemente, Bud ha lanciato una nuova campagna pubblicitaria che ha per testimonial l’influencer transgender Dylan Mulvaney, che vanta un paio di milioni di follower e ha già collaborato con grosse società negli anni passati. Per l’occasione, è stato promosso il lancio di una lattina speciale con l’immagine della influencer al fine di festeggiare «un anno di transizione» (Mulvaney, maschio biologico, si identifica come donna). Si è trattato, con tutta evidenza, di un tentativo dell’azienda di conquistare un nuovo spazio sul mercato, abbracciando le istanze degli attivisti transgender.

Alissa Gordon Heinerscheid, vicepresidente marketing, è stata piuttosto chiara in proposito: «Sono una donna d’affari, avevo un lavoro molto chiaro da fare quando ho rilevato Bud Light», ha detto in una intervista. «Questo marchio è in declino, è in declino da molto tempo e se non attiriamo i giovani bevitori non ci sarà futuro per Bud Light». Così hanno scelto di puntare sulla giustizia sociale.

Ovviamente, la presa di posizione potrebbe risultare gradita al mondo Lgbt o, appunto, ai circoli woke sostenitori di Joe Biden. Ma a una bella fetta di popolazione statunitense l’iniziativa non è piaciuta. E, guarda un po’, si tratta proprio della parte di popolazione che era solita consumare birra Bud. Dopo i primi giorni di campagna pubblicitaria, sembra che le vendite si siano mosse, ma verso il basso.

A sostenerlo è Beer Business Daily, una pubblicazione specializzata: «Basandosi sui dati molto limitati raccolti presso una manciata di grossisti, sembra probabile che Bud Light abbia subito un calo di volume in alcuni mercati durante il fine settimana festivo, in particolare nelle aree rurali, che consistono nei suoi mercati più forti». Fox News e altri media non hanno perso tempo a contattare alcuni distributori e rivenditori di birra, i quali, in effetti, hanno confermato il calo nelle vendite. Sui social è circolato pure il video in cui un distributore della Anheuser-Busch afferma di «non aver mai visto vendite così basse come negli ultimi giorni». Come ha dichiarato il titolare di un grosso bar nel Missouri a Fox, «stanno puntando su una fascia che rappresenta l’1% della popolazione ma si stanno alienando la base dei loro consumatori». Sarà una analisi ruvida, ma non è lontana dal vero.

E non succede perché la gran parte dei consumatori di birra sia transfobica. Semplicemente – come ha dichiarato alla televisione americana un esperto di marketing – «a volte vuoi solo bere una birra senza ricevere una lezione su questioni sociali, politiche o sull’orientamento sessuale di qualcuno».

Probabilmente il punto è proprio questo. Il martellamento costante cui la propaganda woke sottopone la popolazione provoca, nel lungo periodo, forme di rigetto: il trapianto di pensiero non è facile da portare a termine, e i cambiamenti sociali (specie quando sono indotti o forzati) alla fine causano danni. Il rifiuto può essere fisiologico, come nel caso dei clienti che smettono di comprare un prodotto. Ma può anche risultare violento.

Tempo fa, Douglas Murray – intellettuale gay conservatore britannico – aveva messo in guardia dal pericolo: l’ossessione per le istanze Lgbt, comprese le più improbabili rivendicazioni, finirà per produrre un ritorno di fiamma poco piacevole attirando, verso il mondo arcobaleno, l’ostilità di persone che altrimenti non si sarebbero poste negativamente. Beh, nel caso delle campagne trans sta accadendo proprio questo. La sovraesposizione di una esigua minoranza e la pretesa di cancellare l’importanza dell’identità biologica, unite alla rumorosa aggressività di molti attivisti, hanno fatto scoppiare una «guerra culturale» con episodi non esattamente edificanti.

Accanto a politici repubblicani e musicisti country che hanno scelto di boicottare Bud Light, tanto per citare un esempio, il cantante Kid Rock si è distinto per una forma di protesta discutibile: si è messo a sparare con il fucile contro un mucchio di confezioni da 12 lattine di birra Bud.

In un clima di questo genere, condurre un confronto serio e approfondito non è possibile. È invece probabile che le faglie che oggi già lacerano la società si facciano ancora più profonde: il soffocante capitalismo woke, a forza di sfruttare i temi sociali per fare soldi, non favorirà alcun allargamento della tolleranza. Semmai, finirà per aumentare l’odio.

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